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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  A vedere il colore del mare, di Annalisa Ferrari 26/04/2007
 

A vedere il colore del mare

 

 

Teneva le mani nella tasca della giacchetta e la testa bassa, e intanto provava a figurarsi quel posto dove la terra finisce e l'acqua non finisce mai.

Il cielo era azzurro, quel giorno, un azzurro come quello che usava lui e il professore diceva: “Insomma, Tozzi, non sei mica più alle elementari, rifare. Lui non capiva perché l'azzurro andava bene alle elementari e non andava più bene in prima media, ma non diceva niente e rifaceva. Uguale. Tanto al professore non importava e andava a dire “bravo” a Mattia, che sul foglio faceva il cielo con il bianco, il rosa e di azzurro poco, pochissimo; e il mare con il verde, il  bianco e solo un po' di blu, e il professore diceva “bravo, Mattia” e l'ora era finita.

Una volta aveva chiesto a Mattia perché faceva il mare verde, se era blu.

“Ma dai! Non hai mai visto il mare?”

“No, – voleva rispondere lui – ma so dove Vittorio della cascina grande ha nascosto la roncola e qualche volta la prendo e faccio il pirata di Mompracem”.

Però non aveva detto niente. Dietrofront e zitto, per non vedere il sorrisetto di quello là. Per non sentirlo andare in giro a dire che il Sandrino non aveva mai visto il mare.

Per sicurezza, alla sera, aveva chiesto alla mamma di che colore era il mare. Lei non si era girata nemmeno, lavava i due piatti e le quattro posate e aveva risposto, in fretta: “Blu, di che colore vuoi che sia? Metti il pigiama.

Lui era stato zitto. Era un gran maestro nello stare zitto. Alla fine, però, gli era venuto un dubbio e aveva domandato ancora: “Ma tu l'hai visto il mare, mamma?”

La spugna dei piatti si era fermata, poi aveva ripreso ad andare su e giù: “Sì che l'ho visto, che domande fai? Vai a letto, adesso, ti ho messo la boule, ché stasera fa ancora freddo”.

Fine del discorso marinaro.

Il problema rimaneva, però. Di che colore era il mare?

 

Due giorni prima la professoressa di geografia era entrata con un'asta ancora più lunga di lei. Aveva cavalcato fino in fondo all'aula, con gli occhi in fuori e l'asta sotto il braccio, che a lui sembrava l'Orlanda Furiosa e quasi gli scappò da ridere. Poi si era messa a battere la punta sulla carta geografica e a mugolare: “Cosa c'è qui, eh? Cosa c'è?”. Erano tutti attorcigliati per guardare dietro cosa c'era e vedevano la solita carta dell'Italia, con il mare un po' azzurro e un po' blu (verde, dunque, non ce n'era nemmeno lì).

Per fortuna Angelo alzò la mano e tutti seppero che là, sulla carta, c'era la Lombardia (sai che novità), che è la nostra regione e qui c'è tutto, ma proprio tutto, gridava la professoressa Rocca, i monti, le colline, i fiumi, i laghi, la pianura, tutto!

“Non c'è il mare, professoressa.” La voce che aveva parlato era proprio la sua, era uscita prima che il suo cervello gli facesse cambiare idea. “Non c'è il mare. aggiunse piano.

“Eh, già, già, – bofonchiò lei, e lo guardò un po' sorpresa – il mare non c'è, ma non fa niente, bambini, c'è tutto il resto! E il mare è vicino, guardate, ci si arriva in un attimo!”.

Si girò e tornò di nuovo alla carta e batteva l'asta di su e di giù e cominciò a spiegare, e a saltare, Alpi Orobie (giù), Alpi Retiche (su), lago di Garda (saltino a destra), e di Como (a sinistra). Lui, Sandrino Tozzi, non l'ascoltava. Guardava la carta e misurava. Era difficile, così, a occhio, ma se la Rocca aveva detto che in un attimo ci si arrivava, al mare, capace che fosse vero.

A mezzogiorno, a casa la mamma non c'era: al giovedì andava a servizio dalla vedova Biancardi. Niente pranzo, dunque, solo la pastasciutta fredda con un piatto sopra per via delle mosche. Si era seduto e aveva visto quel rettangolino di cartone: c'era una ragazza sopra, con una camicetta bianca e una fila di bottoncini che non finiva più; una mano stava davanti perché il sole era forte, si capiva da come strizzava gli occhi, intanto che rideva. La ragazza era la mamma, che adesso non rideva più così, ma lui l'aveva riconosciuta dalla camicetta, perché la metteva ancora, anche se i bottoncini non erano più tutti uguali e nemmeno i capelli. Dietro la mamma, il mare, guarda un po'. Un bel mare grigio chiaro e grigio scuro.

Era sempre da capo: di che colore era, davvero, il mare?

 

Quel venerdì si era svegliato presto. La mamma l'aveva guardato un momento, ma non gli aveva chiesto niente. Ad ogni buon conto, le aveva detto:

“Ho compito in classe, devo ripassare”.

“Sta' attento, e non copiare, mi raccomando” aveva risposto lei.

“Oggi poi vado a studiare da Giuseppe” aveva aggiunto subito Sandrino.

Lei annuì:

“Fa' il bravo, eh?” e chiuse piano la porta.

Lui aspettò, per essere sicuro che fosse almeno uscita dal vicolo. Andò a tirar fuori da dietro il letto la sporta, si sedette per terra e controllò i soldi delle mance, il pane burro e zucchero, e il libro. Uscì in ritardo, con il sacchetto ficcato dentro la cartella, perché la signora Teresa era sempre in cortile a quell'ora, a tirar giù l'acqua dalla pompa, e se vedeva qualcosa di strano era peggio di Sherlock Holmes. Fuori dal vicolo, girò a sinistra e via di corsa a scuola. Portone chiuso. Gli toccò chiamare il bidello e incontrare il Preside,  che girava nel corridoio. Quando lo vide, alzò gli occhi al cielo e non si fermò nemmeno a fargli la paternale. Uno scappellotto e gli disse sospirando:

“Vai, vai, Tozzi, dì che ti ho mandato dentro io”.

Meno male che la professoressa della prima ora, e anche le altre, lo lasciarono in pace tutta mattina.

All'uscita, Giuseppe lo raggiunse:

“E allora?”

“Allora vado.”

“Ma dove?”

“Non te lo dico. Così se ti torturano non puoi dire niente lo stesso. Mi tieni la cartella?”

“Ti ho già detto di sì. Da' qua.”

Gli prese la cartella, e a lui rimase in mano solo il sacchetto. Fecero un pezzo di strada insieme, ma all'angolo Giuseppe alzò un braccio in un saluto veloce, e lo lasciò andare verso la stazione.

Bravi, che era figlio del capostazione, aveva incrociato le dita e sputato e giurato che a Piacenza c'era un treno che lo portava dritto a Livorno.

Sperém.” pensò.

Arrivò che tre persone se ne stavano davanti alla biglietteria, a sbuffare perché era tardi. Chissà se era tardi anche per lui, e alzò lo sguardo all'orologio là per aria e se ne stette a naso in su a guardare i minuti che passavano troppo in fretta, gli sembrava.

Ohè! Allora?” si sentì dire. Abbassò il naso, e gli occhi,  allungò i soldi e chiese: “Andata Livorno”, perché per il ritorno i soldi non li aveva, e amen. Ci fu un momento di silenzio, e lui si mise a guardare la punta delle scarpe. Aspettava che quell'uomo venisse fuori da tutto quel vetro e lo prendesse per il collo e lo portasse dal papà di Bravi e magari da un vigile, e  poi chissà.

“Tieni, toh!”

Prese veloce il cartoncino bianco e se lo ficcò ben in fondo alla tasca dei pantaloni: così piccolo com'era, ci mancava solo di perderlo, adesso. Uscì dalla fila e andò piano sul binario.

 

Seduto sulla panchetta di granito, aveva le orecchie che fischiavano, dallo sforzo di star lì, a sentire quando sarebbe arrivato il suo treno e a ricordare le istruzioni di Bravi, che sul treno c'era già andato un sacco di volte. Aveva così paura di sbagliare che stava quasi per tornare indietro. Che, quasi, non si ricordava più nemmeno del mare. Forse, se in quel momento non fosse arrivato il locale 20423, l'avrebbe anche fatto, di girare la schiena e andarsene.

Invece prese la sua sporta, e si inerpicò, e cercò un angolino dove sedersi, si mise le mani in tasca e cominciò a guardar fuori. “Quando vedi il ponte di ferro – gli aveva detto Bravi, – allora sei arrivato e scendi e prendi l'altro, che quello ti porta dritto al mare”. Vedeva passare i campi, e pensò a Mattia, che stava di certo studiando, il secchione, e nemmeno lo sapeva, che cosa stava combinando lui. Chissà se valeva di più sapere la lezione di geografia o andare in giro a esplorare il mondo?

Arrivò il ponte in ferro, un rumore tremendo, e tutta quell'acqua sotto che gli fece impressione, perché un conto era la Rocca che spiegava del Po, “il fiume più luuungo d'Italia”, un conto era vederselo passare lì sotto, lungo, sì, e larghissimo, che sembrava non finire più. Ma finì, e lui si preparò a scendere e a “cambiare”. Aspettò un bel po', lì a Piacenza, così tanto che gli passò quasi la paura, e quando arrivò il Livorno ci saltò su senza neanche pensarci troppo.

Ormai, pensò, posso andare dove voglio. Si sedette in un angolo, braccia conserte, e si addormentò.

 

Si svegliò che c'era già buio. Provò a guardare dal finestrino, ma niente. Un signore, di fianco a lui, leggeva il giornale. Sbirciò per vedergli l'orologio, tanto per sapere se era lontano o vicino. Niente da fare. Mentre cominciava a sentire lo stomaco che si stringeva, il treno dette uno scossone, e cominciò a frenare. Il cartello di Livorno gli passò davanti agli occhi.

Il mare.

Saltò su come una molla e si mise vicino allo sportello. Scese, uscì dalla stazione e si trovò in un posto tale e quale una città qualunque, solo che la gente parlava in modo balordo. Di mare, nemmeno l'ombra. Allora, prese a camminare.

Piano piano, senza accorgersene subito, tra uno spintone e l'altro, cominciò a sentire l'odore. Cercò di seguirlo, e così capitò in quella strada, senza più nessuno che lo spingeva. Teneva le mani nella tasca della giacchetta e la testa bassa, e provava a figurarsi quel posto dove la terra finisce e l'acqua non finisce mai.

E l'odore sempre più forte, e quel rumore, adesso, che era il mare. Di sicuro. Dietro, lontano, c'erano le parole della gente, e davanti, più lontano ancora, c'era il rumore che chiedeva silenzio: schhhh, schhhh. In mezzo, il suo naso che annusava, annusava, e si riempiva di quell'odore. Ma gli occhi, il colore del mare non lo vedevano ancora, ed era buio. Cominciava ad avere freddo, anche. Lì non era come nei mari del Sud. Meglio trovare un posto. Dormire un po'. Il colore del mare si poteva vedere domani, col chiaro era anche meglio.

 

La mattina dopo, ancora con gli occhi chiusi, stava pensando che era sabato, che doveva svegliarsi e andare a scuola. Sentì una mano che lo scuoteva e certo non era la mamma, quella. Aprì gli occhi e vide un tizio chinato sulla sua panchina, divisa e cappello, che continuava a scuoterlo e chiedeva, serio:

Tozzi Alessandro?”.

Si svegliò per bene e fece un cenno con la testa, sì, sì, sono io. “Vieni con me. ordinò il tizio, sbuffando un po' e dandogli uno strattone. Si tirò su a sedere, si aggiustò la giacchetta, e poi si alzò in piedi a guardare il carabiniere. Quello gli fece cenno di andare avanti, e gli diede una spinta. Lui camminò per due, tre passi, poi si girò e disse:

“Io volevo vedere  il colore del mare.” E se ne stette lì, fermo.

Il carabiniere lo guardò storto, sbuffò di nuovo, alzò gli occhi al cielo e gli indicò una stradetta, tra due case, che lui la sera prima non aveva nemmeno notato. Cominciò a camminare piano, col carabiniere dietro. Quando furono sulla sabbia, l'uomo si mise a scuotere i piedi, a borbottare e a dire parolacce; infine si fermò. Sandrino lo guardò interrogativo.

“Vai, vai… t'aspetto qui.”

Così, Sandrino Tozzi, classe 1955, undici anni, quasi dodici, si trovò per la prima volta di fronte al mare.

Si aspettava qualcosa di meraviglioso, di perfetto. Non lo era. Era molto di più. Si tolse i mocassini, e i calzini, e fece qualche passo dentro a quell'acqua marroncina, piena di schiuma bianca, fredda. Respirò quell'odore salso, e guardò più in là, dove l'acqua diventava blu, e poi verde. Bene. Glielo avrebbe detto, a Mattia, che aveva ragione.

Respirò ancora e gli girava quasi la testa.  Si voltò e tornò dal carabiniere.

“Mia mamma come sta?”

“Sta bene, sta bene. Va', ora…”

“Mi arrestate?”

“Eh, ti arrestiamo… Magari sì, con quello che hai combinato, povera donna. Cammina, va', giovanotto, che ti si riporta a casa.

Bene. Non importava. Tutta quell'acqua era verde come diceva Mattia, sua mamma avrebbe pianto, e forse lo avrebbe pestato e di sicuro niente figurine dei calciatori, per un po', e ora magari lo arrestavano.

Lui, però, aveva visto il colore del mare.

 

 
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