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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La casa ruba o nasconde?, di Carla De Angelis 05/11/2022
 
La casa ruba o nasconde?

di Carla De Angelis



Lo sussurro appena perché Lei non ascolti: la mia casa ruba. Si appropria delle mie cose quando dormo, quando sono al telefono, a volte basta che mi giri un istante e quello che prima era sul tavolo non c’è più.

Si nutre degli oggetti più strani.

I miei occhiali per esempio, li ha presi per ammirarsi attraverso i miei occhi, come si vedesse allo specchio, per godere di ciò che le riempie la pancia. Ho scoperto la sua meraviglia per un orologio da parete color piombo brillante. E’ un orologio che quando pensa di non essere nel giusto tempo allunga la sua antenna fino a Monaco di Baviera per ricevere l’ora esatta. Sono certa che questa invenzione la stupisce.

Accanto ci sono due maschere greche. Ad una distrazione si deve quell’indefinibile bel colore giallo. Lavoravo la creta e, queste due maschere greche animavano la mia fantasia. Dopo la prima cottura nel forno, invece di immergerle nel bagno di smalto rosso le immersi nella cristallina- sempre rossa – ma che serviva – a impermeabilizzare i tegami di coccio. Il risultato fu entusiasmante, i ceramisti mi chiedevano come avessi ottenuto quel bel colore: “un segreto!” rispondevo.

Non ha voluto essere incartata, così un pennello e una mano esperta hanno dipinto le sue pareti di un bel colore bianco, pronto a ricevere i più svariati messaggi.

Ogni tanto ci disegno i riccioli del mare quando la spuma somiglia ai miei pensieri o appendo i ritratti di coloro che mi sono passati accanto e non sono restati. In quel bianco spesso mi avvolgo e dondolo.

Un tetto spiovente la protegge dal sole e dalla pioggia. Le tegole anticate offrono rifugio agli uccelli. Il muro di cinta è stato realizzato con mattoni di tufo allineati in modo irregolare, il muratore con pazienza e dedizione ne ha evidenziato con un punteruolo il perimetro così da comporre una scala bella quasi quanto quella che ha all’interno, di colore rosso cupo con gli scalini di legno, caldi per i lunghi sonni di una gatta che chiese gentilmente di abitarla quando la casa stava nascendo.

Ogni giorno le racconto del passato, la fatica di trovare il senso del viaggio senza paura o infelicità, è giovane, sussurro ai muri il tempo in cui la sognavo, appendo quadri e ricordi per farmi conoscere. Spesso non trovo le parole giuste per esprimerle lo stupore di abitarla.

Non sa ancora tutto della sua attesa e della nascita. Era stata desiderata moltissimo, erano in cinque a volerla. Una famiglia all’antica che nonostante i pochi soldi, desiderava restare unita. Poi morì il capo famiglia e così venne a mancare il denaro necessario per completarla. Passarono molti anni nei quali il terreno intorno era diventato pascolo per le pecore, l’acqua e il sole filtravano all’interno , era soltanto un inizio di casa e ogni sorta di erba cominciava a soffocarla. La prima volta che l’ho vista si trovava in quell’abbraccio mortale, sembrava chiedesse aiuto

Ora è’ circondata da un pieno di fiori, alberi, insetti e tanti merli. che si nutrono con i prodotti del mio orto. Con un telo bianco copro le insalate, lascio fuori qualche cespo perché si nutrano.

Avrete capito perché questa casa è esigente e non mi restituisce gli occhiali.

Io ci sto dentro come fosse la mia, rispetto i suoi umori, mi adatto e cerco di migliorare l‘atmosfera quando si riscalda troppo, o quando è troppo fredda.

Le ho regalato delle finestre con una buona chiusura per l’inverno e un caminetto. Le fiamme la imboniscono, l’atmosfera diventa più calda e familiare. I ricordi scendono dal caminetto, alcuni bruciano come lingue di fuoco impazzite attraversando velocemente la fiamma, altri si consumano lentamente e sembra non vogliano andarsene. Sono ormai ridotti a cenere, orme remote calpestate da altri passi.

Resto a guardare e non soffio per ravvivare la fiamma.

La notte mi tiene sveglia con quei suoi scricchiolii, lei dice che si assesta per trovare la posizione migliore per dormire, io penso che rida spudoratamente alle mie spalle per tutti i furti.

Piano piano scendo gli scalini, con una lampada tascabile, continuo a cercare in silenzio, è tutto inutile, ho la sensazione che rida più forte.

Vado a dormire.

Questa mattina mi ha restituito l’agenda e mi ha rubato la penna.

Meglio uscire, la lascio sola, spero di trovare al mio ritorno altri regali. Ho la sensazione che mi cederà altre cose.

Spengo tutte le luci, chiudo a chiave, controllo le finestre, non vorrei che altri la violassero in mia assenza .

Lunga l’attesa dell’autobus, mi ripagano i volti delle persone che incontro. Mi piace questa immersione nella vita reale. Come fossi un regista ad ognuno assegno una parte, mi ispira lo sguardo, la piega delle labbra o l’agitarsi delle mani. Qualcuno continua a dormire con la testa appoggiata al finestrino, una ragazza ha chiamato al cellulare quattro amiche per dir loro che farà una gita in Spagna, ha iniziato tutti i dialoghi con “ciao tesoro”.

Mio padre sorriderebbe di questo, lui così discreto, che se aveva voglia di canticchiare alla guida della sua auto, si guardava intorno e chiudeva i finestrini . (non aveva il climatizzatore!). Vedi padre ora, si vive in comunione con gli altri, sembriamo tutti matti, parliamo con il cellulare dappertutto incuranti di chi ascolta , e ci agitiamo mentre camminiamo, al ristorante, in fila al super mercato, senza vergogna non lo spengiamo nemmeno nei luoghi del silenzio.

Tu così discreto arrossiresti vedendo la vicina al tavolo del ristorante masticare la gomma come facesse ginnastica facciale, o l’altro che si asciuga le mani con la tovaglia; poi tutti a dare del tu a tutti, ti rammaricheresti se entrando in un negozio nessuno ti dicesse buon giorno. Resto sempre sorpresa del contrario, quasi mi vergogno a salutare.

Qualcuno, nonostante sia mattino presto già ha la bottiglia di birra in mano, mani tozze e callose abituate ad un lavoro duro, gli occhi inespressivi, lontani persi a dipingere con la memoria famiglie lasciate chissà dove.

L’autobus traversa il Rio Galeria, ormai nascosto tra argini poderosi e vegetazione incolta. Il rio nei tempi antichi veniva utilizzato per il trasporto del sale fin sotto le mura di Vejo. A quei tempi il suo nome era Carena, trasformato, ai tempi di Servio Tullio (quarto re di Roma) in Galeria (abitanti del rio Careja) durante la riforma dell’agro romano.

Oggi sono fortunata a vedere tutto questo. ll semaforo diventato rosso obbliga l’autobus alla sosta. Alla guida dell’automobile non vedrei nemmeno gli argini del rio. Ponte Galeria era un piccolo centro, nodo di due arterie stradali: Portuense e Magliana e due fluviali, Tevere e Rio Galeria, sarebbe fantastico se il Tevere e il Rio tornassero navigabili.

Ora c’è solo la possibilità di percorrere con gli automezzi strade su strade messe in opera in questi ultimi anni per l’inserimento di grossi centri commerciali, un altro ponte di raccordo tra via della Muratella e via di ponte Galeria vede rallentati i lavori poiché sono state rinvenute oltre trecento tombe. Sepolture di gente semplice –forse schiavi delle vicine saline – del primo e secondo secolo dopo Cristo, gente comunque con il senso della solidarietà visto che nel cranio di un giovane si è visto un foro praticato nella mandibola per l’alimentazione.

Certo non pensavano che dopo tanti secoli il loro sonno sarebbe stato turbato dalla nostra civiltà. Tombe di gente umile, povera perché se è vero che nessuno può eludere questo celato appuntamento, le tombe dei ricchi sono riconoscibili dai dipinti che ornano i muri e dagli oggetti preziosi.

I Papi tenevano in conto questa parte della città. Papa Gregorio e i suoi successori ebbero molto a cuore la zona. Papa Clemente VII curò il buono stato del Ponte Galeria tanto che ne ordinava regolarmente la manutenzione autorizzando il prefetto di Roma a riscuotere un tassa sulle navi che risalivano il Tevere,

Voglio raccontare alla mia casa quanta storia è passata sulla sua terra. Ricordarle di quando i muratori con sorpresa mi donarono un vecchio bicchiere di peltro ritrovato scavando la terra. Il bicchiere racconta che a quel tempo il mare giungeva fino alle sue fondamenta, poi ritiratosi diventò pascolo per una grande fattoria. Se la mia casa fosse a conoscenza di tutto questo sarebbe più umile. Dovrebbe ricordarsi di quando abitava in un piccolo appartamento .

Il sole ha già riempito lo spazio del suo tempo è sera torno. Lei mi scorge da lontano spalanca il cancello e la porta, mi regala un sorriso, prima di entrare pulisco le scarpe sullo zerbino. Ho acquistato quattro piante fioriranno tutta l’estate e manterranno le foglie verdi in inverno. Spero apprezzi la mia scelta, non ho voluto piante stagionali per non regalarle ciò che finisce.

Entro con un sorriso e un respiro di sollievo, non dimentico quando abitavo un piccolo appartamento.




 
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