Una giornata complicata, di Carla Malerba
Una giornata complicata
di Carla Malerba
Si trascinava a fine giornata sperando di non trovare il tram affollatissimo, così avrebbe potuto anche ritagliarsi un angolino in fondo appoggiato al vetro posteriore del mezzo. Era stata anche quella una giornata pesante, sveglia alle sei, caffellatte per sé e per Alberto, pane e marmellata per tutti e due e poi in gran fretta preparare il panino per il piccolo, vestirsi, vedere se pantaloni e maglioncino erano puliti, infilargli il cappotto e portarlo a scuola, per fortuna non troppo distante dalla sua fermata.
Così ogni mattina da quando Lea se ne era andata senza troppe spiegazioni: per lei – aveva detto – era necessario trasferirsi in un'altra città perché lì aveva trovato un lavoro che poteva in seguito darle soddisfazioni e possibilità di avanzamento. Non poteva portare Alberto con sé, lui aveva qui la scuola e il tempo prolungato. Dino a fine giornata – gli orari coincidevano – avrebbe preso il figlio e provveduto a preparare la cena mentre il ragazzino guardava i suoi programmi televisivi preferiti.
Ci hai sistemati – pensava lui – senza tener conto delle situazioni più complesse come malattia dell'uno o dell'altro, bucati, pasti, rapporto madre-figlio inesistente e tanto altro. Meglio non pensare, probabile che Lea, bella com'era, avesse trovato qualcuno che le offriva mari e monti. Per un po' sarebbe durato, ma per sempre? Così anche quella sera era tutto andato bene, a parte la stanchezza e il dolore alla schiena. Faceva il commesso in un supermercato e il lavoro era accettabile. Lo avevano destinato al reparto frutta dove le merci arrivavano e finivano in fretta, occorreva pulire e sistemare le cassette con gli arrivi della giornata.
Tuttavia in quel suo fare quotidiano trovava in certi momenti boccate di ossigeno: spalancare all'alba la finestra della cucina e guardare il pallore del cielo cercando di pensare al sole che si sarebbe affacciato di lì a poco o ricordarsi della caduta del primo dente di suo figlio e della gioia che il piccolo aveva mostrato trovando i soldini della fata sotto il cuscino. E di quella volta che Lea lo aveva baciato per annunciargli che era incinta. Ogni giorno cercava, nonostante le difficoltà, ad appigliarsi alla sorpresa di qualcosa, alla speranza di una gioia imprevista, a un gratta e vinci davvero straordinario che gli permettesse di portare Alberto al mare, lo vedeva correre felice lungo la riva e mangiare con appetito la frittura di pesce.
Poi però doveva fare i conti con la giornata, con il tram strapieno e maleodorante, la pioggia che batteva i marciapiedi di quella periferia di cemento con pochi alberi stecchiti, con le attese delle telefonate di Lea che si facevano sempre più rare mentre Alberto, accorato, chiedeva di lei sempre più spesso: “La mamma perché non torna almeno la domenica? E perché non ci andiamo noi da lei?” Sempre difficile dargli risposte appaganti, quel ragazzino era intelligente e la sindrome dell'abbandono cominciava a comparire in certe ore della giornata più che in altre.
Nello stabile non c'erano bambini della sua età, semmai qualche ragazzo delle superiori che lo salutava quando suo padre lo accompagnava a scuola. Poi il caseggiato si svuotava, rimanevano alcune coppie di anziani, e solo al termine della giornata lavorativa riprendeva una certa animazione: porte che sbattevano, voci alterate dalla stanchezza, mentre si diffondeva nei pianerottoli l'odore di soffritto e di minestra.
Per fortuna arrivava il sabato sera. Dino faceva mezza giornata il sabato, una benedizione perché Alberto aveva scuola solo di mattina e non avrebbe saputo a chi affidarlo. Le babysitter costavano e dalle otto alle tredici sarebbero state un bel po' di ore.
Aveva lasciato Alberto a scuola, contento per la crostata ai mirtilli che gli aveva preso al forno sotto casa e ora se ne stava seduto proprio vicino al finestrino, in orario perfetto per timbrare. Nel sedile davanti al suo una ragazza chattava con le amiche, accanto una signora di mezza età sonnecchiava, tutto si svolgeva tranquillamente come ogni mattina e Dino si pregustava la mezza giornata libera da dedicare al figlio e una bella pizza in trattoria per entrambi a conclusione della settimana lavorativa.
Immerso nel programmare al meglio il week end non aveva avvertito il vociare che proveniva dal fondo del tram, ma vedendo un certo movimento anche tra i posti a sedere, si era voltato a guardare indietro. Quello che vide lo allarmò subito: in terra c'era un uomo riverso e due adulti in piedi in palese colluttazione. Nessuno si avvicinava per paura di essere coinvolto e molte donne erano rimaste sedute per lo stesso motivo. Ma l'uomo in terra perdeva sangue e doveva essere soccorso subito. Dino non esitò ad alzarsi per raggiungere il poveretto, un anziano dal volto pallido e gli occhi spaventati, ma appena si avvicinò una lama di coltello gli fu puntata alla gola da uno dei due in piedi e fu spinto verso il finestrino con una violenza inaspettata.
Non era un buon momento per lui, ma ad altro non pensava che al vecchio in terra, a come aiutarlo, a come chiamare le forze dell'ordine.
Qualcuno aveva già provveduto a farlo perché il tram si fermò e due che dovevano essere agenti in borghese salirono e si diressero verso il gruppo degli scalmanati. Ci fu un grande alterco: urli, voci, spiegazioni.
Poi Dino che si era appena liberato dall'incombente minaccia del coltello alla gola, si trovò ammanettato accanto ai due delinquenti e solo gli strilli di una signora che aveva assistito alla scena e gridava: “No, lui no! Lui è corso in aiuto del signore in terra!” fecero sì che gli agenti lo ascoltassero e lo rilasciassero immediatamente.
Un po' scioccato scese dal tram maledicendo il mondo, ma poi, tastandosi la gola constatò di averla scampata grossa poiché l'arma non l'aveva ferito minimamente. Si avvicinò all'autoambulanza per chiedere notizie dell'uomo in pericolo di vita. Gli fu detto che gli erano state prestate le prime cure per la ferita che uno dei delinquenti gli aveva inferto per essersi rifiutato di dargli il portafoglio.
Erano circa le undici e trenta, certo avrebbe dovuto raccontare al capo del personale l'accaduto per giustificare il ritardo, ma, appena varcata la porta del supermercato, lo accolsero festosamente un paio di colleghi.
Già si sapeva tutto, qualcuno dei passeggeri aveva mandato online un video con la scena che poneva in primo piano il coraggio di un giovane uomo che aveva sfidato eccetera eccetera i delinquenti per aiutare un malcapitato. Il caporeparto anche lui informatissimo gli disse: “Che ci fai qua? Va' a prendere piuttosto il ragazzino a scuola che magari l'ha saputo e sta in pena.”
Altro tram, altra gente. Ma era quella vicinanza al prossimo che gli dava forza, che lo faceva sentire bene. Scese di corsa alla fermata solita, era addirittura un po' in anticipo rispetto all'orario d'uscita del sabato, ma mai aveva aspettato la campanella con quel piacere che provava ora assaporando la gioia dell'abbraccio con il figlio.
Alberto gli si getta addosso abbracciandogli le gambe. Non sa niente, è solo felice di vedere il padre. E a Dino va bene così, non racconterà la sua disavventura. Pensa alla serata in pizzeria con Alberto, alla lunga dormita della domenica mattina, persino a Lea pensa con affetto ritenendo sia un suo bisogno quello di aspirare a un lavoro migliore.
Entrano nel solito bar: “Un caffè per me e una pasta per Alberto”.
La barista si stupisce un po' per la pasta al bambino, vista l'ora. Lo guarda, ma lui sorride e poi le chiede: “Ci verresti con noi due a mangiare una pizza stasera?”
Lei, la barista Ottavia spalanca gli occhi – sono proprio belli gli occhi di Ottavia quando si meraviglia – e poi segue una risata: “Ma certo che sì, con voi due!”
Dino pensa a quello scrittore, come si chiamava? Quello che ha scritto L'insostenibile leggerezza dell'essere. Un romanzo che gli era piaciuto parecchio.
Ma poi perché insostenibile?
A lui in quel momento la leggerezza dell'essere pareva proprio sostenibile, anzi sostenibilissima.
Da Il tempio sulla collina e altre storie (Fara, 2026)

