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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  I fiori di carta, di Sabrina Manca 04/05/2007
 

I fiori di Carta

 

Non ho mai creduto a Dio, nemmeno da bambina, e a nulla sono servite le preghiere  e le minacce di mia madre ma ciò che accadde nel luglio del '50, durante festa  della Madonna del Carmelo, fu un autentico miracolo.

Era la sera della veglia e noi bambini eravamo eccitati al pensiero della giornata che ci attendeva.

Saremmo andati alla messa solenne, tutti e sei i fratelli, con mamma e papà. Avremmo poi partecipato alla processione della Madonna dove mia sorella Teresa, bella come la Vergine nel libro di preghiere della mamma, avrebbe portato il cesto del grano al fianco di padre Giacomo.

Io avevo appena sei anni e Alberto sette.

Fu la notte in cui mio fratello ebbe la sua ultima crisi.

 

Alberto era sempre stato ammalato, questo almeno era il mio ricordo, anche se seppi in seguito che aveva contratto la poliomielite a un anno, e trascorreva le giornate sul seggiolone che uno degli zii aveva costruito apposta per lui, oppure ad armeggiare con le stampelle, con mia madre o una delle mie sorelle più grandi che lo sostenevano nei sui continui tentativi di camminare.

Ma non c'era solo questo.

C'erano gli estenuanti massaggi delle gambe sopra al tavolo della cucina con le mani della mamma e delle zie che si davano il cambio, e le visite periodiche agli specialisti in città.

C'erano le liti furibonde a causa di tutto il denaro sprecato, secondo mio padre, dietro all'ineluttabilità della Malasorte, e il pianto soffocato di mia madre.

C'erano le sue scappate da parenti e vicini alla ricerca di qualche soldo e le notti di veglia al suo capezzale.

E in seguito, era sopraggiunta l'epilessia.

Al principio della malattia, la mamma ci aveva proibito di assistere alle sue crisi.

Le convulsioni che  scuotevano Alberto erano infatti così stupefacenti e brutali da rendere tutti noi fratelli irrequieti.

Aveva poi cercato di rassicurarci, spiegandoci che la trasfigurazione di mio fratello, il suo sguardo da folle, la bava alla bocca, erano dovuti ad una malattia ben conosciuta e non, come si sussurrava in paese, all'opera del demonio. 

La stanchezza e la disperazione l'avevano infine sopraffatta.

 

Noi bambini dormivamo tutti nella stessa stanza e quella sera Alberto, forse a causa della nostra eccitazione, si agitava pure lui, e sudava.

Io m'ero  già assopita quando mi sentii strattonare.

– Corri a chiamare la mamma, ma fai piano. Alberto sta male.

Sai che novità, pensavo mentre bussavo alla porta dei miei genitori.

La mamma si alzò e afferrò rapida la veste da camera rassicurando mio padre che borbottava nel sonno.

– Dormi, caro, ci penso io. Se ho bisogno, più tardi ti sveglio.

Trascorremmo l'intera notte ai bordi del letto. Alberto non si muoveva, pareva anzi rigido come un legno. Aveva inzuppato di sudore le lenzuola, e la pezzuola che la mamma mi mandava di continuo a bagnare nell'acqua del secchio non pareva abbassargli la febbre.

Verso l'alba divenne tutto viola e la mamma mandò a svegliare il babbo. 

Arrivò tutto assonnato ma non seppe far altro che stringersi nelle spalle e ripetere a bassa voce:

 – Passerà. E' sempre passata, no?

La mamma andò alla messa delle sei. Ne ritornò con alcune anziane.

– E' per portare la benedizione, spiegò a mio padre, più siamo numerosi  e più gioverà al bambino.

Le donne ci allontanarono dal letto e sortirono dalle gonne un rosario che cominciarono a sgranare in un bisbiglìo; né le preghiere né le benedizioni parevano tuttavia avere un benefico effetto sul malato che ora s'era messo ad ansimare.

La donna più anziana si chinò allora sul capezzale e parve ascoltare il sussurro di Alberto. Infine scrutò le altre una per una, e pronunciò:

– Bisogna rivoltarlo.

La mamma sulle prime non comprese il senso di quelle parole. Poi, quando lo sguardo dell'anziana si fissò con insistenza sul suo, gettò un grido soffocato e si aggrappò a mio padre.

Lui fece un cenno d'assenso.

Le donne allora presero Alberto con delicatezza e lo adagiarono sul ventre.

Mio fratello rantolò, s'irrigidì. Si abbandonò infine, senza più respiro.

Le donne asciugarono qualche lacrima poi ripresero con vigore le loro preghiere.

La mamma piangeva sommessamente, stretta contro il babbo.

I miei fratelli e sorelle si abbracciavano l'un l'altro.

In quel momento le campane suonarono la messa delle nove.

La mamma, come ridestandosi da uno stato di torpore, ci chiamò uno per uno.

– Francesco e Giuseppe, andate dal parroco e avvertitelo di quello che è successo.

Le campane devono suonare le Allegrie per Alberto, che è appena diventato un angelo del paradiso. Teresa e Antonia, andate alla messa e spargete la voce per il paese.

Tu, Carmela, andrai invece dalla zia Vasia e le dirai che abbiamo bisogno di molti fiori bianchi.

– Ma io volevo andare a messa mamma!

– Non voglio discussioni. Andate immediatamente, e tornate appena potete: dobbiamo rassettare la casa per gli ospiti.

 

La zia Vasia era la sarta del paese e  la mia zia preferita, anche se non eravamo parenti nemmeno un po'.

Cuciva  i grembiuli per la scuola e rimodernava gli abiti delle comunioni, così che si potessero tramandare di generazione in generazione senza grave dispendio di denari.

Era stata proprio lei a confezionarmi l'abitino per la festa della Madonna del Carmelo.  Carmela era anche il mio nome e così avevo meritato un vestitino nuovo, nero e bianco, con degli scacchi sul petto, le maniche a sbuffo e la gonna a pieghe, e da settimane lo provavo davanti allo specchio, sognando l'effetto che avrebbe fatto sulle mie amichette quando me l'avessero visto indosso alla messa. Invece, per colpa di Alberto, ero costretta a correre dalla zia e chiederle i fiori bianchi.

La zia Vasia aveva una passione per i fiori di carta.

Collezionava carta  crespo di tutte le misure e la tingeva con le erbe e i colori che faceva venire apposta dalla città.

Faceva con la carta veri e propri alberi. Il fusto era di solito verde ma poteva variare da un turchese acceso ad un rosa mandorla.

I fiori erano però il suo capolavoro.

I petali erano ritagliati nelle forme più svariate e all'interno si potevano vedere i pistilli, d'un giallo acceso e a volte un'ape, gialla anche lei, fare scorta di polline.

La zia Vasia non si accontentava però di creare fiori.  Dava un nome a tutti e inventava una storia per ognuno.

Era una zitella un poco avanti con gli anni e si permetteva il lusso di comprare dei libri dentro ai quali c'erano storie di paesi lontani e così i suoi fiori provenivano da luoghi di favola o erano i doni magnifici di principi a nobildonne.

Io, che ero nata per buona sorte in un'epoca diversa dai miei fratelli e non ero perciò obbligata a lavorare in campagna, trascorrevo pomeriggi interi nel suo laboratorio, a curiosare fra le sue creazioni e ammirare i libri.

La zia Vasia confezionava i fiori bianchi per i bambini che salivano in cielo nei periodi dell'anno in cui scarseggiavano i fiori freschi mentre i bambini morivano sempre numerosi, decimati dalle malattie e la fame.

Erano dei rami di cartapesta e fil di ferro su cui si arricciavano fiori bianchi con un vago aspetto di crisantemi. I fiori e il grano venivano deposti nella bara dello sposo del signore, il bimbo che, chiamato anzitempo da Dio, andava ad infoltire la schiera degli angeli.

– Dio li chiama a sé perché si sente solo, mi spiegava la mamma.

– Peggio per lui che ha voluto essere Dio - rispondevo indispettita mentre lei si faceva il segno della croce e m'intimava d'abbassare la voce.

 

Già dopo la messa delle nove, i bambini, accompagnati a volte dai fratelli più grandi e dai genitori, cominciarono ad affollare la casa.

Posavano un rametto e un pugno di grano sul letto di morte, dove Alberto giaceva pallido, con l'abito della prima comunione che avevano portato Francesco e Nino, poi sedevano per terra e chiacchieravano o giocavano fra loro e con noi, fratelli minori.

La casa si riempì via via di lamenti, bisbigli e fiori di carta.

La sera, verso il tramonto, sentimmo bussare con forza alla porta.

Era la zia Giovanna, sorella maggiore della nonna. Era cieca e le rare volte che s'avventurava fuori casa s'aiutava con un orribile bastone nodoso.

La zia era per la mamma come una seconda madre, essendo la nonna morta quando lei era ancora una ragazzina. Noi bambini, invece, la temevamo, per gli occhi bianchi, il bastone, e la vecchiaia che ne inaspriva le fattezze.

La mamma la sgridò con tenerezza.

– Non avresti dovuto!

– Vuoi forse che non venga a salutare questo angioletto? Rispose brusca la zia.

Aiutata dal papà, attraversò il corridoio e giunta sulla soglia della camera esclamò:

– Quanti fiori! Dovreste aprire le finestre perché questo profumo è davvero troppo forte.

Nell'imbarazzo generale mi offrii di replicare:

– Sono fiori di carta, zia! 

Ma mio padre quasi gridò:

– La zia ha proprio ragione! Se questo non è profumo di fiori...!

Ci guardammo in un silenzio stupefatto mentre lei accarezzava con dolcezza il capo di mia madre.

 Sei proprio fortunata cara, la consolava, anche la Madonna è passata a vedere Alberto.

        

 

 

 

 

 

 
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