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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La Maschera di Andrea Franco 17/11/2006
 

La Maschera

 

 

Fece un altro passo e si fermò.

Guardò davanti a sé la strada che serpeggiava continuando la lieve salita, abbracciata da rovi di more e nodosi alberi scheletrici. Respirò rumorosamente, cercando di richiamare tutta l'energia di un tempo. Ma non ce n'era traccia, tutto era scivolato via da quel vecchio corpo lasciato a morire tra la pelle avvizzita e dura come il cuoio. Si asciugò il sudore dalla fronte con la manica della camicia e, socchiudendo solo un istante gli occhi, riprese a mettere un passo avanti all'altro.

Prima di lasciare cadere di nuovo il braccio lungo il corpo, con i polpastrelli sfiorò il segno cicatriziale che aveva sulla guancia. Era lì da oltre quarant'anni. Lo sfiorava ogni giorno, ricordando, annegando nella storia della sua vita. Non poteva cancellarlo. Non poteva e non voleva, oramai lo aveva capito da molti anni. Inutile cancellare un segno che porti dentro l'animo. Lì nessuno può toglierlo. È possibile celarlo, camuffarlo. Cancellarlo, no. Anche volendo.

C'era ancora poco da camminare. Fissò la curva successiva che nascondeva la cima di quella collina abbandonata tra due valli deserte. Dopo una decina di passi dovette fermarsi di nuovo a riprendere fiato, a far calmare i battiti di quel cuore vecchio e asciutto. Nella sua testa rimbalzavano immagini di altri tempi e si mescolavano beffarde alla persistente idea di redenzione. Quando sembrava aver trovato la via giusta per cancellare parte di quel dolore sordo che sentiva alla base dello stomaco ecco che riemergeva un volto, un urlo, una sensazione che faceva tabula rasa e lo rigettava indietro sullo sterco del suo passato.

Strinse i denti e mosse ancora un passo. La cima della collina era a pochi metri. Il dolore era dietro l'angolo. Il suo dolore e anche un altro, più forte, più assurdo, che non riusciva a non fare proprio.

Signorsì, signore! Sentiva gridare nella sua testa. Quante volte lo aveva detto? Non ricordava quante volte ci aveva creduto. Ma erano tante, troppe. Sì, ci aveva creduto.

 

– Potremmo fuggire – disse Marco, fissandola con intensità.

Emanuela scosse la testa e gli occhi si colmarono di lacrime. – Sarebbe inutile – disse.

Marco la afferrò per le spalle e la costrinse a fissarlo negli occhi. Una lacrima le scivolò lungo il volto. – Dobbiamo provare. Dobbiamo perlomeno fare un tentativo.

Per un istante lei non disse nulla, combattuta. L'amore che provava era così intenso che avrebbe voluto avere un po' della determinazione del ragazzo. – Mi verranno a prendere – disse quindi, sempre stretta nella presa di Marco.

– E allora ci troveranno insieme – decise lui.

Emanuela non resistette oltre e le lacrime scesero senza un freno. Riprese a scuotere la testa. – Tu puoi salvarti e…

– Io non ho nessuna intenzione di salvarmi da solo, lo capisci?

– Tu puoi salvarti – ripeté ancora la ragazza, la vista annebbiata dal pianto. – Porta il nostro amore nel tuo cuore e…

– Lo porteremo davanti al plotone d'esecuzione, se necessario. Insieme, mano nella mano.

Per alcuni secondi nessuno dei due disse nient'altro. Emanuela sembrava quasi stordita dalle parole di Marco, dalla sua decisione di affrontare insieme quello che solo lei avrebbe altrimenti patito.

– Ti amo – sussurrò, la voce tremula.

Marco rispose annuendo e stringendola in un forte abbraccio.

– Tu puoi salvarti – sussurrò ancora, ma senza più convinzione. Lei avrebbe preso la stessa decisione. Da soli, non c'era salvezza. Si sarebbero persi in un vortice di disperazione. Insieme c'era solo la morte. In quel caso sembrava il male minore. Lo era senza dubbio.

 

Quando vide la lastra di pietra il cuore sobbalzò nel petto.

La vedeva ogni giorno nella sua mente e si stupì nel constatare che l'immagine era perfettamente corrispondente alla realtà. Il tempo di solito annebbia, sfuma, distorce. In quel caso era stato crudele con lui. Si era fermato e l'immagine di quella pietra liscia e piatta era impressa nella sua mente come se per tanti anni l'avesse avuta sempre davanti agli occhi, quelli veri, non della mente.

Provò a volgere lo sguardo altrove, ma senza riuscirci. Non c'era nient'altro che quella pietra, grigio scuro, con macchie rosse invisibili, impresse nella memoria.

Rosso sangue. Rosso vergogna. Rosso rabbia.

Il Rosso era il colore del nemico. Lì era ovunque, ma c'erano passati loro, soprattutto. Lì il Nero non aveva impresso la sua forza. Solo Rosso. Vincente sconfitto.

Finalmente riuscì a fissare l'albero alla sua destra. Gettò un'occhiata a terra per cercare qualcosa che non poteva più esserci. Davanti a lui, nel terreno molle, provò a distinguere le impronte degli anfibi. Nella sua mente c'erano. Mischiate a urla svanite da tempo e risate beffarde.

C'erano davvero troppe cose nella sua testa. Forse era per questo che sentiva quel pulsare continuo alle tempie a ogni battito del cuore.

Sì, è per questo motivo. Certamente, signore! Signorsì.

Sentì le gambe molli. Respirò a fondo e cercò di restare in piedi.

Siamo uomini o cosa? Non voglio femminucce tra i miei soldati, chiaro?

Attese per far calmare il giramento di testa e infilò una mano nella tasca del gilet che indossava sopra la camicia. Strinse la mano attorno al metallo freddo e questo lo scosse. Tirò indietro le spalle, inorgogliendo la posa.

Signorsì, signore! Uomini duri! Soldati del Duce!

Non riusciva a mandare via la voce.

Era lì ogni istante. A ricordare. Lo beccava. Inquisitoria.

Ci aveva creduto davvero troppo.

 

– Stanno arrivando, signore – annunciò il caporale Leoni, continuando a sbirciare lungo il sentiero che scendeva a valle. Il tenente Lombardi annuì e sul volto si disegnò un sorriso storto.

– Fatevi di lato – disse quindi l'ufficiale – non devono vederci fino all'ultimo.

Leoni e il soldato Baldini si mossero rapidamente e dopo pochi secondi il sentiero era di nuovo deserto. Il tenente si piazzò dietro un grosso albero dalla corteccia scura e serrò le mani con forza sul fucile. Erano parecchi giorni che stava seguendo quella puttanella ebrea e adesso quella voleva fargliela proprio sotto il naso. L'ordine per la retata non sarebbe arrivato prima di dieci giorni e quello sembrava il pretesto giusto per dare un po' di divertimento alla truppa. E a se stesso.

Merdoso – bisbigliò all'indirizzo del ragazzo che stava salendo verso la cima della collina insieme alla giovane ebrea.

Farai la sua stessa fine, pensò.

I suoi ragazzi nei giorni passati avevano capito che c'era qualcosa che non andava. La ragazza era ebrea, sì, ma soprattutto era un gran bel bocconcino. L'ideale per qualche minuto di divertimento. Tutti le tenevano gli occhi addosso, in attesa del momento giusto per un po' di goduria.

E quel pidocchioso adesso voleva fuggire con la sua puttanella ebrea. Che modo idiota per morire.

Li sentì arrivare dal rumore dei passi sul terreno e dai loro respiri affannosi. Stavano correndo verso la loro fine, ma non potevano immaginarlo.

Quando furono solamente a una decina di metri, il tenente uscì da dietro l'albero e puntò il fucile verso di loro, all'altezza del petto.

I ragazzi si immobilizzarono, mano nella mano, i petti che facevano su e giù per la fatica di respirare. Dietro di loro comparvero il caporale e il soldato, a chiudere la via di fuga.

– Sorpresa – gracchiò l'ufficiale, alzando un po' il fucile.

– Cosa volete? – azzardò il ragazzo, muovendo un passo di lato per mettersi tra la ragazza e l'arma.

Il tenente scosse la testa. – Sono io che faccio le domande – spiegò serafico. Alle loro spalle si sentirono le risa divertite dei due soldati.

– Dove stai portando l'ebrea?

– Ha un nome e… – provò a ribattere il ragazzo.

– Silenzio! – gridò il tenente, facendo scattare la sicura del fucile. Il suono metallico dell'arma echeggiò nell'aria secca della sera. – Ho chiesto: dove stai portando l'ebrea? Non vorrete mica fuggire, vero? Cosa sono quegli zaini sulle spalle? – Il tenente si avvicinò di due passi e si fermò a un metro dai ragazzi, la canna del fucile sfiorava lo stomaco del ragazzo.

Nessuno rispose e il silenzio venne rotto ancora dalla risata sguaiata del caporale.

– Che schifo di uomo sei? Che italiano degenere? Un'ebrea? Puah! – L'ufficiale sputò a terra, sui piedi del ragazzo, che non si mosse, quindi con un cenno del capo si rivolse ai soldati fermi dietro la coppia.

Il caporale Leoni e il soldato Baldini misero i fucili a tracolla e si avvicinarono al ragazzo, afferrandolo per le spalle. Con un gesto brusco questi reagì e provò a divincolarsi. Un istante dopo i due soldati cercavano di avvinghiarlo e tenerlo fermo, ma il ragazzo di dibatteva con ostinata disperazione. Il tenente Lombardi osservava la scena senza dire nulla, sempre con un ghigno malefico stampato sul volto. Anche la ragazza era immobile, le braccia incrociate sul petto, gli occhi due fessure strettissime, colme di lacrime.

Il ragazzo riuscì per un breve istante a liberarsi con uno scatto improvviso. Assestò un colpo al volto del caporale e lo ferì con le unghie, lacerandogli al pelle. Leoni gridò e nonostante il sangue che colava sulla guancia, trovò la grinta necessaria per assestare una ginocchiata violenta ai reni del giovane. Questi gridò e si accasciò pesantemente al suolo, senza più la forza per reagire.

– Prendete la corda – ordinò il tenente.

– Signorsì – si affrettò a rispondere il caporale, mentre si tamponava la ferita con la manica della divisa. Il soldato Baldini prese una corda spessa e lunga da uno dei loro zaini tattici e la passò al caporale. Alzarono di peso il ragazzo e lo avvicinarono a un grosso albero a due metri di distanza, poggiandolo con la schiena sulla corteccia ruvida. Prendendolo con forza alle spalle lo costrinsero ad alzare la testa e passarono la corda intorno all'albero, facendo il giro intorno al collo del ragazzo, che cominciò a soffocare e a tossire.

In quel mentre la ragazza scattò verso di loro, ma il tenente reagì prontamente e con uno spintone la scagliò a terra. Mentre i soldati tenevano sotto tiro il ragazzo, paonazzo e con gli occhi iniettati di sangue, l'ufficiale si chinò sulla ragazza e con uno strattone la sollevò da terra. Dietro di loro, dall'altro lato del piccolo sentiero c'era una lastra di pietra scura, piatta. La trascinò di peso e la lasciò cadere di nuovo a terra.

– E adesso vediamo la puttanella ebrea cosa sa fare – disse a voce alta per essere sicuro che il ragazzo sentisse. – Per convincere un fiero italiano a fuggire con te devi essere davvero brava.

D'improvviso la schiaffeggiò, facendola gridare. Il labbro della ragazza si squarciò e cominciò a sanguinare, insozzando la camicia giallognola che indossava. Il tenente si chinò su di lei e la afferrò per il colletto.

– Ti sporcherai tutta – le sorrise, tartareo – meglio togliersi i vestiti. – Tirò con forza e strappò la camicia facendo saltare i bottoni. La ragazza provò a coprirsi ma ottenne solo un altro ceffone, quindi desistette. L'ufficiale le abbassò il reggiseno e la palpeggiò con la mano che non reggeva il fucile.

– Davvero ne valeva la pena – disse. – Ma di scoparti, non di farsi uccidere! – alzò la voce sul finire della frase. Sentiva il ragazzo gemere. La corda lo stringeva al collo e a mala pena riusciva a respirare. I soldati alle sue spalle stavano in silenzio, le armi puntate contro il ragazzo, inerme.

L'ufficiale poggiò la sua arma a terra e si chinò di nuovo sulla ragazza. Con movimenti bruschi le strappò tutti i vestiti, poi, senza smettere il sorriso, si aprì i pantaloni.

 

Leoni si inginocchiò a un passo dalla pietra levigata. Avrebbe voluto piangere, ma non ne era mai stato capace.

– Sto morendo – disse, parlando al volto di quaranta anni prima che ancora aveva impresso nella mente. – Ma me ne vado in modo umano. In un modo che è troppo clemente per quello che abbiamo fatto. Per quello che ho fatto.

Signorsì, signore! La fotto anche io la puttanella

– Vorrei dirti che mi dispiace. Vorrei davvero dirti che l'ha fatto una parte di me che non c'entrava nulla con quello che davvero sono. Potrei parlare ore e ore e non farti mai capire, non farvi mai capire, quello che mi porto dietro da quel giorno.

Smise di parlare alcuni secondi. Non era sicuro nemmeno lui di quello che voleva dire.

– Avevamo degli ordini. E delle gerarchie, ma non è questo, davvero. L'uomo non fa tutto quello che deve fare, ma semplicemente tutto quello che riesce a sopportare o a trovare anche minimamente giusto. Se l'ho fatto è per questo. Il limite di quello che potevo fare era qualche passo più in là, altrimenti mi sarei fermato. Altrimenti non ci avrei messo quarant'anni a tornare qui. E solo adesso che sono malato. Adesso che sto morendo, da solo, come il cane che sono.

Forza caporale, è così che ti sbatti la tua donna? Ecco perché è sempre in cerca di uomini veri!

– Non è una questione di Ideologia. Non lo credo più. Che cos'è l'Ideologia? Credere in qualcosa di Grande e Giusto? Ma Grande e Giusto per chi? È solo una Maschera, il fascismo, e quel giorno l'avevo in volto per coprirmi, per avere un alibi. Viva il Duce. No, davvero, grazie. Era solo finzione, un gioco delle parti in cui bastava coprirsi il volto per fare finta di non essere se stessi. Ero io, quel giorno. Ero il fascista. Ma era solo una scusa. A volte le ideologie sono semplicemente delle ciniche scuse per essere quello che siamo veramente.

Bravo caporale… lo vedi che anche gli ebrei servono a qualcosa, caporale?

Leoni infilò di nuovo una mano nella tasca del gilet, ancora in cerca del freddo metallo. Tirò fuori il coltello. Lo fissò con sguardo opaco, rigirandolo tra le mani.

Forza caporale, adesso viene il bello. Lo sai come si uccidono le galline? Lo sai caporale?

– Oggi è troppo tardi per tornare indietro. Abbiamo perso. Tutti noi con la Maschera… che abbiamo recitato la parte di noi stessi fingendo di non esserlo. Ha vinto il tuo sangue. Rosso, come Rosso era il nostro nemico. Anche lui una Maschera ignobile. Adesso che sto morendo, capisco che alla fine vince solo chi non prende parte al gioco. Giù la Maschera Nera. Giù la Maschera Rossa.

Strinse forte la mano intorno all'impugnatura del coltello e con un colpo secco affondò alla base dello stomaco, quindi tirò verso il basso, facendosi largo tra le budella.

Bravo caporale! Anche lei ha il sangue rosso, ma non ci facciamo ingannare.

– Giù… Oggi la tolgo e… ah… non cambia niente… sono sempre io… anche se il Duce non mi sorride… non ti sto rinnegando, Signore… ma… ah… non è per te che l'ho fatto… non era fascismo… è l'uomo, è una Maschera… l'Ideologia non sopravvive senza il fanatismo… Rosso… anche il mio sangue è rosso, giovane ragazza senza nome… Duce, il mio sangue è rosso…

Si chinò a terra, poggiando il volto sulla pietra piatta e scura, imbrattando di sangue laddove decenni prima altro sangue aveva lasciato il segno.

– Era… una Maschera… no, scusa… ero io… signorsì, signore. Ci credo ancora, eccome.

 

 
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