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La cornacchia e Soldatini di mais, entrambi di massimolegnani

La cornacchia e Soldatini di mais, entrambi di massimolegnani

La cornacchia

di massimolegnani



Spesso a sera, tra cena e crepuscolo, mi capita di vedere dal terrazzo un uccello appollaiato in cima alla tuia, l'albero più lontano e alto del giardino. Mi ricorda le banderuole che un tempo svettavano sui tetti.

Forse è solo una cornacchia, il volatile più insignificante e vilipeso che ci sia, eppure quando è lì assume qualcosa di maestoso, la posa immobile, il profilo scuro, lo sguardo rivolto all'orizzonte.

Credo sia sempre il medesimo uccello che sceglie quella postazione scomoda, non un ramo ospitale e riparato ma l'equilibrio difficile sull'esile rametto più alto, esposto al vento e ai possibili nemici. E non si tratta di un passaggio fugace, quasi casuale, è uno stare convinto e persistente che assomiglia a una meditazione contemplativa. Questa scelta mi commuove, ne percepisco l'intento privo di una utilità tangibile ma ricco di tacite emozioni, un po' come succede con la poesia altrui. Alzo lo sguardo e lui è sempre lì, imperturbabile come un eremita. Poi, a una successiva occhiata verso la tuia, la cornacchia non c'è più, mai che io riesca a cogliere il momento del suo arrivo o della sua partenza.



Soldatini di mais

di massimolegnani



Se, anticipando la calura, sali per tempo su fino al castello che sta in vetta alla collina, poi, superato il crinale, ti puoi godere la discesa verso la pianura, giù fino alle risaie.

Ma prima ancora di arrivare ai chicchi di riso c'è una successione di piantagioni e di coltivi che ti riempiono di orgoglio come fossi un generale che in piedi sulla jeep passa in rassegna le sue truppe: i filari di peschi carichi di frutti al massimo splendore, i castagni in doppia fila, slanciati come corazzieri, i girasoli un po' svogliati, schiere a capo ciondoloni nonostante il sole sia ormai alto.

E poi ci sono loro, i campi di granoturco, le truppe scelte a file serrate, soldatini di mais dal fusto ritto, la pannocchia in resta e non una foglia fuori posto nella giubba. Sono tanto lustri che sembrano un battaglione alla parata del 2 giugno più che giovani reclute pronte per la guerra. E la guerra è passata poco più avanti, dove non è arrivata l'acqua ma la ferocia della grandine, una desolazione i reduci allo sbando, i corpi accartocciati, la giubba sfilacciata, le pannocchie avvizzite che cadono per terra. Tu, da bravo comandante, fai fermare la jeep e cerchi parole di conforto, ma ti escono solo frasi retoriche della peggior specie, sai il valore mostrato in battaglia e l'onore di morire per la patria, che non possono rincuorare soldatini di mais che stanno in piedi per miracolo. Vorresti dimenticare il ruolo che ti ingessa, vorresti scendere ad abbracciare ogni soldato sconfitto dalla vita, piangere con lui. Invece resti lì impettito senza più parole dopo le prime disastrose. Qualche istante di raccoglimento, poi ti scuoti dal torpore e riprendi a pedalare, la mente già rivolta alle risaie rigogliose che ti consoleranno.