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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Serata a teatro, di Milvia Comastri 26/04/2007
 

Serata a teatro

 

Se avesse potuto leggere i giornali che uscirono nei giorni successivi, se avesse potuto seguire i media che per alcune ore si accanirono morbosi sulla notizia, forse, per una volta, avrebbe sorriso di soddisfazione.

 

La maschera la lasciò all'ingresso del palco. Amneris fece scivolare una banconota nella mano dell'uomo, poi si chiuse la porticina alle spalle. Dalla platea saliva il brusio degli spettatori, accompagnato dai suoni frammentati e stridenti dell'accordatura finale degli strumenti. Le quattro poltroncine erano vuote, ma ad Amneris sembrò, per un attimo, di scorgere una nuca appoggiata rigida allo schienale della poltrona di destra. Ma era solo la sua immaginazione, lei lo sapeva bene. E poi aveva comprato lei stessa tutti e quatto i biglietti.

Appoggiò la borsa per terra e si sedette nella solita sedia, quella di sinistra, proprio di fronte, in linea d'aria, alla parte centrale del palcoscenico.

 

Quando, settimane prima, aveva visto la locandina che annunciava la rappresentazione del “Gianni Schicchi” si era sentita fremere. L'aria, quell'aria, le era subito dilagata dentro, sommergendola. O mio babbino caro…Il  soprano che avrebbe impersonato Lauretta non poteva certo essere né la Price né tanto meno la Callas, ma non aveva poi molta importanza. Era il brano musicale che contava.

 

Era stata la musica operistica la colonna sonora della sua vita. Della sua e di quella di suo padre. Altre melodie erano bandite, in quella casa. Non aveva mai chiesto, a lui, se anche la madre amasse l'opera. Anche parlare della madre era bandito. Amneris lo aveva saputo dalla Tonia che sua madre se ne era andata via quando lei aveva due anni. Con un negro, le aveva detto la domestica, guardandola con occhi in cui pena e malizia sembravano alternarsi.

Amneris aveva allora otto anni. E da qualche mese le sue notti erano cambiate. Il suo sonno era diventato non più un riposo, ma un luogo nel quale aveva cominciato a perdersi.

 

Le luci si erano spente. Il palcoscenico aveva preso a vivere. Ma la donna sembrava non essersene neppure accorta. Non era lì, in quel palco di quella piccola città di provincia, con quell'odore di muffa che impregnava i velluti delle poltrone, con la musica che abbracciava gli stucchi, il grande lampadario, i tendaggi. No, non era lì. Amneris sarebbe uscita dal sogno, o dal quella sorta di incubo, solo quando Lauretta avesse cominciato a cantare quell'aria:

 

O mio babbino caro,

mi piace è bello, bello;

vo' andare in Porta Rossa

a comperar l'anello!

 

Solo allora avrebbe agito.

 

All'inizio erano state carezze. Non troppo diverse da quelle che lui le faceva sulla testa, sul volto, quando lei tornava da scuola, o quando, seduti sul divano, ascoltavano musica. Più intense, forse, più insinuanti. Ma la cosa che lei non capiva, ma che viveva come una bella sorpresa, era che lui la venisse a svegliare, che si infilasse nel suo letto. E non capiva anche come mai, nella villetta - è così tardi, non disturberemo i vicini?–, echeggiasse la musica: sempre quella. O mio babbino caro… L'aria finiva e poi ricominciava, come quando a scuola lei e i suoi compagni recitavano la tabellina del 9, che era quella più difficile. Lui le aveva detto che il personaggio dell'opera era una bella fanciulla e che si chiamava Lauretta. E aveva preso a chiamarla così, Lauretta. A lei piaceva, quel nome. Il suo, Amneris, non lo aveva mai amato. E poi lui aveva un tono così affettuoso, mentre lo pronunciava.

Lauretta, la mia bimba, il mio fiore, aveva detto. Sono il tuo babbino, il tuo babbino caro. E le aveva sfilato la camicina, e poi aveva acceso la luce, ed era uscito dal letto, e aveva preso a spogliarsi, in fretta, buttando i vestiti sul pavimento, ed era rimasto nudo, e lei aveva visto qualcosa che non capiva, qualcosa di scuro, minaccioso, come se una bestia si fosse appollaiata lì, fra le gambe di suo padre.

Poi lui era rientrato nel letto.

 

La melodia stava per cominciare. Amneris si chinò e prese la borsetta. Tirò fuori la bottiglietta d'acqua, e la piatta scatoletta di cartone. Erano 24 pillole, sarebbero state sufficienti. Dovevano essere sufficienti. Sufficienti per cancellare la vergogna, per azzerare in pochi minuti tutti quegli anni sporchi, tutte quelle notti in cui lei aveva acconsentito, senza avere la forza di proteggere il suo corpo. Per perdonare a se stessa di non averlo odiato, il suo babbino caro. Le sfuggì una sorta di risatina: lo vide come l'aveva lasciato, un'ora prima. Una macchia rossa che gli si allargava sulla vestaglia, il corpo che scivolava lentamente sul pavimento, non più tenuto dai supporti della sedia a rotelle. La pistola, lei, l'aveva lasciata vicino al registratore acceso. Lauretta, attraverso la splendida voce di Leontyne Price, invocava, per l'ultima volta, la sua supplica al  suo babbino caro.

 

L'applauso scoppiò, quasi un boato. La giovane soprano si inchinò al pubblico. Qualche spettatore, nei palchi, si alzò in piedi, per manifestare meglio il proprio entusiasmo.

“Addio, Lauretta. “, sussurrò Amneris. Gli occhi le si chiusero. Aveva freddo, ma sapeva che, fra poco, sarebbe stata finalmente bene.

 

 

 

 

 
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