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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Nerofumo, di massimolegnani 10/09/2022
 
Nerofumo

di massimolegnani



Una mantellina di raso nero prestata dalla nonna, un cappellaccio in disuso del papà, uno spadino di plastica, unico acquisto a dare verosimiglianza al personaggio, un sughero affumicato sul gas della cucina a disegnare baffi e mascherina attorno agli occhi sul volto infantile. Lui, al termine della vestizione, guardandosi allo specchio, più che Zorro si sentiva uno spaventapasseri, ma di quelli che non spaventano nemmeno il merlo più credulone.

Soprattutto lo infastidiva il nerofumo con cui la mamma gli aveva trasformato i connotati, gli sembrava una finzione forzata che non lo divertiva, altro che Allegria! come gridava quello là. E poi non gli piaceva l’odore acre di quegli sbaffi neri sotto il naso. Quale allegria cambiar faccia cento volte…avrebbe potuto cantare con la malinconia di Dalla, se solo questi avesse già scritto allora la canzone.

Ma il peggio doveva ancora venire.

Soddisfatta della sua opera la mamma decise di portarlo su e giù per le scale a mostrarlo agli inquilini del palazzo. Dalla portinaia paciosa alla gran dama dell’ultimo piano fu un tripudio di squittii entusiasti, un coro di voci garrule che lo invitavano a disegnare Zeta nell’aria con lo spadino. Lui, silenzioso e tetro, accennò senza convinzione qualche gesto goffo, era la scimmietta ammaestrata che legata alla catenella deve esibirsi a tempo di musica.

Quel giorno Camillo imparò a sue spese che il Carnevale è la festa più triste dell’anno.


 
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