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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Lo spacciatore, di Leonardo Colombi 10/05/2007
 

                                        Lo spacciatore

 

Niente di personale contro i reality…ovviamente…

 

 

La situazione era costantemente sotto gli occhi di tutti, telespettatori e addetti ai lavori. Un intero esercito di uomini e donne seguivano gli schermi, chi nelle proprie case solo spinto da curiosità e morbosa compartecipazione, chi perché costretto dal lavoro ad osservare gli inquilini della casa. Oppure chi perché costretto da rapinatori che in quel momento stavano rubando ogni cosa in casa loro ma che tuttavia avevano avuto la decenza di lasciare la loro vittima legata ed imbavagliata di fronte alla tv accesa. Ma questo è un altro discorso, che forse interessa solo alla giustizia e all'Auditel.

Ed erano in molti quelli incaricati di gestire la regia, l'illuminazione per le riprese, o che si occupavano della manutenzione delle videocamere o che provvedevano ad ideare prove e situazioni per gli inquilini. Casomai, poveri, si annoiassero.

Seguivano la trasmissione solo per constatare che tutto riuscisse per il meglio.

I partecipanti pure erano stati accuratamente selezionati e preparati affinché si calassero al meglio nel personaggio che gli si richiedeva di impersonare. Non tutto nella casa era reale, ovviamente.

Ma agli spettatori sembrava non importare poi molto di sapere se quelle persone fossero realmente così nella vita di tutti i giorni oppure no, se fossero migliori o peggiori di come apparivano. Forse nessuno gliel'aveva mai chiesto, o forse non volevano riconoscere quest'assurda ipotesi. Altrimenti avrebbero spento la televisione sin da subito per dedicarsi a qualcosa di più sano e proficuo, come dedicarsi al gossip e alle chiacchiere su questa o quella star famosa. Venire a conoscenza dei problemi e della vita dei vip ad alcuni permetteva di sentirsi meno solo, più importante, come se fosse amico di quelle persone così lontane e irraggiungibili. Senza contare che il semplice pensiero di veri-important-pipol in difficoltà era confortevole e rassicurante: la vita era difficile anche per loro, nonostante i contatti giusti e i contanti a non finire.

E per lo stesso meccanismo anche il finto show della realtà continuava a riscuotere un ottimo successo.

O almeno, fino a quel pomeriggio.

Nonostante tutte le raccomandazioni e contro ogni previsioni, qualcosa non stava funzionando.

C'era qualcosa di malsano in atto.

Era più che evidente.

Nella camera 1 tutto tranquillo: un ingegnere alle prese con una macchinetta del caffé. Non riusciva a farla funzionare e questo andava più che bene.  Secondo copione insomma, mentre poco distante una delle ragazze correva sul tapis roulant mettendo in mostra gambe toniche e lisce e regalando agli spettatori il viso impassibile e composto di una ragazza non avvezza allo sport. Una classica operaia in pratica, una di quelle che lavorano minimo otto ore in catena di montaggio e che alla sera devono pur provvedere alla cena, ai figli e alle lamentele di un marito stanco. L'ingegnere di tanto in tanto appariva a dimostrare i propri insuccessi: forse cercava di conquistarla così, magari impietosendola.

Nella camera 2 invece due ragazzi si rilassavano nell'ampia sauna. Dopotutto la casa era la fedele rappresentazione delle case comuni del Paese, non andava dimenticato.

Nella 3 alcuni ragazzi erano all'aperto a prendere il sole e a chiacchierare del più e del meno. Non avevano niente di meglio da fare mentre i loro colleghi nel mondo reale erano alle prese con ingiuste condizioni lavorative e disoccupazione e stage non retribuiti. In vacanza. Come dovevano sembrare. Parlavano del più e del meno, raccontando episodi e aneddoti della loro vita, rivelando i loro sogni oppure ansie inconfessabili, o erudendo gli ascoltatori con nozioni su particolari e importanti eventi storico-culturali. Come la scoperta dell'America da parte di Napoleone oppure della costruzione delle piramidi egiziane ad opera degli apostoli di Gesù dopo la moltiplicazione dei pani e della Nutella alle nozze di Cana. Come del resto è fedelmente riportato nei Promessi Sposi di Carlo Goldoni, conte di Cavour. O almeno questo quanto sostenevano i ragazzi.

La camera 4 era invece quella che regalava il maggior gradimento del pubblico e poco importava che fosse uno spettacolo poco adatto per la fascia pomeridiana. Dopotutto, un'orgia era sempre cosa assai gradita in trasmissioni come quelle. Certo, ogni tanto una voce aveva il compito di richiamare i ragazzi e le ragazze perché le telecamere non riuscivano a inquadrarli bene o per farli assumere posizioni più adatte e consone secondo il copione di un noto regista hard co-autore del programma. Tutto procedeva per il meglio comunque, e i livelli di eccitazione raggiunti dagli spettatori erano più che soddisfacenti.

Ma era la camera 5 che destava preoccupazioni e timori da parte dei responsabili del programma. Erano bastati pochi indizi a far comprendere loro che qualcosa non quadrava. Due ragazzi che comunicavano tramite bigliettini oppure a gesti, senza l'ausilio della parola, da giorni avevano fatto nascere il sospetto che ci fosse sotto qualcosa.

Stavano tramando, era più che evidente.

E ora erano nello sgabuzzino. Assieme. Uno dei due, prima di entrare, aveva continuato a guardarsi furtivamente attorno temendo l'arrivo di qualcuno degli altri ad interromperli.

Non volevano essere scoperti.

Cosa avrebbero pensato di loro?

Ma l'indice di ascolti e il monitoraggio della trasmissione rivelava invece che il pubblico li aveva scoperti e, anzi, li seguiva con crescente trepidazioe.

A casa attendevano morbosamente che qualcosa accadesse, qualcosa di lascivo, di scandaloso. Di blasfemo. Qualcosa che desse loro un argomento di cui parlare o discutere con il prossimo, sempre più lontano nel mondo reale.

Uno dei due ragazzi armeggiava con la polo, giusto all'altezza dei pantaloni.

Ce l'hai?”

Il labiale del ragazzo entrato per ultimo nello sgabuzzino.

L'altro annuì e poi, da sotto la polo, estrasse un oggetto non meglio identificato.

Era avvolto in alcuni fogli di giornale a nasconderne la vera natura.

 

“Ve lo dicevo io! Ve lo dicevo! Dannazione!”

Uno degli autori, uno di quelli che sin dalle prime puntate aveva nutrito dubbi su quei due ragazzi, li additava ora come le cause della futura chiusura del programma.

“Come ha fatto quella roba ad arrivare li dentro?”

Nonostante la discrezione dei due ragazzi, lui aveva capito tutto.

Invano aveva sperato che fossero omosessuali o al più dei serial killer schizzati: avrebbero dato uno scossone senza eguali al programma.

Invece con quella roba rischiavano di far chiudere i battenti al progetto televisivo.

“Maledizione! Siamo rovinati!

“Stai calmo”, un uomo parlò nella sala di regia, una voce pacata ma decisa, autorevole.

Anche lui era nel gruppo degli autori ma, a quanto pareva, conservava un maggior sangue freddo. Aveva un asso nella manica.

“Se faremo come dico io, risolveremo la situazione in men che non si dica”

I presenti lo osservavano in silenzio, serbando nel loro cuore dubbi e preoccupazioni: il ghigno sul volto dell'autore misterioso non era certo di buon auspicio.

 

Mentre le camere dalla 2 alla 5 rimasero ferme sulle scene che stavano trasmettendo, la uno smise di inquadrare la svedese sul tapis roulant e l'ingegnere fallito, un toccasana per tutto il sistema scolastico italiano, per spostarsi sul portone d'ingresso. Ma non trasmetteva più per il pubblico, bensì permetteva di seguire gli eventi solo per gli addetti ai lavori.

Un ospite inatteso stava per entrare. Uno specialista chiamato in causa per risolvere il problema con quel lurido spacciatore che rischiava di mandare all'aria il programma.

La porta si aprì, del fumogeno iniziò a fuoriuscire mentre la pressione si stabilizzava e, indisturbato, il cyborg faceva il suo ingresso.

Era un essere completamente rivestito di metallo, il connubio tra uomo e macchina, giunto direttamente dal set di un film hollywoodiano: Robocop!

O quasi…la controfigura omosessuale…

Entrò con passo pesante, un costante lavoro di pistoni e articolazioni bioniche, fino a fermarsi laddove sapeva di essere inquadrato.

Estrasse la pistola dalla coscia destra approfittando dello spacco del pareo dai toni chiari che aveva annodato attorno alla vita. La pettorina invece era decorata da una camicetta della stessa fantasia aperta sul davanti e annodata all'altezza della pancia in modo che lasciasse scoperti e in bella vista i sui addominali artificiali. Rossetto e un po' di decorazioni colorate rosa e viola sull'elmetto completavano il tutto.

Reggendo la pistola rivolta verso il soffitto, il corpo leggermente di tre quarti rispetto alla telecamera, con voce metallica e priva di accento parlò.

“Ciao mamma! Guardami, anche io sono in televisione! Proprio come il fratellone!”

Nessuno se l'era sentita di avvertito del contrario.

Poi, osservando con decisione dritto dinnanzi a se, tornò alla propria missione  incamminandosi verso lo sgabuzzino, inconsapevole del fatto che, ancora una volta, non era a tutti gli effetti “in televisione”.

I suoi ordini erano precisi: sistemare quei due con una lezione esemplare.

Erano feccia, e come tale dovevano essere trattati.

Con il loro comportamento irresponsabile stavano lanciando un messaggio malsano all'intera nazione.

Andavano fermati!

Implacabile sfondò la porta con una spallata.

I ragazzi si spaventarono per quell'irruzione improvvisa e presero ad urlare mentre, perfettamente sincronizzate, tutte le porte che potevano condurre allo sgabuzzino si chiudevano e gli altoparlanti iniziavano a diffondere un po' di sana musica. A coprire lo scempio, per lo più.

A causa dello spavento, il pacco cadde di mano al ragazzo e proprio in quel momento, forse anch'esso/a preso alla sprovvista dalla loro reazione, Robomosex sparò.

Una scarica di dodici colpi che investì in pieno i ragazzi.

I loro corpi caddero in una pozza di sangue, martoriati e privi di vita.

“Giustizia è fatta”, affermò il cyborg mentre riponeva la propria arma.

 

“Congratulazioni!”

Nella sala di regia gli autori si abbracciavano e festeggiavano per come si era conclusa quella sordida faccenda. Lo sgabuzzino sarebbe stato sigillato e i due ragazzi dati per squalificati.

L'autore misterioso, colui che aveva richiesto l'intervento di Robomosex, sedeva composto con le mani incrociate dinnanzi al viso. I suoi occhiali, divenuti improvvisamente scuri, non rivelavano alcun particolare dello sguardo mentre, seminascosta dalle mani, la sua bocca era contratta in un ghigno soddisfatto.

In seguito alcuni riferirono di aver avuto l'impressione di scorgere in quel sorriso anche due canini aguzzi luccicare nella semi oscurità fumosa della stanza.

 

Gli altri inquilini della casa invece vennero tranquillizzati su quei rumori sospetti e sulle urla sentite: fu imposto loro di rimanere al proprio posto (nei limiti del possibile per quelli impegnati con l'orgia) e di non dar peso a quei banali rumori sentiti qualche attimo prima.  

Semplici lavori di ristrutturazione alla casa contemporanea all'eliminazione di due concorrenti.

I ragazzi parvero accettare la spiegazione senza dar troppo peso alla cosa. A casa i telespettatori forse si sarebbero lamentati, ma dopotutto in molti, a seguito dell'oscuramento della camera che inquadrava lo sgabuzzino, avevano trovato molto più piacevole seguire le evoluzioni acrobatiche dell'orgia.

 

Nessuna telecamera invece diffuse al mondo intero ciò era appena stato trovato da Robomosex: il pacchettino che quei due giovani stavano cercando di scambiarsi conteneva infatti qualcosa che nella casa non doveva entrare, un pericolo per l'intero sistema di format televisivi proposti.

In un batter d'occhio il cyborg nascose in un sacchettino di plastica il reperto sequestrato, ovvero la versione tascabile del sesto canto dell'Inferno di Dante Alighieri.

Nessuno degli spettatori sarebbe rimasto turbato da quella roba, nessuno avrebbe gridato allo scandalo per quel riprovevole spaccio di cultura che stava per essere compiuto in diretta, proprio sotto gli occhi di tutti.

 

         

 

    

 

 
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