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  Editoriali  »  Quale futuro ci aspetta, di Lorenzo Russo 09/11/2014
 

Quale futuro ci aspetta?

di Lorenzo Russo

 

Giorno per giorno si vive la vita tra l'incubo della caduta e la gioia di riuscire a realizzare qualcosa.

C'è chi corre alla ricerca di guadagni materiali e soffre da morire nel caso che li perdesse, chi è invece alla ricerca di valori trascendentali personali che gli diano il senso di essere pronto e sereno per il trapasso anche quando dovesse morire sul colpo.

La morte, pensa, è una cosa naturale, innaturale è chi la deve subire senza essersi realizzato, cioè senza aver cercato e trovato la sua potenzialità spirituale capace di relativizzare l'attrazione della materia della quale è fatto questo mondo, ed essersi impegnato a trasmetterla nella sua esistenza.

In fin dei conti si può vivere per godere tutto ciò che la materia offre o per elevarsi su una sfera che tutto blocca e che è vizio e peccato, cioè dannoso alla propria condizione psichica e fisica.

Credere in un Dio misericordioso è inutile come il lasciarsi andare alla leggerezza di una condotta di vita senza futuro. Al più serve a tranquillizzare la propria anima rimasta incosciente e succube.

Più ragione, tesa a mantenere l'equilibrio tra l'adesso e il dopo, farebbe bene alla psiche perché l'aiuterebbe a non lasciarsi trascinare troppo né dall'uno né dall'altro modo di assimilazione.

Fa bene quindi provvedere al proprio sostenimento nella stessa intensità del preoccuparsi del prossimo, quando fosse diventato incapace e indifeso.

E qui è necessario molta istruzione, educazione e controllo, dalla nascita fino alla fine, di modo che la società non diventi la mecca di furbi, avari, egoisti, presuntuosi, malviventi, ladri, violenti, sfruttatori.

Cosa poi sarà dopo questa vita non è più rilevante, quando la si abbia vissuta in serenità e pace con se stesso e il prossimo.

Allora, abbasso il buonismo improduttivo, la ricchezza non meritata, che serve solo a creare un ghetto a danno degli altri che ne devono rimanere fuori, sebbene se lo meritino.

È l'onestà che va presa in considerazione e non le remunerazioni e celebrazioni di coloro che tendono unicamente al proprio tornaconto.

Per realizzare questa forma di società bisogna liberarsi dei preconcetti denigratori di certe mansioni, come il mestiere del facchino, del lavapiatti, del netturbino e così via, anche perché senza di loro la vita dei benestanti peggiorerebbe di molto.

Anzi, li si dovrebbe tenere in alta considerazione e, a mio parere, ogni cittadino dovrebbe esercitare anche tali professioni per un certo periodo di tempo della sua preparazione , da mettere in atto per renderlo un valido membro della comunità, di modo che essa cresca in senso collegiale, unitario.

L'intelligenza non va quindi intesa come requisito personale, da poter sfruttare per sé, ma come dono della natura, che sarebbe meglio impiegare per il bene della collettività.

Di questo passo, intelligente è colui che si adopera a istruire gli altri, di modo che anche loro o i loro discendenti un giorno lo diventino e la società possa migliorare.

Il futuro della società moderna sta proprio in questo principio.

Allora sì che la vita perderebbe una grande porzione del male che l'ha caratterizzata fino ad adesso.

Invece noto un persistere delle differenze, creanti privilegi di ogni genere e di certo non meritati nel loro ammontare, già addirittura una corsa a fare carriera e ad ammucchiare soldi e prestigi.

Di chi è la colpa, mi chiedo?

Del popolo minuto che, invece di reclamare la disuguale e svantaggiosa situazione, si dimostra diviso, incosciente, incoerente?

Mi sembra di sì, e vedo una sua causa nel fatto che una folta schiera di questa massa gode delle preferenze e privilegi ricevuti dalla casta dei padroni affinché continui a sostenerla.

La condizione di “servo e padrone” determina ancora lo stato attuale della società, e questo dopo settant'anni di vita democratica e l'enorme sviluppo intellettuale e cognitivo compiuto.

Allora in primo luogo il cittadino, seguito dai partiti, governanti, sindacati, industriali, banchieri.

Oggi il mondo è cambiato molto, ma mi sembra che la società nel suo insieme non l'abbia ancora capito o faccia finta di non capire, e così la estesa classe dei suoi privilegiati, vecchi e nuovi, continua a godere a costo degli altri.

L'errore numero uno è stato quello di credere nei partiti, non che non siano necessari, ma perché non si è creata una norma specifica ed efficiente di controllo della loro gestione.

Un partito che non mantiene le promesse elettorali va punito severamente e non più sostenuto, costi quel che costi.

Al contrario riscontro come i partiti stessi, qui intendo i loro capi, abbiano steso una fitta ed estesa rete di dipendenze, di natura economica e politica, tra i loro sostenitori, simpatizzanti e neutrali per assicurarsi il potere di decisione.

Ignoranza degli elettori, quindi, e sostenimento di una buon parte di loro per conservare i vantaggi personali ricevuti.

Con l'istituzione dell'Unione Europea si doveva semplificare l'amministrazione pubblica nazionale.

Il contrario è avvenuto ed ora il cittadino ne paga i maggiori costi.

Quando la globalizzazione costringe le imprese a espatriare, ritengo giusto verificare seriamente se ce ne sia una vera necessità, perché spesso ciò accade per incrementare ancor più il profitto.

Questo sarebbe il minimo da fare, di modo che la crisi non raggiunga livelli destabilizzanti l'equilibrio sociale, come si rivela già oggi.

Fare sacrifici è comprensibile e accettabile. Prima si era vissuto troppo bene ed è quindi giusto che i paesi del terzo e quarto mondo ricevano l'occasione di superare il loro grave grado di povertà, ma il tutto ha un limite che vedo superato.

Da qui penso che di pari passo dovrebbero fare sacrifici anche i ben pagati della pubblica amministrazione, rinunciando volontariamente a una buona parte della loro fin troppo elevata remunerazione e prebende varie.

E cosa dire dei dirigenti bancari, di quelli delle imprese parastatali e così via, la lista degli sfruttatori è di certo lunga.

Al contrario nessuno ha rinunciato a un minimo di qualcosa ricevuto di troppo, mentre le tasse aumentano senza fine per il popolo pagante.

Insomma, affinché la diversità attitudinale dell'uomo non diventi un privilegio per pochi, essa debba essere retta dal concetto, da intendere come risultato dello sviluppo cognitivo dell'uomo in ogni campo delle sue attività e scoperte, che solo il rispetto reciproco, sostenuto dalla rettitudine, offrirebbe la migliore e forse unica possibilità di salvarlo, non solo dai soliti conflitti di sempre, bensì dalla sua definitiva estinzione.

Quanti sforzi educativi ed istruttivi siano ancora necessari per inculcargli il sopra esposto concetto di vita mi diventa palese ogni volta che analizzo la situazione mondiale esistente.

Di questo passo possiamo dire: addio “Democrazia”, si salvi chi può`, la barca sta affondando e i capitani sono spariti, non si sa dove.

E tu cittadino, che hai tradito gli ideali di unità e eguaglianza coi tuoi simili per trenta denari, ora affondi e non c'è più nessuno che possa salvare la tua coscienza venduta.

Per il tuo piccolo tornaconto hai perso l'accesso alle forze migliori della vita, hai venduto la tua anima per i benefici materiali di questa vita.

Piccolo sei stato e insignificante rimarrai nel grembo di questa terra.

Che un Dio esista o no non è più importante, mentre lo è la volontà di voler discernere il bene dal male, l'unica condizione per dare alla vita un valore liberatorio e quindi divino.

Dove si andrà a finire ce lo insegna la storia, il cui ruolo è quello di ammonire le mancanze degli uomini tutti, affinché la speranza di essere redenti in questo mondo non rimanga una parola senza futuro.

 

 
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