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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Comunque e L’albero, di massimolegnani 10/04/2021
 
Comunque

di massimolegnani



Già dalle prime volte avevo notato come lei usasse quella parola un po’ a casaccio, non per controbattere una mia affermazione, o per aprire o chiudere un suo discorso. No, la usava in modo bizzarro, dopo un silenzio che si faceva pesante, e la faceva seguire da altro, inquietante, silenzio. Comunque, e si accendeva una sigaretta che poi fumava con una perplessità muta. Oppure, Comunque, diceva, e si alzava dalla panchina per andare via salutandomi con un cenno della mano.

Sì, l’avevo conosciuta su una panchina di quel misero parchetto che c’è al Giambellino. Non l’avevo abbordata io, io ero già lì, impegnato a inseguire nella mia testa trame di improbabili racconti, in pratica ero sfaccendato come sempre, lei si era seduta all’altro estremo con un gattino in braccio, una distanza consona alla sua riservatezza. Non sembrava proprio il tipo che attacchi a parlare con uno sconosciuto e infatti nonostante le proponessi il mio profilo migliore, il sinistro privo di cicatrici e ingentilito da un raggio di sole, mi ignorò bellamente, tutta presa dal suo animaletto. Gli parlava e lo coccolava sbaciucchiandolo di continuo, ma lui non sembrava gradire tutte quelle smancerie. Ogni tanto sentivo un suo miagolio soffocato. A un certo punto il piccolo felino ne ebbe abbastanza, si divincolò graffiandole una mano e fece un balzo verso la libertà. Ma la bestiola, poco esperta in acrobatiche fughe, completò il balzo proprio addosso a me che fui lesto ad agguantarlo e a restituirlo alla sua padrona.

Fu così che ci conoscemmo. Seppi il nome del gatto prima del suo.

A quello seguirono altri incontri, i primi casuali, abitava anche lei in zona, i successivi concordati con cauta curiosità, cinema, cenette in trattoria, uscite per acquisti. La mia era una lentissima marcia d’avvicinamento verso una conoscenza più soddisfacente, che però non raggiunsi mai. Già, perchè lei, anche se sembrava gradire la mia compagnia, restava vaga nei propositi, indecifrabile negli atteggiamenti. Quando mi facevo più intraprendente con proposte più ardite, non sempre decenti, lei guardando fisso davanti a sé, che fosse lo schermo del cinema, il traffico di strada o la facciata dell’ospizio in fondo al viale, immancabilmente mi smontava con quell’unica parola soffiata al vento: Comunque!

E poi silenzio.




L’albero

di massimolegnani



Camillo non voleva risultare inopportuno, perciò si tratteneva dal dire ma taceva a stento, per quanto lui di solito nel silenzio ci sguazzasse.

Passeggiavano sul limitare di una pineta, ma a lui sembrava di essere solo, lei gli era accanto unicamente per educazione, ne era convinto, quelle cortesie che si usano verso chi è ritenuto ormai vecchio e inoffensivo. E vecchi si può apparire anche a cinquant’anni, se si ha di fronte una persona di venti o poco più. Fremette di rabbia e desiderio perché avrebbe voluto essere amico della ragazza, darle qualche consiglio e magari qualche cattivo esempio, piccole ribalderie sconsiderate, azzardi fuori luogo.

Così procedevano in silenzio, interrotto ogni tanto da frasi banali tra formalismo e impacci. Gli sarebbe piaciuto parlarle in gaelico o in swahili in modo da trasmetterle solo le emozioni e non le parole che sono sempre a rischio, meno sono vaghe più sono pericolose. Ma sarebbe stato tempo perso, lei non avrebbe colto l’atmosfera, e poi lui non conosceva quelle lingue esotiche, a malapena l’italiano.

Poi accadde qualcosa di imprevisto, una breve raffica di vento che le scompigliò i capelli mettendo a nudo un orecchino più civettuolo dell’atteso, dissonante dalla sua riservatezza. Si appese all’ampio cerchio dorato che pendeva dal lobo, come un ginnasta si afferra saldo agli anelli e si libra magnifico nell’aria. Anche Camillo tentò qualche volteggio:

È ora che prendi coraggio e ti arrampichi sull’albero.

Lei guardò perplessa le piante maestose e rispose confusa:

Adesso? Con queste scarpe?

Ma no, era una metafora per spingerti a osare nella vita. E io potrei aiutarti…

Ah, era una metafora. Diffido delle metafore, sono ambigue.

Sono il mio pane. È come usare il gaelico.

Gaelico? Per farne cosa?

Comunicare, trasmettere il senso segreto dei pensieri, usare un rituale.

Ma il gaelico è un pane mistico, come l’ostia?

Camillo perse la presa sul cerchietto d’oro e stramazzò per terra.

Avrebbe dovuto tacere, lo sapeva.

 
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