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  Racconti  »  Narrativa generica  »  Il tempo dell'odio 29/09/2006
 

Il tempo dell'odio

 

Una discesa all'inferno sarebbe stata meno dolorosa, ma per chi, in un attimo, ha perso quanto più di caro gli sta a cuore, la pena di vivere diventa un'ossessione inguaribile.

Così si sentiva Robert Goodwin dopo l'attentato alle Torri Gemelle, in cui avevano perso la vita la moglie ed il figlio; per un uomo di sessant'anni la vita non aveva più significato e riusciva a esistere unicamente per il tremendo senso di odio che lo aveva avvinto, poco a poco, dopo i giorni delle lacrime e dei lunghi silenzi. Ah, se avesse potuto mettere le mani su almeno uno dei mandanti di quei terroristi! Allora sì che sarebbe stato meglio e la vendetta avrebbe gratificato gli anni del dolore.

Comprendeva, tuttavia, che il suo era un desiderio irrealizzabile e, nella crescente consapevolezza di ciò, aveva deciso di vivere nell'odio costante nei confronti di chiunque fosse mussulmano.

Tre isolati dopo il suo vi era una via popolata prevalentemente da immigrati arabi, gente per lo più tranquilla e da tempo integrata, ma comunque sempre di quella razza dannata.

Vi si era recato più volte, osservando con disgusto le vecchie case cadenti, i negozietti di mercanzie varie, quei volti inequivocabilmente segno di un'etnia inferiore, la cui ferocia era celata da uno sguardo impassibile.

Nel quadro generale non gli andava proprio giù il negoziante di stoffe, che trafficava nella sua bottega con pezze variopinte, fischiettando motivetti allegri, innocui, ma che alle sue orecchie arrivavano come una vera e propria provocazione. Era felice quell'uomo, felice di vivere in una nazione prospera da poco oltraggiata dal più sanguinoso attentato che la storia ricordi. Lo osservava spesso dalla vetrina, mentre ciarlava con una bimbetta dell'apparente età di sette, otto anni, probabilmente sua figlia; per lui c'era un futuro, una discendenza, qualcuno da amare e un giorno su cui contare. Robert, invece, era rimasto completamente solo e non avrebbe potuto fare affidamento nemmeno su se stesso.

La logica della sua mente ormai malata lo convinse in breve che una significativa riparazione della sua disgrazia non avrebbe potuto prescindere dalla eliminazione di quel negoziante con quello che normalmente sarebbe stato un delitto, ma che, nella fattispecie, poteva essere tranquillamente considerato un atto di giustizia.

Così un giorno decise di realizzare il suo proposito. Entrò nel negozio ed estrasse la sua pistola; non gli importava che ci fossero testimoni, altri arabi presenti per comprare stoffe, anzi questi avrebbero fatto da cassa di risonanza al suo gesto.

- Lurido bastardo, criminale di un terrorista, l'ora del giudizio è arrivata; tu sarai solo il primo di una lunga lista; la tua morte sarà il segno della riscossa dell'umanità che avete vilipeso, infangato, distrutto…

Armò il cane, si accinse a premere il grilletto, ma si raggelò: due occhi neri lo fissavano spaventati e imploranti allo stesso tempo, quelli della bimbetta. Era uno sguardo diverso da quello dei presenti, pieno di terrore, di angoscia. La bimbetta aveva sì paura, ma in quegli occhi c'era lo sguardo dell'innocenza, trasparente, cristallino; era l'espressione che aveva avuto anche lui da bambino e che in tutto il mondo è presente a quell'età, era un qualcosa di attonito che lo condannava irrimediabilmente.

Gettò a terra la pistola e corse via; ansante e senza essere inseguito raggiunse il suo isolato e si fermò a prender fiato davanti la vetrina di un negozio. Guardò la sua immagine riflessa e in quegli occhi stanchi ritrovò lo stesso sguardo attonito che aveva avuto la bimbetta; si aggiustò con le mani i capelli grigi e prese la strada di casa: il tempo dell'odio era finito.

 

 

 
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