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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Dimenticare Tallin, di massimolegnani 14/10/2022
 
Dimenticare Tallin

di massimolegnani



Sofi era l’unica che masticasse un poco d’italiano in quella città del Baltico, in un Nord che mi era sconosciuto, vagamente in alto a destra.

Per me Lituania, Estonia, Lettonia costituivano un tutt’uno nebuloso e, non fosse stato che il programma del mio viaggio e il biglietto del treno erano stati predisposti dal Partito, forse sarei sceso a Vilnius o a Riga anziché a Tallin.

Era il periodo dei grandi mutamenti, la seconda metà degli anni Ottanta, il blocco comunista che andava sgretolandosi, prima che crollasse definitivamente il muro, piccole nazioni che dichiaravano l’indipendenza con un coraggio folle, il nostro Partito che assumeva posizioni autonome da Mosca, ma con cautele e titubanze molto vescovili. Così, per simboleggiare una solidarietà poco compromettente mi avevano mandato nella capitale estone per partecipare al Torneo internazionale di scacchi per non classificati, io pedina in un sistema di equilibri e di contatti ben superiore alle mie capacità di gioco.

Sofi girava tra i tavoli a servire ai giocatori chini sulle scacchiere il tè con qualche pasticcino e fette di torte casalinghe. Indossava quello che credo fosse il loro costume tradizionale, un corpetto giallo, una gonna di panno scuro, una cuffia bianca da cui spuntavano due trecce imprevedibilmente nere. Osservava le mosse dei giocatori con una certa competenza, tu bello bravo, le prime parole che mi rivolse e al mio stupore indicò la bandierina tricolore sul mio tavolo. Non sono bello e neppure bravo, eppure lei non perdeva occasione di passarmi accanto e lodare con discrezione le mie strategie in realtà povere d’inventiva. Forse voleva esercitare il suo italiano o ero io a costituire un elemento esotico tra tanti partecipanti tutti uguali, impassibili stoccafissi del Nord Europa.

Tu italiano mi ripeteva con quegli occhi color del Baltico, se il Baltico era come l’immaginavo, perché ancora non l’avevo visto: tra la città e il mare si frapponeva una collina. Dalla prima sera mi prese sotto la sua protezione e, finite le partite della giornata, la ritrovavo ad attendermi all’uscita dal massiccio palazzo del torneo.

Bergstrasse, lstrada della collina, era un viale che partiva dal centro medioevale, con il selciato lasciato a pietre levigate e intorno qualche casa a graticcio dall’architettura grossolana che in Italia non avrebbero commosso nemmeno un turista giapponese. Iniziava ampio con una certa maestosità ma poi si andava assottigliando a mano a mano che saliva verso la periferia e sembrava perdersi prima di raggiungere il mare. Non mi capacitavo di quella stranezza, la città pur vicina al Baltico, si era sviluppata quasi nascosta dal mare. Noi sempre difenderci, paura di attacchi dal mare e la collina era buona difesa naturale. Ma poi nemici venuti lo stesso, da terra. Sofi nel raccontare aveva una fierezza malinconica come fosse allo stesso tempo indomita e rassegnata all’ennesima invasione.

Lei abitava in una casetta in cima al poggio, io in un albergo poco più in basso. Durante quei ritorni serali imparai ben presto i passi lenti e i luoghi tipici, Sofi mi indicava botteghe di artigiani che da noi erano scomparsi, come dite voi quelli che aggiusta scarpe?, il quartiere ebraico dove mancavano gli ebrei, i tigli in fiore, il parco con un torrione in pietra, lei si spiegava a gesti e parole approssimate, a me incantava il suo sorriso.

In cinque giorni dalla sua bocca appresi la storia del Paese, qui nazisti ammazzarono patrioti, da quel binario partivano gli ebrei per morire a mille e mille, a quel muro i russi fucilarono Stanislas, nostro presidente durato pochi mesi, e con lui altri cento senza colpe. Una sequela di sconfitte e lutti che Sofi, lei così giovane, raccontava come vissuti sulla propria pelle. E questo nome tedesco?, le chiesi una sera indicando il viale su cui passeggiavamo sempre più lenti. Trovavo assurdo che dopo tanti disastri, almeno in parte inflitti dalla Germania, usassero ancora una parola tedesca per dar nome alla via principale della città. Non c’entrano i nazisti. Cinquecento anni fa da Danzica, Lubecca, Kiel, venivano attraverso il mare a commerciare con noi. Facevamo parte della lega anseatica, un’alleanza commerciale. Non ne sapevo nulla, la ascoltai come mi stesse raccontando la sua vita. Bergstrasse” brontolavano i tedeschi appena sbarcati, salendo con i carri la collina che separava il porto dalla città. Ma la nostra ambra valeva bene quell’ultima fatica. Un sorriso di malizia e orgoglio le schiarì il viso.

Al mattino per raggiungere la sede del torneo ripercorrevo il viale in senso inverso ed era bello riconoscere accanto alla Storia triste del Paese la minima geografia di negozietti in cui avevo fatto acquisti col suo aiuto e di locali privi di pretese dove poche ore prima avevamo sorseggiato una birra placida.

Gli scacchi persero interesse quasi subito, forse giocavo, vincendo e più spesso perdendo, unicamente per sentire i suoi occhi su di me, di fatto mi alzavo al mattino già in attesa di quell’ora all’imbrunire che avremmo passato assieme camminando senza fretta verso casa.

Tu comunista, vero? mi chiese mentre cenavamo alla buona sotto un pergolato e c’era una nota di rimprovero in quelle tre parole, tanto che risposi a disagio. Sì, ma in Italia essere comunisti è diverso da qui. È dai tempi di Praga che abbiamo preso le distanze da Mosca. Sofi allungò la mano sul tavolo fino a stringere la mia, Noi ora liberi ma in pericolo. Felici se voi ci appoggiate. Non mi domandai se fosse un suo pensiero spontaneo o se stesse parlando a nome di qualche politico convinto che io fossi influente nel partito (e non lo ero affatto). A me premeva solamente che non lasciasse la mia mano.

Quella sera passeggiammo a lungo sottobraccio in una spola un po’ patetica tra l’albergo e casa sua, come avessimo tante cose da dirci, e il più del tempo tacevamo. Alla fine la baciai davanti al suo cancelletto in legno. Al momento del commiato, mi disse seria tu entra da me, domani parti.

Abitava in due stanze scarne e dignitose, tanti libri l’unico disordine. Ancora mi guardavo in giro per memorizzare tutto ciò che potesse diventare ricordo e lei già mi aveva preso per mano per condurmi al letto.

Non ci scambiammo promesse, nemmeno recapiti, ma io il mattino seguente mentre discendevo il viale verso la stazione sentii nel vento che spirava dal mare un’aria ricca di futuro.

In Italia resistetti due mesi come in gabbia, nessuno mi diceva tu, bravo, a nessuno mi riusciva di sorridere. Ripresi il treno e questa volta non avevo alcun timore di confondere una città con un’altra. Volli ripercorrere a piedi la lunga salita della Bergstrasse, mi sembrava il modo giusto, di giusta fatica, per ritrovare il clima di quei giorni. Guardavo le piante delle fucilazioni, le botteghe, le trattorie e per ogni luogo, per ogni pietra del selciato, mi riecheggiava in testa qualche sua parola.

Sofi mi accolse con un sorriso delicato ma non mi fece entrare in casa. Restammo a guardarci, ci separava il cancelletto bianco e qualcos’altro di meno definito. Scosse la testa alle mie parole di speranza e, allungando la mano sulla mia guancia mal rasata, tu caro, ma la mia vita è altra.

Presi un tassì e tenni gli occhi serrati fino alla stazione, non volevo rivedere la strada della collina. Più difficile cancellare dalla mente Sofi, troppi interrogativi irrisolti, troppa delusione. I binari a ritroso a mettere distanza, il paesaggio che mutava per dimenticare Tallin, ma il suo sorriso un enigma destinato ad accompagnarmi fino a casa.


 
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