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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  L'Assolo, di Luigi Panzardi 04/05/2007
 

L'ASSOLO

 

 

Fermo sul bordo erboso della provinciale, Fiore, capelli brizzolati, occhi assonnati, statura media, viso, naso, bocca normali, pensieri riflessi su se stesso, un po' meno normali, aspettava. Dall'altro lato della strada gli giungeva sommesso il gorgoglio di una roggia. Alla sua sinistra, saldata al palo arrugginito, c'era la targa della fermata.

Egli era in anticipo, la corriera in ritardo, come al solito.

Non ricordava un novembre più umido e nebbioso di questo: erano le sette  di un mattino scialbo, perso in  un'aria densa e grigia. La strada già ad una ventina di metri sfumava nel muro di nebbia. Nella piatta campagna, alla sinistra della roggia guardando verso Milano, una duplice fila trasversale di scuri cipressi segnava il confine tra il visibile e l'invisibile.

Alle sue spalle, poco lontano, sbiadiva la sagoma di un vecchio cascinale; le zolle rosse dell'arato emanavano un profumo di terra che  stimolava il galleggiare sulla superficie della coscienza di vaghe atmosfere fanciullesche, di sottili falde profumate, sovrastate tutte, come divinità totemica, dall'effetto presenza paterna. Il padre! Da quanto tempo fosse morto gli era impossibile ricordare. Della madre sapeva gli anni trascorsi dalla sepoltura, all'incirca.  Si strinse addosso il cappotto, si aggiustò il bavero, alzandolo fin quasi a nascondervi la testa, in una infantile pretesa di protezione dall'indumento.

“Quanto avrebbe dovuto aspettare, quel giorno?” Pensava. “Cacchio d'un lavoro disumano in fonderia. Lì, alla fermata, le ossa s'infradiciavano di umido, in fabbrica si essiccavano al calore del forno, bollivano insieme al rame durante il pinaggio. Così, i suoi cinquantatre anni erano arrivati di botto! con gli acciacchi dei settanta! conseguenze di una vita difficile, e con l'amarezza della scoperta che le energie migliori se ne erano andate senza cimeli.” In quel pingue silenzio grigio  l'assalivano i sentimenti tipici della solitudine, quelle scaglie depressive che mostrano la vita con immagini che trascorrono in un'altra dimensione, attigua ma inafferrabile, eppure lucida come un delirio; quei brevi frangenti rivelatori della impotenza mentale a deviare il flusso degli eventi; incombente il disperato desiderio di riprendere il filo per tentare un altro ricamo. “No! il filo ammagliato non si può scucire, rimangono solo i buchi enormi, perversi, che più si sfaldano col passar degli anni.” Mormorava, arreso al fatale prosieguo dell'esistenza. Querulo, un uccello nero, “un corvo?” svolò nel molle della nebbia. Fiore si scosse, ebbe un tremito, guardò a sinistra, da dove sarebbe dovuta arrivare la corriera dei pendolari, ma scorse solo il fumo grigio. Si girò a destra, distrattamente, vide il lieve noto arcuarsi della strada per il ponte costruito sull'altra roggia che irrigava trasversalmente la campagna e, a sinistra della strada, proprio sulla gobba, uno sgretolato muricciolo a protezione. Solo quella mattina gli venne di constatare: “A destra? Perché non c'era a destra il  muro? Chi fosse andato da quel lato avrebbe corso il rischio di cadere nell'acqua, e tanto peggio per lui! Che modo di organizzare la cosa pubblica. Appena dopo questi pensieri, lo sfiorò il  sentore di un'immagine già trascorsa, ma la cui impressione viveva ancora in un ganglio mentale. Girò di nuovo lo sguardo, arretrandolo. Lentamente, come in moviola. Ed eccolo! Seduto, tranquillo sul muricciolo, con le gambe a ciondoloni, pantaloncini corti, scarpe sdrucite, maglietta a righe di indefinibili colori, capelli lisci e neri sopra un viso giovane. Un volto strano: gli sembrava familiare, molto. “Perché mi impressiona quella faccia con gli occhi chiari, malinconici? Il ponte mi sembra più vicino! Sicuro che è un'illusione, ma il ragazzo no, è vero, ed ora lo vedo a dieci metri, come se il reale segmento di distanza si fosse accorciato. Cosa fa là seduto, a guardare proprio me, poi? E soprattutto,  perché mi è così familiare?”

Fiore non capiva e da questo si sentiva infastidito, sempre più a disagio e curioso. Era stravagante la presenza di quel ragazzo, vestito in quel modo, a bighellonare su un muretto, in una strada deserta, nella nebbia silenziosa, e corroso dall'umido. Mentre pensava, si sentì invadere da un freddo intenso. Lo percepì come un colpo di frusta sulle carni vive. Poi non sentì più! Niente. Né freddo, né umido.

La curiosità montante lo assillava con le domande: “Sei nuovo?” chiese brevemente al ragazzo. Questi strabuzzò gli occhi, stupito: “Chi, io?”

 “C'è un altro forse?”

Il ragazzo continuava a fissarlo, con aria ora amorevole, con rispetto. 

“Allora, sei nuovo? E' così difficile rispondere?” Ripeté la domanda Fiore.

“Non capisco perché vuoi sapere se sono nuovo: cosa significa?”

“Ma niente, è un modo di dire! Siccome credo di non averti mai visto prima, vorrei sapere, così, per semplice curiosità, se abiti o no da queste parti.

 “Perché? vedersi e conoscersi sono condizioni necessarie dei vicini di casa?”

Ora a Fiore quel presunto ragazzo appariva ancora più strano, per via di un fascio di luce scialba che, forando la massa nebbiosa, ne aveva illuminato il viso, rendendo però la valutazione dell'età, anziché agevolarla, ancora più incerta; anzi, con quella luce, non gli si potevano attribuire di certo gli anni di un ragazzo; del quale, tuttavia,  oltre l'aspetto generale, soprattutto la cadenza della voce, ma anche lo sguardo, venato d'ironia, davano all'uomo, che l'osservava con curiosità sempre morbosa, una forte sensazione di familiarità, eppure confusa, come proveniente da ombrose fratte della memoria, tra le quali giaceva, morta da molti anni, una secca sterpaglia di ricordi. E che ora quella visione riesumava.

Rammentò all'improvviso il suo argomentare involuto nei discorsi con i coetanei, quando era lui un ragazzo. Gli sembrò di ripercorre un tunnel, lungo il quale bagliori intermittenti guizzavano nel buio, proiettando immagini con confini evanescenti, come larve nell'intermezzo dello sviluppo, quando non hanno le forme definitive né dell'uno che hanno lasciato, né dell'altro organismo che diventeranno. Involuzioni verbali che miravano ad irritare gli interlocutori, a forzare il dialogo e a contorcerlo con ghirigori sintattici, che sovente si concludevano in bisticci vuoti di significato.

“Non è questione di necessità” disse Fiore,”ma di occasioni. Se sei di questa zona, per tutte le volte che sei uscito di casa e rientrato percorrendo gli stessi pochi viali, avremmo dovuto incontrarci almeno una volta, ti pare?”

“A me si! A te non pare che potremmo esserci incontrati, ma non visti? Ogni giorno, per una vita, anche tu hai percorso questa strada, non scorgendone tutti, ma proprio tutti, i particolari; lungo gli anni tuoi hai frequentato infiniti luoghi, ma di essi cosa hai visto? Solo una parte! Quella potuta osservare dal tuo punto di vista; e nei tuoi ricordi ce n'è ancor meno. Nella parte che manca alla tua memoria evidentemente c'è anche il mio volto: lo specchio riflette l'immagine fino a quando il corpo gli sta davanti.”

“Vorresti dire che non ho memoria? Come puoi dire questo se non mi conosci?”

“Se io non ti conosco, neanche tu conosci me: allora perché mi rivolgi la parola e mi fai l'intervista?”

“Il tuo aspetto mi sembra familiare. In te c'è tutto quello che fa dire ad un amico, ad un parente: ci somigliamo come due gocce d'acqua! Ed è questo che è strano, perché sono sicuro di non averti mai visto prima d'ora, né mi risulta che in qualsiasi parte del mondo vivano ancora miei parenti.”

“Vedi che mi dai ragione? Hai la memoria ma non sai leggerla, sei come il cieco davanti allo specchio, questo continua ad esercitare la sua funzione…”

“Ma io non mi vedo, vuoi dire!”

“Sei stato come il vento su un campo di fiori: esso passa ramingo, spesso rabbioso e mai si accorge della bellezza che ha sotto. Tu sei volato sulla tua vita, senza assaggiarne il profumo. Ora hai perso le narici. Comunque sappi, anche se non vale più  nulla, che io ti ho sempre voluto bene!”

Lo stomaco di Fiore ebbe un sussulto, come colpito da un crampo. Si stava incaponendo, voleva stare al gioco a tutti i costi, tanto da essere determinato a non prendere la corriera se fosse arrivata in quel momento. Un chiarore argenteo avvolgeva come in una sfera il sito; il palo della fermata al suo fianco sembrava luccicasse dove non c'era ruggine, il muricciolo svelava con nitore le crepe, nelle quali si intravedevano i merletti delle ragnatele, i cipressi, come chiusi in adorazione, sembravano in fila lungo il viale di un cimitero; i capelli del ragazzo a quello strano bagliore dell'aria erano diventati improvvisamente bianchi, ora sembrava invecchiato di colpo.

“Anch'io ti ho amato!” Lo disse per reazione, senza riflettere e capire  il valore di quella assurda dichiarazione.

“Lo so!”

Era nervoso. Il ragazzo stava vincendo, forse per merito della sua età, o forse semplicemente perché  Fiore era convinto che fosse molto più giovane, il che lo metteva  in una situazione di inferiorità. Eppure,  a scrutarlo attentamente, sembrava più in età, adulto, anzi, ora era sicuro che fosse anziano, diciamo della sua stessa età.

In tal caso, che senso aveva quella dichiarazione d'amore? E da dove nasceva la ferma sicumera ostentata da quel personaggio?

“Se sai che ti voglio bene perché dici che non ci siamo mai visti?” Chiese Fiore dopo un lungo silenzio.

“Io non ho detto questo: sto solo cercando di rispondere alle tue assurde domande.

 Fiore era interdetto, non capiva in quale gioco assurdo fosse stato invischiato. Aveva già cambiato idea. Ora imprecava contro la corriera in ritardo: la scusa di dover andar in fabbrica, per svolgervi il solito lavoro di operaio, lo avrebbe liberato da quella contesa in cui, ormai ne era convinto, avrebbe avuto la peggio: le sue domande “assurde”? Perché le sue parole avevano dato a lui questa impressione? O forse  bleffava!

“Sei un giocatore di pocher?” Gli chiese, nel tentativo di spiazzarlo.

“Non ho mai giocato a carte.”

Fiore ricordò di  aver avuto sempre avversione per quei giochi.

“Sai perché le tue domande sono strane?” Chiese il ragazzo piegato in avanti, col palmo delle mani premuto sul muretto, dondolando con più ritmo le gambe.

Straordinario, ora prendeva lui l'iniziativa, gli faceva l'interrogatorio, lo sottoponeva a quesiti. La curiosità prepotente  mise a forza la domanda in bocca a Fiore.

“Perché?”

“Sai già le risposte!”

“Ad esempio, di quale domanda?”

“Di quella con cui mi chiedevi se mai ci fossimo visti.

“E allora?” Non ne poteva più, voleva scappare da quella nebbia equivoca, da quella fermata ormai inutile, dal silenzio corposo che avvolgeva il posto, dove i suoni vagavano come ombre lontane, circondati da bianco e poroso polistirolo. Così gli giunse la voce dell'interlocutore, come un oggetto fragile immerso in una nuvola di bianchi frammenti.

“Noi siamo stati sempre insieme, come puoi non saperlo?”

La risposta sgorgò immediata ed offesa:

“Io non ti conosco, perché sei arrogante con me?”

“Non mi conosci? Guardami bene!”

Stava tremando. Stupore e sconforto aggiungevano nebbia a nebbia. “Perchè si trovava in quella situazione pazzesca?” Si chiedeva, Fiore e pensava: “Forse non era sveglio, o forse l'aria infetta per le esalazioni delle fabbriche gli aveva drogato la mente. Non poteva essere che questa la spiegazione: era drogato. In qualche modo, e in qualche tempo, doveva aver assunto sostanze allucinanti e si trovava ora per questo in una dimensione irreale, in cui le forme variavano in maniera lenta ma incessante le proprie linee, arrotondando o aguzzando le loro immagini, avvicinando o allontanando il piano di visione, come  in un proscenio mobile, scivoloso, davanti all'immenso sipario della nebbia.” “Guardami bene!”. La richiesta perentoria a ondate sussultava nella mente, ripetendosi all'infinito. Fiore dilatò gli occhi in uno sforzo estremo: l'interlocutore sembrò avvicinarsi, quasi a stabilire un contatto. Constatò che gli somigliava. No, di più: era il suo sosia! Perfetto. Non capiva, ragionava come in delirio. “Perché gli somigliava così tanto? Che era questo mistero?”

“Mi hai riconosciuto?” chiese dolcemente il finto ragazzo, ora così vicino da sentirne lui l'alito freddo. Fiore in preda ad un indicibile sgomento chiese balbettante:

“Non so, non credo. Aiutami! Chi sei?”

“Scettico fino all'ultimo! Io sono te stesso!

“Perché … perché mi prendi in giro?”

“Non ti prendo in giro: siamo morti, ora!”

“Ma se sono qui, alla fermata; aspetto la corriera per andare al lavoro!”

“Questa è la nostra ultima fermata!”

Fiore alzò con uno sforzo immenso la testa per guardare in alto: la targa sopra di lui era bianca, senza scritte. Abbassò gli occhi, steso sulla terra. L'ultima visione di sé stesso era svanita.

 

 

 
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