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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Una breve villeggiatura, di massimolegnani 22/12/2022
 
Una breve villeggiatura

di massimolegnani



Il ragionier Gervasio Gervasoni scese dal treno inspirando a pieni polmoni, ma non inglobò, come avrebbe desiderato, l’aria frizzante dei boschi circostanti quanto i vapori untuosi sprigionati dalla locomotiva. Tossì infastidito e si avviò verso il paese di mezza montagna dove aveva intenzione di trascorrere pochi giorni di villeggiatura, la sua prima vacanza da quando aveva iniziato a lavorare.

Girovagò senza fretta tra le viuzze del centro storico assaporando poco alla volta l’atmosfera senza tempo delle strade lastricate a ciottoli di fiume e il fascino antico di vecchie case dipinte a colori vivaci. Si era fuori stagione per cui trovò senza difficoltà alloggio presso un’affittacamere, una stanza dignitosa con le travi del soffitto a vista e arredata con pochi mobili, vecchi ma solidi. Ripose nell’armadio i due cambi che si era portato, si diede una rinfrescata nel lavabo smaltato posto in un angolo della camera e subito uscì.

Il bosco iniziava appena oltre le ultime case e lui vi si immerse percorrendo con entusiasmo sentieri ben segnati e sostando ogni tanto a una fontanella per dissetarsi o su una panchina per rifiatare, non era un gran camminatore. Tornò in paese che aveva fame. Entrò in una locanda e si sistemò nella stanza più interna, lontano dal chiasso di chi beveva un bianchetto o un digestivo al banco. L’ambiente era dominato da un grande camino, con tanto di panche al suo interno, che emanava un piacevole tepore. Gervasio cenò in solitudine, condizione per lui abituale, anche in città mangiava per lo più da solo e distrattamente, ma questa volta gustò il cibo come non era solito fare e bevve con piacere e in abbondanza il vino rosso locale.

Quando uscì dalla locanda, era scesa la sera e nelle strade poco illuminate si era adagiata una fine nebbiolina. S’incamminò con passo che credeva deciso, in realtà un poco malfermo, sicuro di ritrovare con facilità il percorso verso casa. Ma quelle vie strette, tutte uguali, risultarono un vero labirinto in cui lui procedeva per tentativi infruttuosi, non diverso da un topo da laboratorio. Per strada non incontrò anima viva e si ritrovò più volte al punto di partenza scoraggiato, quando vide, vicina a un uscio, una vecchietta che sembrava provenire da un’altra epoca, gonna di panno lunga fino ai piedi, una cuffietta bianca in testa e una gerla carica di legna sulle spalle. A lei Gervasio confessò di essersi perso. Venga con me, l’accompagno, gli disse l’anziana che si avviò lenta e sicura, senza nemmeno chiedergli dove dovesse andare.

Il ragioniere la seguì perplesso, forse la nonnina non c’era con la testa, ma dopo poche svolte che a lui sembrava di aver già fatto in precedenza, si ritrovò davanti al portone di casa della sua affittacamere.

Ma come ha fatto?, le chiese sbalordito. La vecchietta fece un sorriso sdentato, emise un eheh divertito, si strinse nello scialle e tornò sui suoi passi, scomparendo presto nella nebbia.

Gervasio si lasciò cadere esausto sul letto e forse si assopì, ma poco più tardi proruppe in una fragorosa risata. Rideva di sé stesso, lui sempre così preciso e razionale si era perso come un bambino e come un bambino si era lasciato stregare dall’atmosfera magica del paese, senza provare a dare all’accaduto spiegazioni logiche. Sì, la villeggiatura era iniziata nel migliore dei modi, rise di nuovo e si addormentò.


 
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