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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Lettera a mia madre di Alejandro Torreguitart Ruiz 03/11/2006
 

LETTERA A MIA MADRE

 

 

Cara mamma,

questa lettera te la dovevo, perché ho sempre parlato con tutti solo della grande ammirazione che avevo per mio padre e di te ho sempre taciuto. Eppure ci sei sempre stata. Con tutti i tuoi limiti, ma ti ho sempre avuta al mio fianco. Mio padre era un uomo forte, un analfabeta rozzo e deciso, uno che non ha mai creduto in niente, sicuro di sé e di quello che aveva saputo costruire. Fino al giorno che ci è stato vicino non abbiamo avuto problemi. Lui era accanto a noi e ci proteggeva, sapeva come infondere la voglia di vivere anche a te che non l'hai mai avuta. Sì, perché la cosa che più ti rimprovero, cara mamma, è di averla sempre odiata questa vita, di non averla mai apprezzata come un dono, forse non del cielo, ché io al cielo non c'ho mai creduto, sono un po' come mio padre, ma è pur sempre un dono questa vita. Un giorno eri al settimo cielo, sprizzavi gioia da tutti i pori, sorridevi, scherzavi, mi portavi al cinema, a teatro, allo zoo dell'Avana vicino al Vedado. Il giorno dopo sprofondavi nelle buie vicissitudini del tuo animo inquieto e te ne stavi muta a osservare la vita fuori dalla finestra, tra le strade polverose del povero quartiere di Luyanó, pareva che tu scrutassi la vita che ti scorreva accanto, forse ne volevi soppesare il senso, capire i significati nascosti, restavi sola con te stessa e nessuno ti poteva capire.   

Cara mamma, è stata molto dura la prima volta che ti ho vista distesa in un letto di ospedale con le braccia bendate e un ago infilato nella vena. Non capivo cosa potevi aver fatto, mi dicevano che stavi male, che avevi avuto un incidente, accanto a me c'era mio padre che mi stringeva forte e io avevo solo sette anni, cosa potevo sapere di una che non voleva più vivere, per me la vita era la cosa più bella del mondo, era correre per i tetti del quartiere e giocare con gli amici, vedere il leone che ruggiva tra le gabbie dello zoo, sentire il profumo del mare affacciata sul Malecón. Vedevo mia sorella piangere, le zie sedute accanto al tuo letto, la nonna che ti parlava e non capivo, non potevo capire che tu volevi andartene da noi e lasciarci sole. Avevo gli occhi sbarrati, me ne stavo ferma in piedi, non riuscivo a dire una parola e neppure a piangere, osservavo la scena dall'esterno e non volevo credere.

Un giorno capirai, bambina mia, mi dicesti tenendomi per mano. Quando sarai più grande, capirai. No, che non ho capito, cara mamma. Eppure adesso sono più grande, ho un marito, un figlio, tante cose da fare, molti impegni da rispettare. Ma continuo a non capire la follia del tuo gesto e quel poco amore che avevi per la vita.

Ricordo che tutto passò in fretta, per fortuna. Ricordo che tornasti quella d'un tempo. Mi portavi a scoprire i musei e le cose belle della nostra città, mia sorella correva con il vento in faccia e io la seguivo gustando il sapore del salmastro. Si finiva sempre sul Malecón, la faccia protesa verso l'oceano, sedute sul parapetto a guardare il mare al tramonto, i pescatori dentro enormi pneumatici che si affannavano a tirare a largo le loro lenze e i bambini che si gettavano dagli scogli per fare il bagno. Ricordo come una sinfonia lontana il rumore delle onde che ascoltavo con gli occhi chiusi, mentre sognavo cavalli con la criniera bianca che portavano via le anime dei morti dalle profondità marine e tu mi narravi storie incredibili sulla dea del mare che nasceva dagli abissi. Io e mia sorella restavamo incantate a guardare il tuo volto sorridente. In quei momenti ci sembravi bellissima, alla luce del tramonto, riflessa nel mare che frangeva le rocce, il vento che faceva volare i tuoi lunghi capelli neri e lisci. Ti avremmo voluta vedere sempre così, ma era impossibile. Passavano pochi giorni e la tua vita si spengeva ancora, volevi startene in casa sul sellon arrugginito a dondolare i tuoi pensieri mentre il tempo correva, spettinata, sudicia, mal vestita, senza voglia di fare niente, neppure di cucinare un po' di riso e fagioli per cena. Non ci portavi più nelle librerie a comprare quei romanzi d'amore e d'avventura che ti piacevano tanto, la domenica non andavamo a Parque Lenin per giocare e la spiaggia di Bacuranao, dove mi tuffavo volentieri tra gli scogli e le onde, restava un ricordo lontano. Ero abbastanza grande per capire quando tentasti ancora di fuggire dai tuoi pensieri oscuri e trangugiasti un tubetto di sonniferi con una bottiglia di pessimo rum. In un bianco letto d'ospedale si ripeteva la solita scena davanti ai miei occhi, mi vergognavo ed ero piena di rabbia, ti odiavo, perché ancora una volta avevi tentato di lasciarmi, pensavo che di me non ti importasse niente e non capivo come mai non sapevi apprezzare il dono della vita.  

Cara mamma, ricordo come fosse oggi il giorno che sei uscita dall'ospedale. Non succederà più, ci dicevi. Ma io lo sapevo che non era vero, mentivi a te stessa e lo sapevi bene, per un po' di tempo avremmo fatto la solita vita, ma poi ci saresti ricaduta, perché tu sei fatta così, non puoi cambiare.  

Un giorno attendevamo la guagua per andare al mare, mia sorella sorrideva e io le annodavo le trecce dei lunghi capelli. Tu ci guardasti e d'un tratto vidi quello sguardo di terrore dentro i tuoi occhi che ormai conoscevo bene. Compresi che eri in pericolo e quando vidi che ti volevi gettare sotto le ruote della guagua ti fermai per un braccio e cominciai a gridare forte, ché io ero piccolina e non ce la facevo a tenere la tua mano. È stato in quel momento che ti sei girata, hai cominciato a piangere, e io non la volevo vedere la mia mamma che piangeva, ero io la bambina, ero io che dovevo piangere, mica tu. Ricordo che ti ho sgridata forte come fa una madre con una figlia capricciosa e ti ho detto che non serviva a niente piangersi addosso, che lo sapevo pure io che la vita era dura, ma c'eravamo anche noi e non potevi lasciarci sole. Per noi due eri importante. Eri nostra madre. Tu mi guardavi negli occhi con la bocca spalancata, forse eri stupita che una bambina di nove anni ti potesse dire quelle parole, mia sorella piangeva forte, singhiozzava piena di spavento, la gente si era accalcata intorno a noi e ci osservava, i commenti si sprecavano e io ero piena di vergogna.

Tu non puoi capire, mi dicesti quando fummo a casa.

Hai ragione, cara mamma. Non potevo capire come mai una madre potesse odiare così tanto la vita e i suoi figli. Non potevo capire che tu volessi scegliere la via più facile per non prenderti le tue responsabilità. Non potevo capire perché mi volessi abbandonare. Perché io ti amavo. Però da quel giorno è accaduta una cosa incredibile. Ti sei affidata a me e ogni volta che parlavi e mi spiegavi quello che non andava nella tua mente affollata di dubbi e incertezze, ti infondevo coraggio. Poi è capitato il dolore più grande: la morte di mio padre. Lui era il nostro punto di riferimento, la persona più forte, l'uomo che ci dava coraggio quando a tutti mancava. Lo trovammo impiccato in ospedale al gancio della doccia. Era un uomo speciale, mio padre. Non aveva paura di nessuno. Un rozzo contadino orientale dalle mani grandi e callose che non poteva sopportare di morire soffrendo. Un male terribile che covava dentro ebbe la meglio. Ricordo il tuo volto scavato dal pianto e le rughe come segni per lacrime infinite che non avevi più la forza di versare. Ricordo un periodo terribile di miseria e di stenti, la vita in campagna in una capanna di legno e fango, noi tre da sole, povere, senza una vera casa, soprattutto senza un uomo come mio padre a fare da guida.

Impicchiamoci anche noi e facciamola finita, dicesti un giorno.

Se volete farlo siete libere - risposi - io voglio vivere.

Ricordo il tuo sguardo affranto, poche parole, singhiozzi e lacrime.

Per te questa è vita, figlia mia... Siamo in strada senza un soldo, senza nessuno che ci aiuti…

Sì che era vita, cara mamma, perché la vita è pure questo, è anche dolore, sofferenza, angoscia, ma stai certa che dopo la notte spunta sempre il giorno e finita la tempesta arriva il sereno. Non ho mai creduto in niente, sono come mio padre. Non credo nel comunismo e non credo in Dio. Però amo la vita e voglio viverla fino in fondo, ché una soluzione esiste sempre se non ci diamo per vinti. Tu lo sai bene che anche quella volta ce l'abbiamo fatta, che ne siamo venute fuori tutte e tre insieme, che ne abbiamo passate di avventure, ma hanno sempre avuto un lieto fine. Nel buio più profondo c'è sempre uno spiraglio di luce e quando tutto sembra perduto non è mica vero, l'importante è non arrendersi e cercare l'angolazione giusta dalla quale osservare il futuro, ché il futuro esiste, cara mamma, basta volerlo vivere…

Per questo oggi sono qui che piango e mi addolora ancora di più sapere che non ce l'hai fatta. Tu non hai voluto viverlo questo futuro e io non ho potuto fare niente per impedirlo. Osservo i tuoi occhi dentro la bara di legno e penso che stai montando uno di quei cavalli con la criniera bianca che mi raccontavi da bambina. Loro salvano le anime dei morti dalle profondità del mare, ma tu corri veloce verso il tramonto mentre il vento diffonde profumo di salmastro e confonde i tuoi capelli nella flebile luce della sera.  

 

 

 

 
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