Hidden Valley Road. Nella mente di una famiglia americana, di Robert Kolker, edito da Feltrinelli e recensito, da Katia Ciarrocchi
Hidden Valley Road. Nella mente di una famiglia americana – Robert Kolker – Feltrinelli – Pagg. 448 – ISBN 9788807898884 – Euro 15,00
Recensione di Katia Ciarrocchi
Hidden
Valley Road di Robert
Kolker è
uno di quei libri che non si lasciano attraversare con distacco,
perché chiamano in causa qualcosa che sta più in profondità della
semplice attenzione del lettore. La forza del racconto e la solidità
della ricerca non bastano a spiegare fino in fondo l'esperienza
della lettura. È piuttosto la materia stessa a farsi prossima, a
insinuarsi nella percezione di chi legge. Quando
la schizofrenia smette
di essere una parola distante e prende posto dentro una storia
familiare che potrebbe somigliare alla propria, ogni pagina assume un
peso diverso, più concreto, più difficile da tenere a distanza. Ciò
che viene raccontato non resta mai completamente esterno, ma si
trasforma in una possibilità che riguarda, in una paura
che si riconosce,
in una forma di vicinanza che disarma.
Il
racconto della famiglia Galvin,
dodici figli di cui sei con diagnosi di schizofrenia, non si sviluppa
come una semplice narrazione privata, ma si intreccia continuamente
con la storia della psichiatria
americana del
secondo Novecento. La dimensione domestica e quella scientifica
finiscono per riflettersi l'una nell'altra, fino a diventare
inseparabili. La vicenda dei Galvin non serve a illustrare una
teoria, ma diventa il luogo in cui le teorie prendono forma, si
contraddicono, talvolta falliscono.
È
nella relazione
tra biografia e storia della scienza che
il libro concentra la sua forza; la famiglia non è un caso isolato,
ma un punto
di convergenza in
cui si intrecciano modelli
interpretativi, pratiche terapeutiche e responsabilità attribuite.
Le loro vite attraversano le diverse fasi della psichiatria, dalle
letture psicodinamiche all'idea di madre responsabile, fino alle
ipotesi genetiche e neurobiologiche. In questo passaggio il racconto
supera la dimensione familiare e diventa una riflessione su come una
società abbia tentato di comprendere e contenere ciò che la mette
in crisi.
Kolker restituisce
con lucidità il carattere
ambivalente del progresso scientifico,
mostrando come la psichiatria si sia rivelata a lungo insieme
necessaria e insufficiente.
I neurolettici di prima generazione rappresentano un primo tentativo
di contenimento del sintomo, spesso al prezzo di effetti collaterali
invasivi che trasformano la cura in una forma di sedazione più che
in un reale processo terapeutico. Con gli antipsicotici atipici si
apre una fase diversa, segnata da una maggiore tollerabilità e da
nuove prospettive, che tuttavia non riescono a sciogliere la
complessità del disturbo. In questo percorso si inseriscono anche
gli studi di Lynn
DeLisi,
che trovano nella famiglia Galvin un
terreno decisivo per indagare la dimensione
genetica della schizofrenia,
rafforzando l'idea di una malattia come trama
complessa di fattori biologici e ambientali.
Ne emerge un paradosso che attraversa l'intero libro, in cui la
cura si configura come avanzamento
e insieme compromesso,
rivelando la distanza che ancora separa la conoscenza medica dalla
radicalità della sofferenza psichica.
Da
lettrice coinvolta direttamente dal tema, queste pagine risultano
difficili da attraversare perché restituiscono con precisione ciò
che significa vivere accanto alla schizofrenia, quell'oscillazione
continua tra speranza
e ricaduta,
tra equilibri precari e nuovi effetti collaterali. Kolker mantiene
uno sguardo fermo, privo di compiacimento, e proprio questa assenza
di filtri rende
la lettura a tratti faticosa, quasi corporea.
Un
altro elemento che merita attenzione è la scelta di dedicare
capitoli a singoli figli. Questo evita la riduzione della
schizofrenia a un'entità
indistinta. Ogni
fratello è una storia diversa:
diversa l'età di esordio, diversa la traiettoria, diversa la
risposta ai trattamenti. È in questa attenzione al dettaglio umano
che il libro smonta l'idea di una malattia uniforme e restituisce
invece una costellazione
di esperienze.
Al
centro resta la famiglia, colta nel momento in cui la malattia entra
e modifica ogni equilibrio senza mai davvero uscire. Emergono
la tensione
tra cura e stanchezza,
il senso di responsabilità che resiste anche quando la scienza lo ha
messo in discussione, la difficoltà di tenere insieme ciò che si
spezza. Il libro finisce così per interrogare, in modo silenzioso ma
insistente, la stessa idea di normalità.
Sul
piano formale, Kolker costruisce
un equilibrio solido tra
rigore documentario e intensità narrativa.
L'enorme mole di documentazione sostiene il racconto senza
appesantirlo, diventandone parte integrante.
La
malattia mentale non è un'eccezione ai margini, ma una
presenza interna alla società,
e il tentativo di comprenderla procede per approssimazioni, errori e
intuizioni. In questa prospettiva, il libro assume un valore che va
oltre la singola storia, restituendo alla schizofrenia una dimensione
umana e storica che
troppo spesso le viene sottratta.
Hidden
Valley Road. Nella mente di una famiglia americana è
un libro che obbliga
a guardare senza
offrire riparo.
Citazioni tratte da: Hidden Valley Road. Nella mente di una famiglia americana
Una delle conseguenze del convivere con la schizofrenia per cinquant'anni è che prima o poi la cura diventa dannosa quanto la malattia. (pag 16)
I sintomi non smorzano nulla e amplificano tutto. Sono assordanti, opprimenti per il malato e spaventosi per chi gli vuole bene, impossibili da elaborare razionalmente da chiunque gli stia accanto. Per una famiglia, la schizofrenia è innanzitutto un'esperienza emotiva, come se le fondamenta della famiglia stessa s'inclinassero per sempre nella direzione del parente malato. Basta un figlio schizofrenico a cambiare completamente la logica interna di quella famiglia. (pag 17)
A volte l'indipendenza di un figlio è un rischio troppo grande per l'equilibrio instabile di certi genitori. (pag 63)
La parola è d'argento, il silenzio è d'oro… (pag 75)
La vita è un viaggio, non una destinazione. (pag 152)
Per camminare, ad esempio, il sistema nervoso centrale ha bisogno di entrambi i tipi di neuroni, per l'azione e l'inibizione, o la gente non farebbe che cadere per terra in continuazione. Perché, si chiese Freedman, non dovrebbe essere così anche per il pensiero? (pag 233/234)
La vita non è altro che le radici permanenti che la famiglia ti lega attorno. (pag 242)
“Una delle cose che caratterizza da sempre la ricerca psichiatrica è il vecchio detto: ‘Cerca le chiavi smarrite dove c'è luce'. Si è sempre pensato: ‘Bene, abbiamo questo strumento. Abbiamo un martello, ora cerchiamo i chiodi'. E trovavamo delle cose, perché è nella natura della fenomenologia trovare delle cose.” Nessuno, però, sapeva bene se fossero piste promettenti o false piste. (pag 269)
“Di
solito uso questa metafora: anni fa i medici erano soliti considerare
la ‘febbre' come una malattia”
(…)
“Poi l'hanno
suddivisa in tipi diversi di febbre. E poi si sono resi conto che è
solo una reazione generica a varie malattie. La psicosi non è altro
che ciò che fa il cervello quando non funziona molto bene.” (pag
340/341)
Il genetista Kevin Mitchell ha osservato come certe mutazioni specifiche possano manifestarsi in maniera diversa in persone diverse: la stessa mutazione può scatenare l'epilessia in certe persone mentre in altre l'autismo, la schizzofrenia o niente di niente. (pag 341)
Quando non senti amore e appartenenza nel posto in cui ti trovi, vai a cercarlo altrove. (pag 388)
“Le
emozioni sono sempre accompagnate da un processo cognitivo”
(…)
“Il
processo cognitivo può essere inconscio, automatico o distorto, ma è
sempre presente.” (pag 403)
Osservando la sua famiglia, Lindsay si rese conto di come abbiamo tutti una capacità straordinaria di crearci una nostra realtà, indipendentemente dai fatti. Possiamo vivere tutta la vita dentro una bolla e sentirci assolutamente a nostro agio. E possono esserci altre realtà che ci rifiutiamo di accettare, ma che sono altrettanto reali della nostra. (pag 404/405)
In
qualche modo, siamo un prodotto delle persone che ci circondano –
le persone con cui siamo costretti a crescere e quelle con cui
scesciamo di passare la vita.
I rapporti che abbiamo possono
distruggerci, ma possono anche cambiarci, o guarirci. E, senza che
nemmeno ce ne accorgiamo, ci definiscono.
Siamo umani perché le
persone che abbiamo attorno ci rendono tali. (pag 405)

