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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Il prezzo del silenzio 11/06/2009
 

Il prezzo del silenzio

di Renzo Montagnoli

 

Mi ero sempre immaginato il silenzio come la totale assenza di suoni di qualsiasi tonalità, insomma un deserto di voci, di brusii, in cui nemmeno si sarebbe potuto avvertire il battito del cuore.

Sovente desideravo questo stato assoluto, senza vie di mezzo, o perché frastornato dal vociare confuso della gente che si accalcava intorno a me, persone di passaggio che s'affrettavano lungo la strada arrivando non solo a sfiorarmi, ma a volte a urtarmi. E poi il chiasso del traffico, lo stridio delle gomme delle auto che partivano a razzo al verde per poi fermarsi subito dopo, con altro rumore d'attrito, all'immancabile rosso dell'altro semaforo a nemmeno cento metri dal primo.

I rumori sono tanti, diversi, perfino monotoni come il cicaleccio fitto di due donne, oppure il tic tac della sveglia. Eppure del rumore abbiamo bisogno, anzi non potremmo vivere senza, poiché è dalla nascita che ci accompagna, ma poco a poco diventa un'abitudine e, come tale, con il tempo viene a noia.

Un giorno, non ricordo quando, mentre i miei timpani soffrivano per le note laceranti di un martello pneumatico, ho preso la grande decisione: basta rumore, basta questa monotona sofferenza.

E così ho lasciato tutto, lavoro, casa, perfino la famiglia e sono corso in montagna dove, in un fitto bosco di larici, anni fa, durante un'escursione, avevo intravvisto una casetta, ma che dico mai, una costruzione a uso agricolo, quattro mura a secco, due camere a piano terra e sopra il fienile che si protendeva di lato, creando un porticato, una specie di riparo per gli attrezzi.

Ho trovato il proprietario e ho comprato quel rudere, ho pure acquistato due sedie, un vecchio tavolo, una branda, pentolame, piatti e posate e un po' di cibo di scorta.

Così attrezzato mi sono ripromesso di godere per la prima volta il silenzio.

Voi non potete immaginare come desiderassi ascoltare il silenzio, sì ascoltarlo, perché quel non udire nulla è percettibile dalle orecchie. Non saprei spiegarmi bene, ma è un suono anche quello, o meglio non lo è, ma c'è.

Ricordo che finii di sistemare tutto la sera e mi coricai fremente di desiderio, ansioso di non udire nulla.

E fu proprio così, tanto che chiusi gli occhi e mi voltai su un fianco per dormire, ma ecco che una nota stonata disturbò il mio silenzio, un cigolio della rete del letto, e quando ritornai a mettermi di schiena quel rumorino quasi impercettibile, ma che lì risuonava come un tamburo, si fece risentire.

Scesi dal letto, gettai il materasso sul pavimento e lì mi coricai.

Ecco di nuovo il mio compagno muto, il silenzio che tanto avevo cercato. Vi assicuro che è qualche cosa di indimenticabile, sembra perfino di non esistere, ma fu di breve durata, perché un rumore furtivo di zampette si trasmise rapido dal pavimento ai miei padiglioni auricolari. C'era da aspettarselo, specie in montagna, in un'abitazione vecchia; avvertivo chiaramente il movimento su e giù, i percorsi di quel diavolo di un topolino, a caccia di qualche cosa da mangiare e a rompere le scatole a me.

Accesi il lume a petrolio e lo vidi, intento a  zampettare. Il maledetto si fermò e mi guardò sospettoso e a ragione, perché già ero lì, pronto, con la scopa a calargliela sul corpo. Fuggì con una rapidità impressionante e per quella notte potei dormire in compagnia del silenzio.

Il giorno dopo, però, non persi tempo e andai alla ricerca del disturbatore notturno, ispezionando centimetro per centimetro, fessura per fessura, ma inutilmente.

Mi dissi che forse l'avevo spaventato e che non sarebbe tornato, ma non fu così e notte dopo notte divenne un'abitudine.

Con la bella stagione frotte di turisti presero d'assalto la montagna, piombarono nel bosco, arrivarono alla casetta e, colmo dei colmi, osarono anche bussare alla porta. Il giorno divenne un inferno, tanto da rimpiangere il brusio notturno del mio ospite a quattro zampe.

“Finirà”, mi dicevo, “Verranno l'autunno e l'inverno, o no?”

E vennero infatti.

Con i primi freddi, con la pioggia quasi incessante il silenzio si mise da parte e dentro il mio rifugio era tutto un concerto di toc di tac di tic, tanta era l'acqua che scendeva dal soffitto.

Ho invocato chissà quante volte l'inverno, con la neve che mi avrebbe isolato, e infatti venne e con lei ritornò il silenzio, per poco, però.

Vicino i cannoni si misero a spararla proprio di notte e quando spuntava l'alba si battevano le piste, con i rumorosi gatti delle nevi, e più tardi gli sciatori venivano giù a rompicollo fra urla e schiamazzi.

E già quando si annunciava la primavera sono arrivati i miei familiari, a bombardarmi di parole, mentre mi tappavo le orecchie.

“Devi tornare, sei diventato matto?” “Vuoi fare la vita dell'eremita?” “Sei un disgraziato!”

E non che parlassero uno alla volta, ma insieme, con le frasi che si sovrapponevano, si mescolavano, con chi alzava la voce perché si udisse meglio, un coro straziante di suoni.

Mi sembrava d'impazzire, li ho pregati di zittirsi, li ho scongiurati, ma niente, anzi più imploravo, più gridavano.

Non so com'è stato, ma si sono trovato in mano un rastrello e ho cominciato a menare botte da orbi, con le urla che cominciarono a calare, fino a cessare del tutto, in un silenzio irreale, rotto solo dal mio ansimare.

Quando mi sono calmato, ho ritrovato il mio amico, quel suono non suono, ma sapevo che non sarebbe durato, vedevo tutto quel sangue intorno a me, sgomento mi atterrivano quei corpi senza vita, il prezzo del silenzio.

E allora ho cominciato a urlare, sempre più forte, fino a quando qualcuno non mi ha sentito.

Ora sono in altre quattro mura, dicono che è un ospedale, dicono che non sto bene; qui c'è silenzio, ma anche se non lo odo resta sempre dentro di me quell'urlo, lo ricordo, c'è e ci sarà sempre.

Non lo sentono le mie orecchie, ma l'avverte il mio spirito e non c'è più silenzio di fuori che possa essermi compagno.

 

 

 

 
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