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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Matilde in viaggio, di massimolegnani 20/06/2022
 
Matilde è in viaggio

di massimolegnani



È incredibile quello che mi è successo mentre andavo in posta.

Giosuè si era lasciato cadere sulla poltroncina della camera da letto e parlava concitato a Matilde che intanto preparava la valigia.

Stavo attraversando il parcheggio di piazza Risorgimento quando mi sono sentito chiamare o meglio qualcuno chiamava a gran voce “ingegnere, ehi, ingegnere”. Anche se non sono ingegnere mi sono voltato per curiosità: un tipo tutto in ghingheri scende da un macchinone americano e mi viene incontro sbracciandosi… ma mi stai ascoltando?

In effetti Matilde andava e veniva dalla stanza, apriva armadi, frugava cassetti, sceglieva indumenti della cui scelta si pentiva prima di arrivare alla valigia e allora tornava indietro li riponeva e prendeva altri capi in mano, sempre perplessa. Insomma, faceva di tutto tranne che ascoltarlo con attenzione.

Sì, sì, Giosuè, ti sto sentendo, ma tu non farla tanto lunga, non vedi che ho fretta?

Sta’ a sentire, non capivo chi fosse, ma quello sembrava conoscermi bene e mi sommergeva di parole tanto da stordirmi. “Quante ne abbiamo fatte a scuola! Ti ho dato io il soprannome di ingegnere perché ti piaceva far di calcolo, ricordi?” e mi abbracciava e mi dava pacche sulle spalle e io che non ricordavo nulla annaspavo.

Mmh, secondo me aveva sbagliato persona oppure era un...

Aspetta! A un certo punto mi confida di essere entrato nel campo della moda e tira fuori un campionario di cravatte, sciarpe, guanti, in confezioni eleganti con stampigliati su marchi famosi e prezzi da capogiro.

Ecco, appunto, un truffatore! Avrà visto la tua faccia ingenua e avrà tentato il colpo.

Vedendo quei prezzi ho pensato anch’io volesse vendermi qualche articolo, invece lui con un gesto generoso ha insistito per regalarmi una cravatta. Guarda, dimmi se non è elegante!

Ma se tu nemmeno la metti la cravatta!

Che c’entra, è la generosità che mi ha commosso. Voleva regalarmi altra roba ma io in un sussulto di dignità ho rifiutato.

Bravo, magari era merce rubata. Temevo ti fossi lasciato abbindolare.

Beh, in effetti, stava già per ripartire un po’ infastidito dal mio rifiuto ad accettare altri regali, quando si è sporto dal finestrino chiedendomi di prestargli qualche soldo per la benzina, doveva fare un viaggio lungo.

Non ti sarai fatto fregare?

La voce di Matilde era diventata un ruggito, quella di Giosuè sempre più flebile.

Mah, ho aperto il portafoglio per mostrargli che avevo pochi soldi. Lui è stato velocissimo, con due dita mi ha sfilato due banconote da diecimila lire, “vabbè mi accontento di queste”, mi ha detto sorridendo. È ripartito sgommando e mi ha lasciato lì completamente frastornato.

Ma sei un idiota! Ventimila lire a uno sconosciuto? Ti sei fatto intortare come un fesso.

Matilde era furibonda, sbattè con rabbia in valigia le ultime cose e chiuse le cerniere con una violenza che fece rabbrividire il marito.

Lui sosteneva di conoscermi bene e io ero a disagio perché non lo ricordavo affatto.

Ma per forza, tu quello non lo avevi mai visto prima. Non l’hai ancora capito?

Dici? Eppure mi ha chiesto l’indirizzo per restituirmi i soldi la prima volta che passerà di qui.

Oh, Giosuè, sei proprio un caso disperato. Quello non passerà mai più di qui, fidati. E se dovesse tornare sarà per svaligiarci la casa. Su, non fare quella faccia e chiamami il taxi per l’aeroporto.

In effetti sembrava che solo in quel momento lui si fosse reso conto di essere stato raggirato. Rimase seduto con lo sguardo attonito e solo dopo l’insistenza di sua moglie si alzò e come un automa scese le scale per raggiungere il telefono.

Quando arrivò il taxi, Matilde abbracciò il marito sorridendogli, quasi a perdonargli la sua dabbenaggine, ma lui era ancora troppo scosso dalla rivelazione per poter apprezzare il gesto di riconciliazione. Si limitò a darle un bacetto sulla guancia e ad augurarle buon viaggio. Poi quando lei era già seduta in macchina le gridò telefonami quando sei atterrata a Palermo.



Giosuè si svegliò di soprassalto perché il telefono squillava. Il suono riecheggiava dall’atrio con una potenza amplificata dalle scale. L’orologio luminoso che teneva sul comodino segnava le due di notte.

La sua prima reazione fu di muovere di istinto il braccio verso l’altra metà del letto, ma la mano si perse tra le coperte vuote. Solo a quel punto Giosuè balzò a sedere. Guardò alla sua sinistra la parte di letto intatta e, svegliandosi del tutto, ebbe la sensazione di infilarsi in un incubo. Matilde in viaggio, senza di lui per la prima volta, e il telefono che suonava in piena notte; difficile tenere separati questi due elementi. E unirli significava presagire il peggio.

Rimase a lungo immobile, attanagliato dalla paura.

L’insistenza degli squilli era terrificante.

Lottò per contrastare la voglia vigliacca di non sapere niente. Attimi interminabili prima di trovare il coraggio di andare incontro a quella minaccia oscura. Poi fu un precipitarsi tremebondo per il corridoio e giù per le scale. “Matilde” mormorava tra sè ad ogni gradino. Arrivò nell’atrio e rimase a guardare il nero apparecchio fissato alla parete, pregando che smettesse di squillare. Il suono aspro gli tolse l’ultima speranza. Staccò la cornetta senza trovare il fiato per dire pronto.

Corri! Devi venire subito. È successa una cosa terribile.

Parole concitate, urlate in un trambusto di sottofondo. Una voce febbrile, irriconoscibile.

Ma…

Sbrigati! Non perdere tempo! Vieni.

Ma chi…

Sta morendo, lo capisci?

Giosuè appoggiò la fronte alla parete e vomitò la cena senza il minimo sforzo. Avesse potuto rigettare allo stesso modo le parole che gli erano appena penetrate nell’orecchio!

La voce lo incalzò:

Non hai un minuto da perdere, Antonio. La situazione sta precipitando.

Come…Non capisco., riuscì a balbettare lui con fatica.

Cristo, tua moglie sta morendo. Lo sai che... Poi, improvvisamente, più nulla.

Pronto, pronto, pronto! Non lasciatemi così.

La linea doveva essere caduta. Giosuè fissava la cornetta muta come potesse rianimarla con la propria disperazione.

Lentamente si lasciò scivolare sul pavimento. Matilde stava morendo e lui non sapeva nemmeno dove questa tragedia stesse accadendo.

Poche ore prima lei l’aveva chiamato da Punta Raisi per dirgli che il volo era andato bene. Ma da lì aveva ancora un centinaio di chilometri da percorrere in auto, prima di raggiungere Enna. Poteva essere successo di tutto in quel tragitto, o in Enna stessa. Cretino lui che aveva temuto solo il viaggio in aereo e le aveva detto che non era il caso che lo richiamasse quando fosse arrivata in città. Aveva detto così solo per non mostrarsi apprensivo, sapeva quanto questo la infastidisse. E adesso dove poteva cercarla?

Matilde. Gesù ti prego, fa’ che sia viva, bisbigliò ancora accartocciato contro il muro.

Dopo un tempo immobile Giosuè fu preso da un improvviso bisogno di agire. Si rimise in piedi e si guardò intorno nell’atrio silenzioso. Ogni istante era prezioso, doveva fare. Ma cosa? Corse di sopra, si sciacquò la faccia, si vestì e raccattò tutti i soldi che trovò in giro per casa. Volare a Palermo, ecco, quello era il punto fermo da cui iniziare le ricerche.

Era già sulla porta di casa quando si bloccò con la mano sulla maniglia. Gli era tornato in mente uno scampolo della telefonata: “Non hai un minuto da perdere, Antonio.” La voce sconosciuta l’aveva chiamato Antonio, come aveva fatto a non accorgersene subito? E poi, gli parlava come lo conoscesse bene, mentre per lui quella era, per l’appunto, una voce sconosciuta. Che nella concitazione quell’individuo avesse sbagliato numero? Allora significava che Matilde non stava correndo alcun pericolo.

Giosuè provò un fugace sollievo.

Già, e se invece la persona, che lui al telefono non aveva riconosciuto, era un amico che proprio per la concitazione aveva una voce diversa e che per lo stesso motivo aveva pure confuso il suo nome?

Fu preso da una nuova ondata di angoscia.

Crollò in ginocchio per una breve preghiera: Signore mio, Gesù, sono pronto a qualunque sacrificio ma rendimi Matilde sana e salva.

Dopo qualche minuto di raccoglimento, si rialzò più rinfrancato. E finalmente fece la cosa più logica, quella che avrebbe dovuto fare da subito. Cercò il bigliettino che gli aveva lasciato sua moglie e chiamò l’Hotel Le Madonie di Enna.

Il portiere di notte impiegò interminabili minuti a rispondere.

Per cortesia mi passi la camera della signora Barlocco.

Pronto, gli rispose dopo parecchi squilli la voce impastata di sonno di sua moglie.

Matilde, amore mio, come sono felice di sentirti!

Giosuè, ma è successo qualcosa?

No cara, tranquilla. Volevo solo sentirti.

Ma, a quest’ora di notte? Dio mio, la tua gelosia non ha limiti.

No, no, cosa vai a pensare, volevo solo essere sicuro che stessi bene. Sapessi che sollievo, domani quando torni ti racconto. Buonanotte, Matilde, ti voglio bene.

E riattaccò prima che lei potesse ribattere.

Giosuè salì le scale quasi danzando e, una volta in camera, si lasciò cadere a peso morto sul letto. Una risata tra l’amaro e il divertito squarciò il silenzio: che cretino sono a pensare sempre al peggio. La vita è più rosea di quel che credo, si disse a voce alta come un’autoconsolazione prima di dormire.

Dopo un’ora, però, non aveva ancora ripreso il sonno. Nella felicità appena ritrovata si stava insinuando un tarlo: come un agente segreto che con le cuffie in testa decripta con cura una conversazione carpita, riascoltò più volte mentalmente la breve telefonata. All’ennesimo riascolto si domandò se davvero non doveva dare importanza a quel vago borbottio di protesta, prettamente maschile, che gli sembrava di udire in sottofondo alle parole di sua moglie. E con la compagnia di quel tarlo che gli rosicchiava l’anima come un vecchio legno, Giosuè rimase sveglio il resto della notte.


 
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