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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Dalla voce di lui, di massimolegnani 06/03/2023
 
Dalla voce di lui

di massimolegnani



La sento imprecare appena entrata in casa, una furia che mi dà sui nervi ma non voglio darle la soddisfazione di incazzarmi. Prima che varchi la porta della camera da letto cerco di concentrarmi su qualcosa di banale per non farmi coinvolgere dalle sue grida. Ecco, mi metto a far ballare la ciabatta sulla punta del piede.

Le cose tra noi non funzionavano da tempo, poi sono precipitate da quando lei ha ottenuto quella maledetta promozione: si è montata la testa, si crede una top-manager e vorrebbe trattarmi come l’ultimo dei suoi sottoposti, la stronza. La mattina si veste e si trucca come dovesse andare a una sfilata, esce tutta impettita mentre io resto a casa a scrivere. Durante la giornata non si fa mai viva, e le poche volte che lo fa è per pavoneggiarsi che ha un pranzo di lavoro o un cocktail con dei clienti stranieri. E in che lingua parla con questi fantomatici stranieri lei che infila strafalcioni pure in italiano? A sera torna quando le pare e si atteggia a gran donna sfinita dal lavoro. E non lavoro pure io? Ma io non la metto giù dura, non mi vanto né mi lamento con lei delle mie alterne fortune in campo letterario.

L’altra sera non ne potevo più delle sue vanterie e le ho sibilato: cara, tu resti l’impiegatuccia che eri, anche se hai ottenuto due scatti di carriera: considera che sono solo due pioli nella scala degli schiavi. Solo io sono un uomo libero.

Non l’ha presa bene, mi ha accusato di essere meschino, invidioso dei suoi successi. Mi ha sbattuto la porta in faccia ed è andata a dormire sul divano. La riconciliazione, poco più di una tregua armata, è arrivata dopo due giorni di musi lunghi.

Ma questa sera è peggio, sembra un’indemoniata, sbraita, impreca in corridoio, spalanca la porta della camera insultandomi. Io sono ancora alle prese con la ciabatta, la lancio in aria e la riprendo al volo col piede. Guarda, le dico. E le faccio un gran sorriso.

Lei mi guarda esasperata e mi rovescia addosso una sfilza di ingiurie da scaricatore di cassette ai mercati generali. Il motivo di tanta veemenza è che non le ho preparato nulla per cena. Non ribatto agli insulti, mi mostro conciliante, le faccio solo notare che è quasi mezzanotte, un po’ tardi per cenare e comunque ci sono i miei avanzi in frigo. Lei scambia la reazione composta per arrendevolezza e torna alla carica. Si avvicina, mi guarda con odio e mi tempesta la pancia di piccoli pugni. Io dapprima rido come mi facesse il solletico, poi, quando aggiunge sei un bastardo incapace e menefreghista, m’inalbero. Mi alzo in piedi, la spingo contro la parete, premo la mia fronte contro la sua, le parole mi escono in un sibilo sottile, tagliente: come puoi pensare che ti prepari la cena mentre tu ti stai facendo sbattere come una zoccola dal tuo capo.

Silenzio.

Si lascia scivolare giù fino a terra coprendosi il viso tra le mani. Io la considero un’ammissione di colpevolezza. La lascio lì a piangere e mi infilo sotto le coperte. Spengo la luce, non far rumore quando vieni a letto.

Non dormo, ascolto il suo pianto sommesso da coccodrillo. Va avanti a lungo, poi c’è un lieve tramestio di cassetti fatti scivolare sui cardini, il frusciare di indumenti tirati fuori alla cieca, passi felpati che escono dalla stanza. E dopo qualche minuto di assoluto silenzio sento la porta di casa sbattuta con rabbia.

Amen, ora posso dormire.



 
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