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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Un sabato pomeriggio a Ferrara di Gian Paolo Benini 20/10/2006
 

Un sabato pomeriggio a Ferrara
Decise
che quel giorno voleva pensare. Sì, anche scrivere. Insomma buttare giù qualche riga per fermare l'attimo, come diceva.

Così cominciò a battere sui tasti e trascrisse, a memoria, l' ultima pagina di On the road. Mentre scriveva pensava a quei giacimenti di umanità, a quella insaziabile voglia di provare e di capire contenuta in quella terra enorme, compresa tra due oceani. Una terra che non ha mai smesso di muoversi al ritmo di quelle onde. Persone da incontrare, con le quali avanzare. Strade da percorrere , futuro da reinventare ogni notte. Credeva di sapere che quelle persone  davvero  si sentissero parte di un prezioso giacimento, dal quale tutto il mondo traeva  le sue risorse. Una lingua sola, una terra sola, un' infinità di soluzioni possibili. Dove è in Europa una simile spinta ? Pensava.

L' Impero Ottomano sempre portato ad esempio di tolleranza e di capacità di coesistenza tra culture diverse. Non sapeva perché, ma mai una parola su come negli Stati Uniti ormai da secoli queste cose fossero il nucleo stesso della vita.

Sentiva che questi pensieri lo rendevano nervoso, lo indignavano.
Pensava a suo nonno costretto a abiurare la sua religione. Pensava a quando aveva voluto tornare, lui ormai vecchio, nel seno della sua comunità. Chi aveva avuto questa sorte negli Stati Uniti ? Nessuno, diceva. Nessuno. Più pensava e più si arrabbiava, le mani divennero gelate. Kerouac terminò di scorrere sotto le sue dita e lesse.

"E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume..." Gli venne in mente Leopardi. Gli venne in mente che se chiudeva gli occhi poteva pensare meglio. Gli venne in mente che tutti vogliono scappare da dove si trovano. Leopardi da Recanati, suo nonno dall' Italia. I figli di suo nonno i suoi zii, tutti lontani, Parigi, Londra. Tutti morti per trovare qualcosa fuori dalla loro terra. Kerouac in Messico. E tutta quella gente, quelle persone che fuggivano da Cuba, dal Vietnam, dalla Cina. Ricordò quelli che cercavano di scavalcare il muro a Berlino e  quelli che cercavano di scappare dall' Unione Sovietica per andare in Israele.

"....e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità..." Gli venne in mente che tutti , da tutto il mondo erano corsi a farsi ammazzare in Europa, che tanti, tantissimi erano arrivati a Firenze ad aiutare dopo l'alluvione. E noi ? Noi non eravamo mai andati da nessuna parte, forse non ce ne era stata la necessità, ma se fosse stato necessario ? Se fossimo stati chiamati ? Saremmo andati ? No, disse,  non siamo capaci di andare a farci ammazzare per la libertà, non siamo capaci di aiutare nessuno. Ma i tedeschi erano nostri nemici ed oggi sono in milioni d'estate sulle nostre spiagge, vorrà pur dire qualcosa. Non capiva. L'indignazione lasciò il posto allo sconforto, ricordò quella volta che alle superiori fu scelto per partecipare ad un concorso di italiano . Cosa pensate della Comunità Europea o una cosa così. Si ritrovò a concorrere contro il segretario provinciale della FIGC. Scrisse un tema molto critico, contro la tendenza della Comunità a divenire una super burocrazia.  Fu scelto a rappresentare l'istituto, il tema del segretario. Era un peana alla capacità degli stati europei di superare il trauma della guerra e di vivere in pace all'interno della Comunità. Pace pensava , ma se non ci fossero stati gli altri, quelli che sono venuti da fuori, prima a farsi ammazzare e poi a darci i soldi, saremmo stati capaci da soli di vivere in pace ?

"...e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty."

Aveva scritto e aveva letto e aveva pensato. Si guardò intorno, Era nel suo ufficio lontano da tutto ciò che aveva scritto. Gli occhi lucidi per quelle cose così intime che aveva provato a pensare. Ma non era finita, si ritrovò improvvisamente nella Piazza Rossa. Accompagnava per mano i suoi figli, piccoli. Guardavano San Basilio e l' orrenda tomba di Lenin. Non sapeva cosa dire loro. Papà, ma è la piazza più grande del mondo ? Non so, non credo. Ed è l'immagine del carroarmato e del ragazzo che lo vuole fermare. No, non credo, penso che la più grande sia a Pechino. Strinse più forte la mani dei suoi bimbi e disse "Però questa e davvero la più bella perché adesso io sono qui con voi e nessuno potrà mai dubitare di questo".

 

 

 

 
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