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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La trebbiatura, di Sergio Menghi 04/07/2021
 
La trebbiatura

di Sergio Menghi



Quando ero ragazzo ho potuto assistere a questa attività agricola molto sviluppata anche nelle nostre conche entro appenniniche dell'Italia centrale perché dava il sostegno economico principale alle famiglie rurali insieme all'allevamento zootecnico, alla coltivazione della vite e produzione del vino. Anche la pastorizia poteva essere praticata, ma era più comune nei centri montani. Nella fattoria condotta dalla mia famiglia la pastorizia non era stanziale, ossia non veniva curata direttamente, ma nei mesi cosiddetti morti, quando cioè era finita la raccolta dei prodotti principali, ossia grano e foraggio, era usanza che i proprietari di grosse greggi si trasferissero con tutto l' armento sui terreni che potevano ancora fornire cibo da mangiare.

A tale proposito giova ricordare che si usava in agricoltura la tecnica della rotazione delle coltivazioni per cui sul campo coltivato a frumento veniva anche gettato in primavera, quando il grano era già tutto nato e cominciava a crescere, dei semi di erba, medica, trifoglio, sulla, ecc., che l'anno prossimo avrebbero fornito il foraggio per alimentare il bestiame. Dopo la mietitura questi semi erano già nati e, se la stagione non era avara di piogge, all'inizio della stagione autunnale avrebbero potuto essere sfruttati dalle pecore che, peraltro, con il loro passaggio e i loro escrementi avrebbero fornito anche un adeguato apporto di concime naturale al terreno.

Così nel mese di settembre si poteva vedere l'arrivo di un grosso camion che si fermava sulla strada provinciale di Pian Palente nei pressi di una 'pintura' * che ancora esiste, e scaricava il gregge con i suoi cani ed i giovani pastori che l'avrebbero accudito per qualche giorno sul campo denominato ' li piani' e poi passare su terreni di altri proprietari. Il padrone del gregge si spostava a bordo del suo calesse trainato da un robusto cavallo per controllare il lavoro dei suoi garzoni e impartire ordini, talvolta in modo anche assai determinato. Lo stesso trattava con il fattore il compenso che di solito era in natura: formaggio e prodotti derivati.

Nel nostro fondo ed in quelli a noi limitrofi venivano prodotti discreti quantitativi di frumento, dai 200 ai 300 quintali , le famiglie si davano aiuto reciproco per fronteggiare l'impegnativo lavoro della trebbiatura che poteva durare più di una intera giornata a cominciare dalle prime ore del mattino. I preparativi cominciavano già qualche giorno prima per preparare i sacchi di iuta, lo spazio nel granaio, tarare la 'bascuglia' per misurare correttamente il peso dei sacchi a cento kg netti ciascuno; ma il lavoro più frenetico era in cucina dove veniva preparato il cibo per più pasti, da tre a quattro, compresi i già noti 'buccuncilli', per una trentina di persone. I pasti, poi, dovevano essere sostanziosi ed abbondanti, in grado da apportare la giusta dose di energia necessaria per affrontare il faticoso lavoro.

Ad organizzare il tutto era mia nonna con l'aiuto di mia madre e mia zia. Le altre zie avrebbero pensato ai dolci, tutti fatti in casa e cotti nel forno locale in una unica cottura insieme al pane agli arrosti ed ai 'vincisgrassi', una tipica pasta al forno condita con una salsa di pomodoro e rigagnoli di carne di oche, papere e pollame, anche questi allevati in fattoria.

Insomma pasti come quelli delle grandi occasioni festive perché la trebbiatura veniva considerata una vera e propria festa benché caratterizzata da duro lavoro.

Anche la trebbia arrivava di solito nel pomeriggio del giorno prima per poter iniziare le prime ore del mattino appena si schiariva l'orizzonte.

Spesso la pesante macchina non riusciva ad essere trainata dai trattori primordiali dell'epoca, (un anno mi capitò di vedere una macchina a vapore poi sostituita da motori a scoppio a testa calda, bubba, landini, sempre più funzionali e sicuri), dato che bisognava affrontare un tratto di strada in salita per raggiungere la casa colonica sulla collina. Mio nonno allora aggiogava i suoi potenti buoi che davano un aiuto considerevole.

La trebbia veniva piazzata, cioè livellata insieme alla scala, che trasportava la paglia nel luogo dove sarebbe sorto il pagliaio, tra i due grossi 'barconi' di grano da trebbiare. L'inizio dei lavori veniva preavvisato con due o tre squilli di sirena che il capo dei macchinisti faceva girare sul cinturone che trasmetteva la potenza a tutto il complesso macchinario Con l'accelerazione del motore tutto si metteva in moto tra un nuvolo di polvere. Mio padre sistemava gli addetti ai lavori nei vari punti a seconda della loro capacità, età e sesso.

Le donne venivano messe sul barcone e avvicinavano i covoni di grano alla trebbia, quelle più esperte e fisicamente dotare passavano i covoni, liberi del legaccio che li univa, al battitore, un macchinista che imboccava il grano nella macchina in giuste dosi in modo da non farla ingolfare. I lavori più duri erano quelli di sistemazione della paglia sul pagliaio perché dalla bocca della trebbia usciva anche un gran massa di polvere, tale da togliere il respiro. Il vento, se leggero e ben orientato, poteva agevolare il compito. I giovani più robusti servivano nelle misure, cioè trasportavano i grossi sacchi di frumento che uscivano dai bocchettoni della trebbia, dapprima sulla bilancia 'bascuglia' per aggiustare il peso al quintale, poi nel granaglio o sul carro che avrebbe trasportato la metà del raccolto al padrone, sempre presente ed impegnato a tenere il conto dei quintali.

Se il lavoro era iniziato molto presto le donne di casa, coordinate dalla nonna, dovevano servire 'lu buccuncillu' un po' prima dell'ora solita. A questa funzione provvedevano le ragazze più giovani che vestivano anche meglio e con eleganza servivano i pasti sul posto; il capo dei macchinisti abbassava al minimo il regime del motore per il tempo necessario a consumare il cibo ed a bere qualche bevanda, di solito vino ed acqua, ci poteva essere anche del caffè, poi si ripartiva.

Verso la mezza la sosta per il pranzo era più lunga, c'era il tempo di rinfrescarsi all'acqua del fontanile, per togliersi un po' di polvere, sedersi in una tavola sotto il loggiato od all'ombra sull'aia. Al padrone, mio nonno ed ai macchinisti veniva riservata la sala da pranzo. I pasti, come già accennato, erano sostanziosi e tutti mangiavano con molto appetito. C'era il tempo di fare anche un piccolo riposino perché affrontare le calde ore pomeridiane era duro. Il gioco durava fino a sera poco prima dell'ora del tramonto perché si sarebbe ripartiti il giorno dopo alla solita ora.

La conta finale del totale raccolto era la notizia più importante e faceva subito il giro tra i presenti, pronti a fare i relativi confronti e commenti con quelli che erano o sarebbero stati i propri.

Per mio padre e mio zio il lavoro non sarebbe finito, li aspettava le misure o i pagliai di altre fattorie limitrofe, finché la trebbia con tutti i suoi macchinisti e macchinari venuti dalla bassa campagna del maceratese si fosse lentamente trasferita verso i poderi pedemontani più piccoli ed a maturazione del grano meno precoce.

* La 'pintura' era una costruzione a forma di chiesetta in miniatura che conteneva una pittura raffigurante una immagine sacra, di solito la Vergine Maria con in braccio il Figlio Gesù. Veniva posta in prossimità degli incroci di strade di campagna con strade Comunali o Provinciali dai proprietari del fondo su cui era situata, credo che la funzione fosse quella di benedire i campi ed i raccolti. Il nostro ne aveva una che conoscevo molto bene perché la usavo anche come rifugio dalle intemperie. Mi ricordo che quel ristretto contatto con l'immagine della Madonna mi suscitava un sentimento di tranquillità, come se anche io stessi in quelle braccia. Mia nonna vi poneva dei fiori di campo nel mese di maggio ed una candela nel mese di novembre.


 
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