Il ballo delle pazze, di Victoria Mas, edito da E/O e recensito da Katia Ciarrocchi
Il ballo delle pazze – Victoria Mas – E/O – Pagg. 181 – ISBN 9788833572864 - Euro 19,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
C'è
un punto, leggendo Il
ballo delle pazze
di
Victoria
Mas
in
cui la distanza tra chi osserva e chi è osservato si rompe.
All'inizio si entra nella Salpêtrière
come
lettori, quasi con la stessa curiosità di chi, nell'Ottocento,
varcava quelle porte per assistere agli
esperimenti di Charcot
o
al celebre
ballo in maschera,
poi, pagina dopo pagina, quella posizione diventa insostenibile.
Il
romanzo di Victoria
Mas
si
muove dentro uno spazio reale e documentato, l'ospedale
psichiatrico femminile della Salpêtrière, nella Parigi di fine
Ottocento. Qui vengono rinchiuse donne considerate
“isteriche”,
devianti, ingestibili. Il termine medico serve a dare una forma
accettabile a ciò che in realtà è soprattutto sociale, questo è
stato un modo per neutralizzare ciò che non rientra nella norma.
Al
centro della storia c'è Eugénie Cléry, una giovane donna
borghese, intelligente e lucida, perfettamente
in grado di leggere il mondo che la circonda.
Non presenta alcun segno di squilibrio, se non uno, decisivo per
l'epoca in cui vive, sostiene
di poter vedere e parlare con i morti.
Non è un dettaglio folkloristico né un semplice espediente
narrativo, ma il punto da cui il romanzo si apre e prende una
direzione più complessa, perché ciò che conta non è tanto
stabilire se Eugénie dica la verità, quanto osservare cosa accade
nel momento in cui questa possibilità viene rifiutata. La sua
famiglia non prova a capire, non si concede il dubbio, ma prende una
decisione netta, l'internamento.
La
Salpêtrière è un sistema chiuso che assorbe le vite e le
trasforma, ed è qui che Eugénie entra in relazione con altre
donne segnate ciascuna da una ferita diversa: Louise porta addosso il
peso della violenza ed è ridotta a oggetto di osservazione, Thérèse
prova a custodire una traccia di umanità in un luogo che la consuma
lentamente, mentre Geneviève, capoinfermiera, si muove in un
equilibrio
fragile
tra
la fiducia nella scienza e incrinature
interiori
che
con il tempo diventano sempre più evidenti.
La
narrazione non segue un percorso lineare nel senso più tradizionale,
ma si costruisce attraverso incroci e risonanze. A tenere insieme le
pagine è una tensione più profonda che riguarda il diritto di
stabilire cosa sia reale. Eugénie si trova esattamente in quel punto
di attrito dove due visioni opposte entrano in conflitto, da una
parte un sapere che vuole classificare e contenere, dall'altra
qualcosa che sfugge e che nel momento in cui viene definito rischia
di perdere la propria natura. È qui che l'idea
stessa di malattia
comincia
a perdere solidità, il romanzo non
nega
la
sofferenza psichica, ma
mostra con chiarezza quanto il confine tra patologia e deviazione sia
stato spesso costruito più per controllare che per curare.
La Salpêtrière diventa così il simbolo di questo meccanismo, un
luogo che non accoglie ma trattiene, dove le donne vengono
progressivamente spogliate della propria voce e della possibilità di
definirsi.
Il
ballo delle pazze
rende
tutto questo evidente senza bisogno di forzature, una festa realmente
esistita in cui l'alta società osserva le internate come parte di
uno spettacolo, trasformando la
follia
in
qualcosa da guardare e la
sofferenza
in
qualcosa che può essere accettato solo quando smette di
disturbare.
Victoria
Mas
sceglie
una scrittura lineare,
essenziale,
che rinuncia a soluzioni stilistiche complesse e mantiene il
linguaggio su un registro pulito che permette al testo di arrivare in
modo diretto, senza filtri, quasi con l'intenzione di non frapporre
distanza tra chi legge e ciò che viene raccontato.
Ciò
che rimane dopo la lettura non è soltanto la ricostruzione storica,
per quanto efficace, ma una
sensazione più sottile e persistente,
quella di un confine ancora fragile tra ciò che viene chiamato
follia e ciò che è semplicemente diverso, e di un bisogno di
classificare e normalizzare che non appartiene solo al passato.
Il
punto di forza di “Il
ballo delle pazze”
sta
nello sguardo che costruisce e nella capacità di rimettere in
discussione una parola come “pazzia”,
spingendo
a interrogarsi su chi la usa e con quale necessità.
Alla
fine, quanto di ciò che chiamiamo malattia appartiene davvero a chi
la vive e quanto nasce dallo sguardo di chi non è disposto ad
accettarla.
Citazioni tratte da: Il ballo delle pazze di Victoria Mas
… la malattia disumanizza rende quelle donne marionette alla mercé di sintomi grotteschi, bambole molli tra le mani di medici che le maneggiano e le esaminano in ogni minima piega, bestiole curiose che suscitano solo un interesse clinico. Non sono più mogli, madri o adolescenti, non sono donne da guardare o da prendere in considerazione, non saranno mai donne da desiderare o a cui volere bene: sono malate. Pazze. Fallite.
È strano il momento in cui le certezze più intime e il mondo come lo si è pensato finora vacillano, il momento in cui nuove informazioni ti mettono al corrente di una nuova realtà.
Quando diciamo la verità non sappiamo mai davvero se abbiamo fatto bene a dirla. Sebbene sul momento sia un sollievo, l'onestà si trasforma presto in rimpianto. Ce la prendiamo con noi stessi per esserci confidati, lasciati trascinare dall'urgenza di parlare, aver riposto la nostra fiducia in un altro, e quel rimpianto ci fa ripromettere di non farlo più.
«Non c'è bisogno di credere perché le cose esistano. Io non credevo agli spiriti, eppure esistono. Possiamo rifiutare le credenze, fidarci o diffidarne, ma non possiamo negare ciò che ci si presenta davanti. Questo libro… mi ha fatto capire che non ero pazza. Per la prima volta ho avuto la sensazione di non essere quella strana in mezzo alla folla, ma l'unica normale in mezzo agli altri».
Non c'è pensiero più consolante che sapere gli amati defunti al proprio fianco. La morte appare meno grave e fatale, la vita acquista valore e senso. Non esiste un prima e un dopo, ma un tutto.
… ci sono casi in cui una bugia è più di una necessità, è un conforto.
«Che
hai da sorridere?».
L'alienata la guarda.
«Sa,
l'esistenza è affascinante».
Quelli che l'hanno giudicata, quelli che hanno giudicato me… Il loro giudizio risiede nelle proprie convinzioni. La fede incrollabile in un'idea porta al pregiudizio. Ti ho già detto quanto mi sento serena da quando ho dei dubbi? Proprio così, non bisogna avere convinzioni, bisogna poter dubitare di tutto, delle cose e di se stessi. Dubitare. Mi sembra chiarissimo da quando sono dall'altra parte, da quando dormo in quei letti che prima mi facevano orrore. Non mi sento vicina alle donne che stanno qui, ma ormai le vedo come sono.
Non
so se andrò via di qui presto o non ne uscirò mai. Dubito che la
libertà sia là fuori. Ho trascorso fuori da queste mura la maggior
parte della mia vita, e non mi sono sentita libera. Non credo che sia
questo l'obiettivo a cui aspirare.
Aspettare di essere
liberata è un sentimento vano e insopportabile.
* Nelle citazioni riportate, non ci sono i riferimenti alle pagine, perché ho ascoltato il libro su Audible.

