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  Editoriali  »  Il dissesto del territorio, di Renzo Montagnoli 21/11/2014
 

Il dissesto del territorio

di Renzo Montagnoli

 

 

Piove e i fiumi, anche quelli piccoli, esondano, il terreno frana, le case crollano, migliaia di auto finiscono sotto l'acqua, gente che si rifugia sui tetti e non mancano anche le vittime, senza contare il danno economico, difficilmente quantificabile, ma dell'ordine di miliardi euro.  Sembra un bollettino di guerra e in effetti lo è con il risultato tragico di un conflitto, già perso in partenza, dell'uomo con la natura. La irresponsabile economia dei consumi sta distruggendo il pianeta, senza nessun beneficio per i suoi abitanti, che dovranno sempre di più fronteggiare stagioni anomale, penuria di materie prime e di prodotti agricoli. Se il problema è generale (la soluzione appare ormai indifferibile, consistendo in un ridimensionamento delle economie e nella scelta di un nuovo stile di vita più improntato a un'armonia con il Creato, soluzione che agli inizi potrà sembrare onerosa, ma che alla fine ci restituirà un mondo meno ingiusto  più umano) nella nostra nazione risulta più accentuato per la miopia dei suoi abitanti. E' da anni, infatti, che ci si ostina in una politica aggressiva nei confronti del territorio, con una cementificazione selvaggia e del tutto inutile che impedisce al terreno l'assorbimento della pioggia; non bastasse questo, si è disboscato ovunque, costruendo anche abitazioni dove un minimo di intelligenza avrebbe dovuto far capire la pericolosità geologica dell'ubicazione. Se già appare sconvolgente che si sia edificato sulle pendici del Vesuvio, che non è un vulcano spento da secoli, ma che risulta inserito in un'area di attività magmatica rilevante, appare del tutto pazzesco che abitazioni siano state erette nell'alveo di fiumi e torrenti, su speroni di roccia in precario equilibrio  e ai piedi di costoni scoscesi, senza che si sia fatto uno studio preliminare della consistenza e si siano adottati almeno muri di contenimento di adeguata struttura.  No, si doveva costruire, in ogni caso, per una sete inestinguibile di guadagno, senza un minimo pensiero al futuro, con un pressapochismo e una mancanza di materia grigia che lascia esterrefatti. Che non siamo un paese che risplenda per razionalità è da tempo assodato, che il senso dello stato non rientri nel nostro sentire è visibile ogni giorno, ma che poi arriviamo a tirarci la zappa in testa è il colmo. Infatti, finite queste alluvioni, si dimentica tutto, si continua a testa bassa a sbagliare e di messa in sicurezza del territorio non si parla, come se tutti questi disastri fossero solo imputabili al caso; già i nostri governi dimostrano scarsa sensibilità al riguardo, ma che poi anche noi ci disinteressiamo fino alla prossima alluvione è criminale. Cosa dovremmo fare?

Quello che non abbiamo mai fatto, cioè capire finalmente che far parte di uno stato significa vigilare affinché esso sia correttamente gestito, affinché gli interessi collettivi prevalgano su quelli individuali, e dato che per questo esisterebbe il mezzo, cioè le elezioni, ma queste portano sempre a un mantenimento della situazione, capovolgerla con dimostrazioni di piazza, anche con continue pressioni, perché, se avete ben capito, quello che è in gioco non è il prevalere di un'idea politica su un'altra, ma è il nostro avvenire, la nostra sicurezza, la nostra vita che, se pur breve, può essere gratificante, purché una volta per tutte comprendiamo che per diritto naturale siamo tutti uguali e che chi ci rappresenta e ci amministra ha gli stessi nostri diritti, ma ha più doveri di noi. Senza questa preliminare visione non ci potranno essere miglioramenti, ma quel declino a cui ormai assistiamo tenderà ad accentuarsi e ai nuovi disastri del tempo si aggiungerà un'avvilente miseria. Quindi, se siamo insoddisfatti di come si comportano gli amministratori, cacciamoli, perché è nostro diritto e perché è l'unico modo per poter uscire da questo pantano di fiumi esondati, di corruzione, di disonestà, insomma di ciò che è il frutto di una politica gestita da ladri, incapaci e cialtroni. E non dimentichiamoci che il nostro vero problema è l'indifferenza, che ci porta a lasciar fare qualsiasi cosa, anche quella che ci danneggia. Se la democrazia è governo di popolo, dimostriamo di essere un vero popolo, non una massa impaurita e piagnucolante, capace solo di lamentarsi senza reagire e senza cercare di cambiare la situazione.

 

 
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