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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Il parto della scrofa, di Sergio Menghi 29/01/2022
 
Il parto della scrofa

di Sergio Menghi



Ho incominciato a pascolare i maiali quando avevo più o meno quattro anni. I miei familiari mi raccontavano che ero molto bravo, riuscivo a tenerli nelle poste che mi venivano assegnate, tra quattro alberi di viti associate con l'acero campestre.

Man mano che sono cresciuto, invece, si é sempre andata riducendo la mia bravura. Per rimanere al pascolo dei maiali, quando avevo sei o sette anni mi capitava che venivo assorto dai giochi o da altre scoperte, che via via venivo facendo, lasciando che anche i maiali potessero godersi un po della loro legittima libertà. Questo, ovviamente, non andava bene alla famiglia perché i maiali usavano la libertà da me concessagli per mangiare i prodotti riservati al consumo domestico, oppure invadevano campi di altri proprietari o, semplicemente andavano a farsi un bagno nel torrente palente dimenticandosi di fare ritorno a casa.

Ovviamente venivo sgridato severamente e, se le mancanze si ripetevano, venivo anche punito senza mezzi termini. Potrei ora dire, con un po di ironia, che la conquista della libertà è sempre costata molto.

Io non avevo più quella forza naturale dei primi anni e cominciavo a ricavarmi quegli spazi che mi permettevano di adattarmi ad una vita collettiva, ció aveva ripercussioni anche sul mio fisico che iniziava ad indebolirsi. Ricordo che una volta le mie gambe non riuscivano a superare le dure salite per ritornare a casa, allora pensai di salire in groppa alla scrofa che, tenendo nella pancia dai dodici ai sedici porcellini, procedeva molto lentamente e non poteva scacciarmi come avrebbero fatto i magroni, cioè i giovani maschi, prima di essere posti ad ingrassare.

La mia gioia durò poco perchè appena arrivato a casa mio nonno vide la scena e soprattutto la scrofa, a bocca aperta, che quasi non riusciva più a respirare. Mi disse, in tono molto burbero ed accigliato: 'non sai che la scrofa sta per dare alla luce molti porcellini e con lo sforzo che gli hai procurato potresti aver causato la morte di alcuni di essi?'

Mio nonno mi voleva molto bene e quindi capii che il rimprovero aveva una funzione educativa. Da allora fino alla data del parto continuai a seguire l'animale con il massimo delle mie attenzioni e quando, insieme alla nonna, potei assistere al fatidico evento naturale, la mia massima gioia fu quella di constatare che erano nati, sani e vispi, ben sedici porcellini e porcelline tutti aggrappati ai seni materni, ciascuno alla sua posizione. La scrofa giaceva adagiata da un lato, con l'occhio visibilmente appagato e soddisfatto, e per un attimo ho pensato che si potesse ricordare anche di me.

Quell'evento credo abbia giovato a ridarmi quella forza che mi mancava ed in seguito, più per gioco che per necessità, provai a salire in groppa ai magroni i quali, in poco tempo, riuscivano a disarcionarmi facendomi fare vistosi ruzzoloni per terra come fossero dei cavalli selvatici.

Pian piano, però, mi accorsi che non erano come gli animali selvatici, i quali avrebbero potuto, se in condizioni ad essi avverse, aggredirmi e procurarmi ferite gravi con i loro denti affilati nelle possenti mascelle.

Era come se anche ad essi piacesse giocare; una specie di allenamento alla forza fisica che, alla fine, giovava pure a me. Siccome possedevano una energia inesauribile finirono con l'accettarmi in groppa quando, nelle giornate di caldo torrido estivo, diventava duro per me affrontare le ripide salite.


Da Aricordete


 
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