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  Scritti di altri autori  »  Poesie  »  Albero dolomitico, di Alessandro Ramberti 26/09/2023
 

Albero dolomitico

di Alessandro Ramberti



Coi bracci di te ricami il cielo

- vengono dai piedi vibrazioni

un´umida linfa ti tonifica


e irrora il respiro mentre ascendi

trovi il tuo terreno quello libero

copri il sottobosco e lo tuteli


col manto mutante e traforato

dai raggi dal vento dagli scrosci

ti afflosci e rialzi resiliente


ti estendi laddove il sole attira

ti fai vecchio anello dopo anello

maturi da solo o in compagnia.


Ad ogni visuale risalendo

la rapida svolta in mezzo al bosco

mi trovo a spaziare come uccello


sul fondo vallivo che dal fiume

ferita d´argento fra i vigneti

si perde nel verde degli abeti


e poi in altezza si distende

sul grigio-smeraldo in cui scorrazzano

le mandrie bovine con il suono


tranquillo e pacioso dei muggiti

e quello brillante dei metalli

pendenti dai colli ed echeggianti


nel vento più fresco delle cime.

Che belle le crode quando cala

la luce al tramonto e le riscalda


del soffice arancio e poi del rosa

che infine digrada verso il bigio

per farsi più grigio e più stellato


man mano che il cielo si scurisce.

Mi trovo seduto su una roccia

che spunta tetragona dal prato


da questa radura meridiana

che poco più in alto si fa pietra

propago lo sguardo tutt´attorno


mi vedi apparentemente solo

ma vibra di suoni l´atmosfera

risplende pulsante nella volta


la Via che dal latte prende nome

e i rami degli alberi commossi

si lasciano prendere dal buio


sapendo che all´alba ci sarà

quell´astro potente a dileguare

il sonno il torpore la stanchezza.


Abbiamo noi uomini radici

più mobili nelle nostre piante

possiamo nutrirci in più terreni


ricevere linfe a latitudini

diverse e incrociare ad ogni svolta

i volti più insoliti le essenze


più rare - perfino più veloce

del nostro procedere è il pensare

l´immaginare mete


così che ci pare di non essere

di non aver luogo o consistenza

sembriamo degli alberi in cammino


sul punto di fare una caduta.

Vorremmo affondare in quel momento

nell´humus che ci ha dato la vita


nel plesso dei nostri genitori

nel tronco di chi li ha preceduti -

c´è questa tensione fra lo stare


che ci rassicura e quel che viene

carico un po´ sempre di mistero:

ci sembra di stare in una bolla


del tutto precaria e sobbalzante.

Riconsideriamo fiduciosi

le nostre gravezze i nostri errori


alzando le palme il capo e gli occhi

a quel firmamento che per primo

ci accolse ci illumina e consola


ci specchia ci fa riverberare

nelle altre presenze del creato.

Qui posa la suola se lo vuoi


su questo sentiero laterale

ci sono pozzanghere e sterpaglie

giù in basso ma quando rompi il fiato


e ascendi con lena dopo i faggi

ti giunge l´odore delle resine

e poi si apre il pascolo e più su


ci sono le rocce a sostenerti

e allora ti impregni di celeste

sei cresta di un albero che allarga


le fronde dal tronco e si consegna

con tutti gli anelli e la sua storia

all´unico richiamo dell´amore.


Da Enchiridion celeste (Fara, 2022)

 
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