La macina della risacca, di Andrea Molesini, edito da Sellerio
La macina della risacca
di Andrea Molesini
Sellerio Editore Palermo
Narrativa
Pagg. 424
ISBN 9788838950063
Prezzo Euro 17,00
A futura memoria
E' innegabile che Andrea Molesini tragga spunto dalla guerra per scrivere non pochi suoi romanzi; era già accaduto per quello d'esordio, cioè per Non tutti i bastardi sono di Vienna, trovando nuovamente conferma in La primavera del lupo, così come in Un'ombra sconsolata mi cerca. Appare evidente che un conflitto armato è il terreno ideale per mettere alla luce la natura umana, con tutti i suoi limiti, ma anche con tutti i suoi pregi.
In La macina della risacca troviamo un protagonista di particolare interesse, un uomo prossimo alla morte e che nel raccontare al figlio la sua esperienza bellica dopo l'8 settembre 1943, cerca di dargli quella crescita etica che in precedenza non ha saputo insegnargli. Se la storia di peregrinazione di questo maggiore della Regia Marina per sfuggire alla deportazione in Germania, percorrendo, quasi sempre a piedi, un itinerario che va dalla Liguria a Venezia ove ha casa sua sorella, apre scorci di intensa tensione, riservando però lo spazio per gli incontri con figure di tutto rilievo, la narrazione in ospedale al figlio presenta momenti in cui la ricerca dell'introspezione è meritevole della miglior considerazione e diventa il pregio dell'opera. Ne deriva una crescita comune, del figlio, ma anche del padre, e da quest'ultimo scaturisce un lungo testamento spirituale che è l'autentico messaggio del romanzo.
Oltre ai due protagonisti, Rolli che è il padre ed Andrea che è figlio,attori per così dire non principali sono Elvira, rispettivamente moglie e madre, ricoverata in una clinica a seguito di una grave depressione, e la dottoressa dell'ospedale, l'attraente Kaisermann, con cui il giovanotto allaccia una relazione senza speranza.
Padre, figlio e madre sono una famiglia, nel vento del tempo, un tutt'uno di cui non sapremo mai il cognome, come è logico per chi finisce per legarci affettivamente; i genitori sono protagonisti di un'epoca trascorsa, le ultime falene che bruciano la loro esistenza alla fine di un tempo che è solo il loro, ma che cercano di condividere con il figlio, che rappresenta l'oggi, ma anche il futuro, un futuro che si auspica non debba mai vedere guerre come quella che sconvolse l'Europa fra il 1939 e il 1945.
Benché l'opera sia permeata da un senso di morte, o almeno dal desiderio del malato terminale Rolli di togliere il disturbo anzitempo, il romanzo è in verità un canto alla vita, una perfetta antitesi della morte, in cui il vissuto del padre, narrato, non solo cerca di essere un supporto all'esistenza del figlio, ma è l'inconscio desiderio di tutti, cioè che qualcosa di noi rimanga in chi resta.
Da leggere.
Andrea Molesini, scrittore, è nato e vive a Venezia. Ha curato e tradotto opere di poeti americani: Ezra Pound, Charles Simic, Derek Walcott. Ha scritto anche storie per ragazzi tradotte in varie lingue.
"Sono nato e cresciuto in un luogo d'acqua. L'acqua verde buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L'acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell'erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio.
E sopra l'acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C'è anche la pietra delle isole, ridotte dall'abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio.
Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull'orlo del precipizio ma per quella comica fortuna che protegge gli innocenti il vuoto li rifiuta e finché non lo vedono non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo, è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che dopo decenni di quest'abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d'acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva, anzi, credo sia più giusto dire che non ci è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria.
Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata c'è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C'era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a dio non hanno i freni)."
Recensione di Renzo Montagnoli

