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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Le farfalle muoiono nel cielo, di Fabrizio Manini 20/04/2007
 

LE  FARFALLE

MUOIONO  NEL  CIELO

 

 

L'estate era veramente torrida, ma a Lorenzo gliene fregava il giusto. Anzi, gli sembrava quasi di star meglio in campagna che non in quella cloaca di metropoli dove il sole ti bombarda il cranio, dove devi girare in giacca e cravatta anche a quaranta gradi e l'asfalto si scioglie sotto le inutili suole di altrettanto inutili scarpe da trecento euro.

Seduto in veranda, su quel dondolo compagno di antiche memorie e muto ascoltatore di conversazioni con i suoi genitori, era lì dalla sera prima e guardava davanti a sé; oltre il prato riarso, dopo la staccionata, più in là dello sterrato, alla fine del campo di grano, dove lo sfondo tremola e sbiadisce nel cielo. Era la prima volta che riusciva quasi a non pensare, ma ora sapeva che nessuno l'avrebbe interrotto per tutto il tempo che voleva. La sensazione più sorprendente che potesse provare lo stava dominando appieno fin dalla mattina, caldissima già sul far dell'alba. La testa completamente svuotata da tutto ciò che è inutile, vale a dire la villa con piscina, il macchinone, il conto in banca, i viaggi intercontinentali, la gnocca, la collezione di francobolli, il frigo sempre pieno, quattro televisori al plasma, sistema home theatre ultimo grido, il tavolo da biliardo e l'impianto di condizionamento. Neanche quest'ultimo, con la calura assurda di questi giorni, ricordava con un po' di nostalgia. Tutto sembrava medioevo e Lorenzo faceva ogni sforzo affinché lo diventasse.

La casa non era troppo malandata. Suo padre e sua madre l'avevano abitata fino a qualche tempo prima, prendendosi cura di quelle mura ormai silenziose e di quelle stanze troppo vuote per ricordarle con un sorriso.

“Che bello essere tornato qui. Hanno fatto di tutto per non cambiare nulla” pensava. Ma ogni accenno di soddisfazione si tramutava all'istante in malinconia e l'inquietudine era la padrona di ogni cosa. E in effetti i cambiamenti da quando correva bambino sulle quelle strade polverose, e cascava, e si sbucciava le ginocchia ma quasi non ci badava e continuava ad andare, a ridere, a gridare, a sudare, erano ridotti all'osso.

Solo la scomparsa dei suoi vecchi aveva cambiato il luogo. Inevitabilmente. Inesorabilmente. Ora dominava il silenzio. Un silenzio espanso, ovunque, quasi insopportabile, che si perde a ritroso negli anni e sembra puntare il dito verso qualcuno che a suo tempo non ha fatto abbastanza. Non c'era più suo padre che martellava sul legno per costuire altalene o per aggiustare il recinto o per sistemare la porta del granaio; non c'era più nemmeno sua madre che lo chiamava dal portico di casa quando era pronto in tavola. Non c'erano più neanche il rumore di corse, le sue grida, i suoi lamenti per le ginocchia sbucciate.

C'era rimasto il frinire delle cicale, il canto dei grilli, il cinguettio degli uccelli, il volo delle farfalle. Già, perché Lorenzo le sentiva volare. Ne osservava i movimenti, ne percepiva le intenzioni. Ogni volta che poteva si sdraiava all'ombra dei faggi e trascorreva ore a guardarle muovere nel cielo, a giocare con quegli spostamenti repentini, a immaginare di poterle emulare. Voleva agire come loro, voleva essere come loro, voleva esistere come loro e non sopravvivere come invece si era sforzato di fare fino a quel momento. Le farfalle erano il suo alter ego, la sua più recondita speranza di reincarnazione che albergava negli infiniti recessi della sua ingenua innocenza di bambino. Un desiderio-chimera mai confidato ad alcuno, ma sempre coltivato nell'affascinata contemplazione di quello splendore alato che si muoveva nella bellezza cangiante delle sue forme sinuose.

Una sera tornando a casa chiese: “Mamma, papà, anche le farfalle muoiono? E come fanno? Io le ho sentite sempre volare!”

I suoi, colti un po' alla sprovvista, gli dettero una risposta da genitori: “Si, Lorenzo, tutti gli esseri viventi muoiono, così accade anche per le farfalle; esse si spostano veloci da un luogo all'altro, quando hanno visto tutto ciò che potevano o quando non trovano più niente di bello allora decidono di morire”.

Lorenzo ascoltò in silenzio e dopo aver mangiato andò a letto. Però continuava a pensare a quel che i suoi gli avevano detto. La risposta era un po' sibillina ed egli ne aveva colto il significato in maniera distorta. “Che cosa vuol dire che decidono di morire? Gli animali sanno che cosa è il suicidio? Anche quelli così incantevoli e così indifesi? Perché dovrebbero voler togliersi la vita?” Questi interrogativi lo fecero rimanere sveglio a lungo, ma alla fine prevalse la stanchezza.

I giorni e i mesi seguenti Lorenzo li trascorse come tutti gli altri, correndo, giocando, ma pur sempre con una certa inquietudine nel cercare risposte che lo soddisfacessero di più.

Anche i tempi della scuola non cambiarono di molto le sue abitudini. Appena poteva, eccolo correre per i campi, sdraiarsi all'ombra dei faggi, disegnare con le dita i movimenti delle sue amiche e volteggiare nel cielo insieme a loro. Lì, nel mezzo alla campagna le farfalle c'erano tutto l'anno e Lorenzo non si stancava mai di quella compagnia. La sua passione per queste complici silenziose e incapaci di difendersi si assopì quando dovette abbandonare la sua fattoria per andare in quella cosa che chiamano università per fare poi in seguito l'arrogante presuntuoso indisponente burocrate di un istituto di credito.

Ma in lui era rimasta la sua campagna, con i suoi grandi spazi, i faggi ombrosi, i mille suoni delle stagioni, le corse a perdifiato, il ricordo dei suoi vecchi e soprattutto i voli delle sue farfalle. Amori per un certo periodo soffocati che stavano riemergendo inarrestabili e incontrollabili in tutta la loro volontà di ricordo e di predominio.

Quando gli dissero che i suoi non c'erano più Lorenzo capì tutto. E capire metà della propria esistenza nel giro di qualche secondo è un massacro. All'improvviso iniziò a vedere quel che aveva interrotto venti anni prima, quel che gli era stato portato via dal sistema, forse anche con la sua complicità. Ma soprattutto decise di riprenderselo a qualsiasi costo. L'unico pensiero che lo accompagnava erano le parole dei suoi genitori che riecheggiavano incessanti nella mente. Lui, che senza un vero motivo si era sempre spostato veloce da un luogo all'altro, che aveva visto tutto ciò che poteva e che non aveva trovato più niente di bello, decise di volteggiare come una farfalla.

 

 

 

 

 
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