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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La conigliera, di massimolegnani 02/03/2024
 

La conigliera

di massimolegnani





Era sorto come residenza signorile all´epoca del boom, in un quartiere nuovo, con l´ambizione di diventare il nuovo fulcro della città e anch´io a quel tempo avevo un´ambizione, quella di diventare qualcuno, ma le cose sono andate diversamente per entrambi, il progetto non è decollato, la città si è sviluppata altrove ignorandoci e col tempo questo caseggiato è diventato una conigliera di periferia dove ogni sera torno con il mio carico di odio.

Queste stanze, che sono le mie stanze da oltre mezzo secolo, di notte mi sono insopportabili, a una cert´ora si accendono di suoni indigesti. Quando alla sera taccio, queste stanze raccattano i rumori dell´intero condominio, li scovano con una perseveranza da segugi in mille anfratti e in cento variazioni, trasformandoli in frastuono.

Il borbottio della caldaia cresce nei tubi fino a diventare, al quinto piano dove abito, un respiro moribondo che però non muore mai. Il ticchettio incessante della pendola oltre la parete del vicino sega il mio tempo in tante briciole inservibili. Musiche esotiche, ballabili italiani, opere liriche, salgono intrecciate lungo i muri dai piani bassi alle mie orecchie, come la vite vergine, l´edera, il glicine che s´arrampicano nelle case diroccate di campagna in un groviglio inestricabile.

Ma più dei suoni sono i rumori umani a raggiungermi ovunque mi nasconda. La pisciata oscena, interminabile, del vecchio dalla prostata malsana che ha il cesso sopra la mia testa, il rodeo di colpi assatanati e gemiti esplosivi dei nuovi inquilini che non bastano tre piani ad ovattare e poi tutto l´assortimento di incerta provenienza, le risate grasse, i pianti isterici, le grida sgangherate, le scoregge in solitudine, i rutti sparati in compagnia, tutti i rumori assieme mi cingono d´assedio.

Così ti scrivo per evadere. Carta e penna, vorrei pensarti bene, scriverti di noi, ma il mio pensiero incespica, non passa la barriera, è sopraffatto dal chiasso che inquina la testa e il foglio. E allora finisco col parlarti delle voci dei vicini, squillanti o bitonali come le trombe nello stadio, ti dico dei lattanti che reclamano col pianto il seno o la bottiglia, e delle madri che gemendo si alzano dai letti cigolanti e in sottofondo ronfano i mariti indifferenti come gatti, ti racconto di anonime parole, dichiarazioni di belligeranza o incaute frasi d´amore, che non voglio sapere a chi appartengano, perché rifiuto di essere coinvolto dai suoni altrui. Ti scrivo per evadere e resto intrappolato, appena poche righe e già mi arrendo. Così abbandono la penna, appallottolo la carta, e mi lascio sommergere dalla marea immonda dei rumori. Resto in ascolto e riconosco il ragionier Trompetti che sproloquia in disperati soliloqui, i coniugi Malfatti che fanno del litigio un´arte fine da poltrona, e poi il catarro catramoso di Giovanni Pipoli che si spolmona e sputa e non sono certo che sia nel lavandino, i gargarismi lirici della signorina Lea, secca e tignosa, la flatulenza poderosa di Lalla Gentili e il marito che timido protesta. Tutti riconosco e odio. Provo un rancore preciso per ciascuno, sterminata diventa la mia misantropia, capace di una strage.

Ma poi tra tanta cacofonia odo una specie di musica triste, la tosse sfiancata di Tommaso e il pianto soffocato di sua madre. S´intrecciano indissolubili la tosse e il pianto oltre la parete e io m´irrigidisco come un mulo che fiuta lo strapiombo. Non bastano le mani sulle orecchie e i muscoli contratti nel rifiuto, quei due suoni dolorosi mi penetrano dentro assieme all´aria che respiro. So che lei, con la fronte appoggiata al muro appena dietro la mia nuca, lei piange sommessamente. Ha gli occhi rossi come li vedessi e le sue lacrime mi scorrono sul collo. Resisto ancora qualche istante, ma la mia resa è lì che aspetta certa. Mi alzo dalla sedia, vado già sfinito verso il mio confine, guardo il muro divisorio come vedessi oltre, vedo la sua desolazione e passo la mano sopra la parete in una carezza faticosa. Bacio l´intonaco dove sono i suoi occhi, eternamente rossi, accarezzo la gola spossata di suo figlio. Poi scivolo per terra e resto accoccolato insonne, veglio per ore la loro notte disperata. Che i rumori maledetti non disturbino la tosse e il pianto.


 
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