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  Recensioni  »  Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, di Remo Rapino, edito da Minimum fax 09/12/2020
 
Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio - Remo Rapino - Minimum fax – Narrativa - Pagg. 265 - ISBN 978-88-3389-087-6 - Euro17,00



Un Candido proletario



Nel panorama letterario mondiale, e a maggior ragione in quello italiano, fra i libri che escono ogni anno è sempre più difficile trovarne uno che presenti una spiccata originalità, quella originalità che potrebbe all’inizio disorientare il lettore, ma che poi finirebbe per attrarlo irresistibilmente qualora fosse stata ben concertata. Al riguardo indubbiamente originale è Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, che anche per questo motivo ha collezionato una vera e propria messe di premi, e fra questi il prestigioso Campiello. E pure io, da appassionato, ma anche smaliziato lettore in forza di una lunga esperienza, se sono rimasto sconcertato all’inizio dal linguaggio adottato, poco a poco ho convenuto che è perfettamente funzionale alla vicenda narrata, una storia di solitudini e di miseria, mai tesa alla facile commozione e che presenta diversi piani di lettura, fra i quali, non determinante, ma di rilievo, quello dei fatti del nostro paese dalla seconda guerra mondiale fino a quasi oggi. Questa storia nella storia è narrata in prima persona da Bonfiglio Liborio, una cocciamatte, cioè un matto che non ha mai conosciuto il padre che, dopo aver messo incinta sua madre, è partito per l’America in cerca di fortuna senza più dare notizie di sé. Di lui sappiamo solo, come dice ogni tanto la madre di Liborio, che aveva gli stessi occhi del figlio, quel figlio bravo a scuola, ma segnato nella psiche dagli eventi, dalle rappresaglie naziste dopo l’8 settembre 1943, dalla morte del nonno socialista e dalla privazione anzitempo dell’affetto materno, una serie di segni neri che marcano l’esistenza. La presenza umile di un semplice che fa qualsiasi lavoro per sopravvivere scandisce il ritmo che va dal 1926, anno della sua nascita, al 2010 quando si appresterà a lasciare il palcoscenico della vita, un semplice che poco a poco, anche per la solitudine e la mancanza di affetti a cui è relegato, comincia a dare qualche segno di squilibrio, tanto che per un lungo periodo finirà al manicomio di Imola. Non è pericoloso, è solo strano, è un diverso in un mondo di omologati in cui cerca di entrare per essere poi sempre respinto. Come ho anzidetto, se all’inizio il linguaggio, una specie di dialetto abruzzese, sconcerta (in calce comunque c’è un utile glossario) ben presto si entra in empatia con il personaggio, con la sua naturalezza di comportamento, con una semplicità che equivale a una franca schiettezza, a cui da tempo non siamo più abituati, caratteristiche proprie di un Candido, però proletario. Liborio sarà una cocciamatte, avrà dei periodi in cui certi rumori che sono dentro la sua testa lo renderanno instabile, ma è un personaggio che desta una naturale simpatia e a cui si desirerebbe tendere la mano per farlo uscire da quella solitudine in cui è relegato chi vede come è la vita, ma non riesce a viverla come gli altri. Lavoro, qualche passione politica più istintiva che convinta, scarse e limitate amicizie, qualche soddisfazione sessuale di carattere mercenario, la lettura e continua rilettura del libro Cuore è questa l’esistenza di Bonfiglio Liborio, il cui periodo migliore, non a caso, è quello trascorso in manicomio, in cui per la prima volta prova un sentimento, misto d’amore e d’affetto, per una giovane ricoverata. E quando si appressa la fine un uomo solo non può che sognare un colossale pranzo d’addio con tutti quelli che ha conosciuto, molti dei quali già scomparsi; li invita nella sua modesta casetta, nella piccola cucina che può contenere solo poche persone, ma le cui pareti miracolosamente si allargano per contenerle tutte. Liborio è grato a tutti, tranne a uno che bussa, ma non viene fatto entrare, è quel padre che se n’è andato lasciando la moglie e un figlioletto privi di assistenza. Sono pagine, queste, stupende e che portano a una naturale commozione, un sogno in cui entra anche il lettore che, oltre a tendere una mano, desidererebbe anche abbracciare Liborio che in punta di piedi ci lascerà nell’inverno del 2010.

Il romanzo è indubbiamente bello e credo che, oltre ad aver meritato il Campiello, possa meritare il plauso dei lettori.



Remo Rapino (1951) è stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).


Renzo Montagnoli

 
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