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  Racconti  »  Storie di paese Seconda Serie  »  Lui passerà per il camino 07/03/2007
 

Lui passerà per il camino

                           

Fu un inverno freddo quello del 1944 e con tanta, troppa neve. Quando la guerra sembrava concludersi da un momento all'altro, il proclama di Alexander rivolto ai partigiani affinché sospendessero le ostilità raggelò tutti: gli italiani, inermi, privi di tutto, sfibrati dai bombardamenti alleati e che sopravvivevano solo nell'attesa della liberazione, nonché gli stessi coraggiosi che da un anno combattevano, con enormi sacrifici, sia in montagna che in pianura, contro i nazifascisti.

Questi ultimi, ormai consapevoli dell'esito della guerra, intensificarono invece le ostilità, con una brutalità senza precedenti di cui furono vittime sia gli uomini della resistenza che la popolazione civile. Fu intensificata, fra l'altro, la caccia agli ebrei, con esiti raccapriccianti e di uno di questi il paese serba ancor oggi, commosso, il ricordo.

Agli inizi di dicembre la città e tutta la provincia furono oggetto di una retata capillare, a cui parteciparono sia le famigerate SS che le non meno odiate Camicie Nere.

Ben pochi israeliti riuscirono a sfuggire, o perché avvisati in tempo da qualche doppiogiochista che già allora cercava di assicurarsi il futuro, oppure per pura casualità, come avvenne per Isaia Forni, un bimbo di appena sei anni.

Quando la marmaglia sfondò la porta di casa e catturò i suoi genitori, lui si trovava da una vicina, una signora anziana che voleva fargli vedere il suo gattino. La donna, nonostante il pericolo, lo tenne con sé qualche giorno fino a quando, a una parente che le fece visita, propose di portarlo con lei in campagna, in un posto ritenuto più sicuro.

Fu così, che una settimana prima del Natale, Isaia Forni arrivò in paese e, poiché le sfortune spesso si sommano, subito nel pomeriggio perse la sua accompagnatrice, mitragliata da un aereo alleato mentre in bicicletta percorreva l'argine diretta a una fattoria per vedere di poter avere un po' di latte.

Della presenza del piccolo era già stato informato il parroco, Don Zeffirino. Appresa la tragica notizia della scomparsa della signora, se lo portò in canonica e decise di tenerlo lì, nonostante fosse un giudeo, ma come ebbe a dire una volta, finita la guerra, davanti a Dio non ci sono cristiani o mussulmani, o ebrei, ma solo uomini, e nel caso specifico un bambino innocente, già duramente provato per la perdita dei suoi genitori.

Se lo coccolava con gli occhi, si divertiva a guardare il suo stupore quando lo portava in chiesa, provava una gioia immensa nel sentirsi il suo protettore e già sognava di renderlo partecipe della messa di mezzanotte, non per farne un cristiano, ma perché vedeva in lui, con tutte le sue sofferenze, l'immagine di Cristo.

Per quanto questa ospitalità fosse mantenuta il più possibile segreta, arrivò alle orecchie di qualcuno e così, l'antivigilia, una squadraccia fascista bussò con i soliti modi alla porta della canonica.

Don Zeffirino, sempre sul chi vive, li aveva visti arrivare e aveva nascosto prudentemente il bimbo nel confessionale.

- Sappiamo che c'è un piccolo ebreo e in base alle leggi sovrane della Repubblica Sociale Italiana dovete consegnarcelo.

Don Zeffirino guardò il capo manipolo con occhi stupiti e rispose: - Non c'è nessun ebreo, in questa canonica.

- C'è, ne siamo sicuri e se non è in canonica, è nascosto in chiesa. O ce lo consegnate, o andiamo a prenderlo.

- Vi assicuro che vi sbagliate e se vi azzardate a fare un altro passo, o a mettere i piedi in chiesa con queste armi spianate, dovrete passare sul mio corpo.

- Va bene, prendiamo atto delle vostre dichiarazioni e non vogliamo inimicarci anche il Padreterno. Adesso usciamo, ma chi ritornerà non avrà così tanti riguardi.

Girarono i tacchi e se andarono.

Don Zeffirino si accorse solo allora di quanto sudasse, nonostante il freddo. Era riuscito a parare il primo colpo, ma sapeva bene che il secondo, qualora al posto delle camicie nere fossero arrivati gli uomini delle SS, sarebbe stato fatale.

 

Fu così che andò a prendere il bimbo e lo portò, quasi nascondendolo sotto la tonaca, dalla Tilde, la moglie di Annibale Chiocchetti che solo più tardi sarebbe stato conosciuto con il soprannome di Guercio e che all'epoca era da qualche parte, sugli Appennini, con i partigiani.

- Tilde cara, ti chiedo un gran piacere: puoi tenere questo bambino per un po', non tanto, finché si calmano le acque.

- Come è bello, Don Zeffirino: ha gli occhi neri, vivi, ma velati di tristezza. E' rimasto orfano?

- Forse sì.

- In che senso?

E allora il prete raccontò tutta la storia.

- Può restare quanto vuole, come se fosse un altro mio figlio, e anzi può giocare con Giacomo, tanto dovrebbero avere più o meno la stessa età. - E dicendo così, nell'accarezzare i capelli di Isaia, rivolse uno sguardo dolce a quel figlio, avuto immediatamente prima della guerra e che così poco aveva conosciuto il suo papà.

- Mi raccomando solo una cosa: nessuno deve sapere che c'è.

- Naturalmente.

Come preavvisato dai fascisti, il giorno dopo arrivarono, su una macchina nera due loschi figuri, lugubri e laidi nell'aspetto, che si qualificarono come membri della Gestapo e che senza chiedere tanti permessi cercarono in ogni dove, nella canonica e in chiesa, e che se andarono sbattendo la porta.

I due bimbi fecero subito amicizia e poiché Giacomo aveva acquisito dalla madre una fervente religiosità, il giorno della Vigilia si mise a fare il presepe.

Isaia lo guardava e presto cominciò a incuriosirsi e chiese di partecipare a quello che credeva un gioco.

Giacomo, con la naturalezza tipica dei bimbi, gli spiegò che era quasi un rito religioso e Isaia si mostrò ulteriormente interessato.

- Chi è quel bambino che metti nella mangiatoia?

- Gesù.

- E chi è Gesù.

- Era un bambino come noi, ma poi diventò grande, tanto grande, al punto che quando parlava tutta la gente l'ascoltava e lo seguiva nel suo girovagare.

- Che diceva?

- Diceva di essere il figlio di Dio e che era venuto sulla terra per redimere gli uomini, per farli diventare tutti buoni e bravi, e inoltre diceva che siamo tutti fratelli.

- Era grande sì, quasi come il mio papà.

- Anche quasi come il mio, ma di più, perché lui è il papà di tutti.

- E' vissuto tanto tempo fa?

- Quasi duemila anni fa.

- Tanto, e lo si ricorda sempre così, come un bambino?

- No, anche come un uomo adulto inchiodato a una croce.

- Ah, sì, quando l'uomo con il vestito lungo nero mi ha nascosto in una specie di casetta c'era un uomo grande, mezzo nudo, appeso a due assi incrociate e con una corona di spine in testa.

- Quello è Gesù.

- Ma perché ricordarlo così?

- Perché lui si è fatto giustiziare per salvarci tutti.

- Che buono che doveva essere! E chi è stato così cattivo con lui?

Giacomo rimase assorto, non sapendo che rispondere, nel timore di offendere il suo piccolo amico e poi sbottò:

- Quelli che non erano cristiani come lui.

- Dovevano essere proprio cattivi per fare una cosa simile.

- Sì, ma l'hanno fatto per ignoranza.

- Povero Gesù, trattato male come noi ebrei.

Il Natale trascorse abbastanza tranquillo e perfino Pippo, l'aereo da bombardamento che assillava le notti della gente, se ne stette un po' alla larga.

Poi venne Santo Stefano e la Tilde e Don Zeffirino cominciarono a pensare che Isaia era finalmente al sicuro, ma l'ultimo giorno dell'anno la Gestapo ritornò e andò a colpo sicuro.

Quando bussarono pesantemente alla porta, la Tilde sentì una fitta al cuore e capì che era finita.

Aprì tremando e i due corvacci in nero entrarono senza presentarsi.

- C'è un bambino ebreo e noi lo vogliamo.

- Non ci sono bambini ebrei.

- Noi vediamo due bambini e siamo sicuri che uno è ebreo e che si chiama Isaia Forni.

- No, c'è solo mio figlio Giacomo e suo cugino Ettore, che ha perso i genitori e la casa in un bombardamento.

- Siamo stati anche troppo pazienti, ma tutto ha un limite. Ripeto: vogliamo, e subito, l'ebreo!

- Quale ebreo?

Per tutta risposta, la Tilde si prese un ceffone che la fece cadere a terra mentre i due piccoli cominciavano a piangere.

- Non lo ripeto più: quale è l'ebreo?

Non ci furono risposte.

- Va bene! Facciamo così: li porto via tutti e due.

- No, vi prego no, se avete un cuore, se anche voi avete dei figli, non fate una cosa del genere.

- L'ebreo, o li porto via entrambi.

Fu allora che, con il capo chino, Isaia si fece avanti e disse, con voce tremante: - Sono io, Isaia Forni.

Lo presero e alla domanda della Tilde su dove l'avrebbero portato, risposero sogghignando:

- Lui passerà per il camino.

Ancora non si sapeva che volesse dire, ma la Tilde pensò al peggio e guardò per l'ultima volta, con animo angosciato, quell'esserino che veniva portato via come fosse un delinquente.

Non fu difficile scoprire chi fosse stato l'ignobile delatore, anche perchè Aldo Marchetti, soprannominato Gerarchetto, lo stesso che aveva indotto con il suo comportamento Annibale Chiocchetti a darsi alla macchia, se ne vantò la sera stessa all'osteria.

 

La guerra terminò e di Isaia Forni non si ebbero più notizie, se non dopo un paio d'anni, quando la comunità israelitica lo rintracciò fra i deceduti del lager di Buchenwald. Don Zeffirino non lo dimenticò mai e fu sempre presente nelle sue messe dei morti.

Quanto a Gerarchetto, scomparso dalla scena negli ultimi giorni del conflitto, ricomparve dopo la costituente fra le file democristiane e fu uno dei primi deputati del neoparlamento, e tutto questo come se nulla fosse accaduto, come tanti altri, del resto.

 

 

(da “Storie di paese “ – seconda serie)

 

 

 

 

 

 

 

 
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