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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La ciospa di Giovanni Racalbuto 24/04/2006
 

-Ti vedo ... e non ti vedo, oh Cibisco, dietro il muro della chiesa… - gridò, più volte, una donna emettendo una nenia sbavata che si attorcigliò ai pochi denti rimasti nel forno desolato della bocca. La donna appariva disfatta, più dalla fatica che dagli anni, ma tutti lì attorno la chiamavano ciospa”, con un vocabolo gergale preso dal linguaggio dei canapini di Cotignola . Quella parola non le piaceva soprattutto  perché le richiamava alla mente, per uno strano automatismo dell'inconscio, l'immagine di una pelle viscida e bitorzoluta, in movimento su di un essere anfibio che procedeva caracollando, proprio come faceva lei che, a fatica, camminava appoggiandosi  da storpia a un bastone.

Le dava anche pena, il significato letterale della parola che voleva dire semplicemente 'vecchia' con un sottinteso di disprezzo in più, in quanto ,tornando indietro con la memoria d'adulta, ricordava di essere stata considerata tale, perché nubile, prima ancora di aver superata la soglia di quella che, fuori da quelle case contadine, e per altri, era la giovinezza.

Gli uomini che ogni anno,  d'estate venivano da Cotignola a Roverdano ( paese di montagna dove lei abitava) a tirar la canapa nei poderi,  cominciarono a chiamarla così quando aveva trentatré anni soltanto. E quell'appellativo disgustoso per la immagine che suscitava, usato poi abitualmente anche dai suoi famigliari,  aveva contribuito ad isolarla nella numerosa tribù patriarcale di cui faceva parte, scavando di ombre ancor più taglienti il suo viso precocemente invecchiato.

La “ciospa  accanto a sé aveva trovato, in una vita di solitudine tra la generale indifferenza, grigia e compatta come le nebbie d'inverno, solo l'affetto del ragazzetto che ora stava chiamando, al termine della passeggiata che erano soliti fare assieme ogni giorno, al calar del sole, quando i sentimenti emergono più facilmente dal profondo dell'animo, trasformandosi in sensazioni epidermiche e fisiche. La donna urlò ancora alzando il bastone in segno di scherzosa minaccia indirizzata alla massiccia e pelosa ombra della chiesa di Roverdano che si allungava, pigra e disciolta sul prato, in un arabescato tramonto di fine settembre.

Finalmente, distolta da quel gridare, dall'ombra più grande se ne staccò una piccola e minuta, e Cibisco corse dalla zia che, vedendolo giungere al trotto sulle magre gambette, si intenerì a tal punto che, prima ancora che lui la toccasse, già sentiva le braccia cingerle la vita e vedeva la testa spargere i riccioli biondi sui grigio vestito a dischetti, che lei portava, sempre così da anni, da “ciospa”.     

Non era quello né suo figlio né il nipote, e li legava solo un remotissimo legame di sangue stemperato, se c'era, tra i membri della tribù contadina.  Immaginava  che la madre di Cibisco, misteriosamente impazzita dopo il parto,  glielo avesse affidato, mentre andava rivedendo, ogni giorno sempre più chiare, le visioni che, durante le generazioni passate, furono percepite dagli avi e arcavoli, nel loro trascorrere immutabile, seduti nelle consumate panche delle osterie di Roverdano.

Il piccolo inizialmente aveva chiamato la donna che si prendeva cura di lui, col nome di mamma ed ora, più grandicello, con quello di zia, ma parlando di lei mai aveva usato la parola ciospa”, come se condividesse la stessa immagine ripugnante dell'anfibio, che si formava nella mente della donna, emergendo dalle radici del vivere in una terra umida fatta apposta per animali della specie dei rettili, anfibi o lumache dalle dimensioni gigantesche.

All'inizio, tra lei e Cibisco, furono anni pieni di carezze nei piedini rosa cercati nella culla e poi tempestati di baci, di pannolini cambiati tra mille scherzi fatti sul culetto e col piccolo sesso che lei chiamava affettuosamente, la mia carotina o il mio salsicciotto.

Quando il piccolo aveva iniziato ad andare a scuola era stata lei ad insegnargli, con infinita pazienza, a fare i primi compiti tenendolo sulle ginocchia, mentre gli guidava, dal di dietro, la mano che lasciava solo per sollevargli i capelli quando gli dava leggeri morsetti  nella nuca.

Era allora che, al contatto delle labbra già increspate dalla precoce vecchiaia, lui sorrideva appagato, mostrando due occhi eccessivamente grandi, da femmina, pervasi da un impercettibile e acquoso movimento che proveniva da nascoste profondità azzurrognole dell'animo. E scopriva i denti che, col passare del tempo, prendevano consistenza al sole e all'aria dei campi come acerbi chicchi di mais,  particolarmente strani e imprevedibili: gli incisivi centrali erano normali, i laterali più sottili del normale e i canini decisamente appuntiti. Tanto che lei era solita, per scherzo, premergli sopra i polpastrelli  per fargli vedere le impronte acuminate che lasciavano. Né il padre né la povera madre uscita di senno, e poi morta, li avevano così né alcun altro più anziano della tribù contadina. L'espressione che tali denti conferivano al volto del ragazzo faceva giungere alla memoria della ‘ciospa', piuttosto il ricordo di un forestiero che restò sconosciuto, capitato un giorno di molti anni prima, sull'aia della casa contadina avvolta nella nebbia, come uscito misteriosamente dal nulla della terra indurita ai primi geli di dicembre. Non i dettagli fisici del volto di quell'uomo, ma solo l'astratta essenza della fisionomia, caratterizzata appunto dai denti particolari, si era fissata indelebile nei suoi ricordi, rappresentando, più che un'immagine, uno stato d'animo che avvertiva nei momenti particolarmente felici.  

Ne ricordava anche le parole (almeno alcune), perché il forestiero si trattenne pochi giorni, parlando un linguaggio che lei, appena ragazza, non capiva, ma piuttosto intuiva .

- Ho finalmente conosciuto - diceva agitando le lunghe braccia all'interno di un pastrano militare, senza gradi né pieghe - la grande ilarità del 'potere', che è il ridicolo spogliato da qualsiasi commiserazione umana. E io sono profetico quando dico che, tra qualche decennio l'umanità lo vedrà solo in questa maniera. Per questo mi perseguitano.

E, passando la lunga mano bianca tra i capelli biondi concludeva dicendo che , con quello che avveniva nel mondo , non gli era più possibile restare aggrappato alla lucida verticale dei suoi pensieri, senza fare nulla.

Nei giorni in cui lui si intrattenne a Roverdano,attorno alla casa del clan, lei ascoltava estasiata e vergognosa i discorsi pieni di parole mai udite, notando che i denti li aveva, sì aguzzi, ma solo a tratti, e molto raramente gli conferivano un aspetto cattivo, dal momento che questo veniva mitigato dal suo essere continuamente assorto in pensieri lontani che non raccontava.

Aveva anche sentito dire, dalle più anziane, che lo sbandato (lo immaginava come un disertore dell' esercito del nulla, nella guerra appena finita), faceva  in continuazione proposte oscene alle donne del clan, indipendentemente dalla loro età. A lei rivolse la parola solo una volta guardandola, però, al di sopra della fronte, come se si rivolgesse a una persona più alta che stava dietro di lei  - Qual è il tuo nome, oltre a quello più ovvio in questa stagione, di fiore della nebbia ? Altre cose aggiungendo, di cui lei non capiva il significato.

Rispose solo che si chiamava Gerolomina, arrossendo per la vergogna di avere un nome cosi diverso da quello che lui le aveva appena attribuito, certo  ispirato  dal continuo guardare, fuori dalla finestra, l'evanescente attorcigliarsi ai rami del ciliegio che era di fronte, dei festoni di nebbia appena mossi dal vento .

Pensò allora, per la prima volta, di desiderare un uomo in modo caldo ed eccessivo, di giovane femmina ancora acerba,  già immaginandosi i baci a bocca aperta. E quando lui se ne andò stringendo un cartocci di pane e noci che gli avevano regalato i responsabili del clan contadino, l'accompagnò a lungo, e se le avesse detto, seguimi, spogliati o stringimi, l'avrebbe fatto .

Molte volte, da allora, aveva rivisto il ciliegio spogliarsi del verde e addensare sui rami l'acqua della nebbia invernale che scorreva in piccoli rivoli sul tronco, come lei era solita sentire scivolare il sudore lungo la schiena durante le mietiture. E quell'affinità tra piante e persone la riscopriva nell'albero stesso che, biforcandosi a pochi palmi da terra, appariva come un esile gigante piantato a capofitto che emergeva con le gambe e il busto sottile, alto e dinoccolato come ricordava quell'uomo che, nella sua prima adolescenza l'aveva chiamata col nome gentile di fiore della nebbia”.

Più avanti con gli anni capì appieno le parole che l'uomo aveva detto, poiché ebbe modo più volte di sperimentare di persona, l'ilarità e il ridicolo del 'potere' nell'ambito del piccolo mondo contadino di cui era parte.

Nel ricordo, esso stesso intriso di nebbia, nella quale le cose e le persone assumevano una dimensione al limite del reale e del sognato, restava l'enigma dei denti dell'uomo che rivedeva, ogni anno di più in Cibisco .

Certe volte pensava che forse ne era il figlio naturale, frutto di un fugace rapporto sessuale, rubato  alla madre .

Avevano però, i suoi denti, qualcosa, che l'uomo dimostrò di non avere : un sentore sottilmente sinistro, che non avrebbe mai ammesso, neppure a sé stessa, di percepire, per il troppo affetto che portava al ragazzo.

Poggiò sulla sua  spalla la mano libera dal bastone per camminare più spedita, pensando che la gamba fratturata stava finalmente guarendo , dal momento che non avvertiva più le fitte dolorose che l'accompagnavano da tempo. Già pensava che  appena guarita avrebbe fatto con Cibisco, delle passeggiate molto più lunghe, fino a un luogo che pochi conoscevano e dove, nascosta in una macchia di rovi e rampicanti,  si trovava una sorgente d'acqua che riempiva una piccola pozza, prima di scomparire sotto uno strato di foglie rosee e vive come piccole mani vibranti. Di nuovo l'onda dei ricordi le portò l'immagine di un pettirosso che tutti i giorni, alle tre del pomeriggio, quando d'estate l'afa era più opprimente, vi andava a fare il bagno. Lei pianse per il dolore quando, una volta, lo vide galleggiare, morto, scambiandolo all'inizio con un grumo di foglie verdi attorno a una buccia di limone putrefatta .

La donna aveva a lungo amato quel posto dove andava da sola, nella sua breve giovinezza, a cercare i pensieri stessi della vita, lontana dagli sguardi e cullata dal gorgoglio di velluto dell'acqua.  Mosse, illuminandole e ricoprendole subito d'ombre, le rughe del viso quando ripensò a quel giorno che, nello specchio dell'acqua, fra il reale e l'illusione, guardò a lungo i propri seni che aveva scoperto e appoggiato sui palmi delle mani per trovarli sodi e piacenti . Ravvivati dalla lussureggiante e strana vegetazione della fonte si muovevano infatti, ribaltati nell'acqua,  come bestiole autonome che vi avevano sempre abitato, con  i capezzoli scuri protesi come bocche tenere di meduse sopra il pigro nuotare delle salamandre nel fondo .

Se li strinse nei pugni fino a farsi male, pensando al perché della sua solitudine e immaginando che lo stesso dolore-piacere avrebbe potuto sentire, un tempo, con quel forestiero  se l'avesse condotta in un fienile .

Ricordava di essersi cullata a lungo col pensiero accaldata e ansimante per qualcosa che a forza voleva uscirle col respiro, fino a quando lo specchio d'acqua, scuro d'ombre, parve animarsi precipitosamente di piccoli vortici che riflettevano, concentrati in pochi attimi, i fatti e l'essenza della sua vita non vissuta, mentre la veste, nel riflesso, si apriva come una pelle nella muta di primavera, mostrando il biancore sodo della pelle. L'acqua della fonte, era certo, si mescolò in quel momento, col verde circostante e con brandelli di cielo , in un ritmico snervante movimento.  E solo quando questa sembrò tornare calma, la donna si accorse del suo stare seminuda e solitaria sulla fonte che le rifletteva il sesso congestionato spaventando le salamandre.

 

La tolse da tutti i ricordi Cibisco chiedendole quanto sarebbe guarita, e lei, nel rispondere che avrebbe tolto l'ingessatura tra pochi giorni, ebbe gli occhi appannati da un velo di terrore, temendo che poteva esserci un nuovo rinvio alla fine della straziante tortura che durava, tra cadute e illusori miglioramenti, da un tempo che pareva infinito.

 -Ho pregato San Savino, nostro patrono, che ti faccia guarire .- Queste parole dette  dal bimbo con assoluta innocenza produssero una forte emozione nella donna che avvertì un'ondata calda salirle dall'inguine al seno, dolcissima come quella della montata lattea delle puerpere e che lei non conosceva. Lo baciò teneramente sul capo.

Quando furono entrambi in vicinanza della grande casa colonica della tribù, il ragazzo si staccò dalla zia e corse avanti gridando che l'avrebbe aspettata.

La donna arrancò da sola col bastone, grigia come una faraona azzoppata, avendo però conferma che la gamba stava guarendo per via del sangue che acquistava sempre più spazio con un calore effervescente e benefico che le si diffondeva dal ginocchio lungo la coscia. E si chiedeva per quale motivo, per quale evento che sarebbe successo, l'ondata dei ricordi, quel giorno,  aveva investito la sua mente in modo così pieno, popolandogliele di figure che non accennavano a lasciarla.

Mentre a se stessa faceva queste domande avvertiva qualcosa che le si agitava vorticosamente dentro, ruotando sul perno dell'anima, simile al presentimento di un evento definitivo.

- Tra poco potrò camminare come una volta; questo è l'evento che voglio- esclamò, piena di vitalità  che sorprese lei stessa.

Quando giunse alla casa colonica i polli e i tacchini starnazzarono scorgendola avanzare, e dalla gabbia appesa all'uscio, Nero, il gracula uccello parlante, iniziò un inconsueto repertorio, tra il rauco e il nasale, finendo con parole oscene che lasciarono allibita la donna che non gliele aveva mai sentite pronunciare .

Cibisco ammiccante era già lì che sgombrava il corridoio dalle ciotole e dalle altre cianfrusaglie per fare camminare la zia, senza bastone, come era solita fare per qualche minuto al giorno.

Delle macchie giallastre poste ad intervalli regolari sul muro del corridoio si erano formate, col tempo, in punti dove, con infinita pazienza, per anni, la donna posava la mano nel suo procedere stentato, indicando, passo per passo, il percorso da seguire.

Il viaggio iniziò più lento del solito per la sorpresa che la donna aveva provato all'inconsueto osceno linguaggio di Nero. Chi gli aveva insegnato quelle parole? Dove poteva averle ascoltate ? Fino a quel  momento l'aveva sempre sentito dire soltanto buon giorno e buona sera e, quando voleva strafare, ripetere il nome… PirettaPiretta.

Le mani della donna, con un invisibile brivido si posarono, ancora una volta, per compiere un rito senza tempo, sulle vecchie impronte, mentre la sua figura dondolante occupava la intera luce del corridoio.

Due macchie erano a destra, ai lati di una specchiera scorticata, due a sinistra tra quadretti con la fotografia di ragazzi nell'abito della prima comunione e, in fondo, un'ultima macchia si era formata, tonda e sfumata come l'aureola di san. Savino, al centro del vecchio uscio di un ripostiglio non usato e tenuto sempre ben chiuso, dal momento che doveva servire come punto d'appoggio per l'incerto camminare  della  donna.

Quando la Ciospa vi si trovò a lato, protese il braccio e  non sentì, come immaginava, il solido contatto del legno, ma emergere dall'interno di se stessa un vuoto in cui precipitò senza scampo, mentre il corridoio si riempiva di luci  tra un sinistro scricchiolare di cose e di ossa.

Altre immagini indecifrabili le affollarono la mente, venute con la memoria della vita che ora sembrava voler fuggire dalla immobilità che le si gelava addosso .

Udì la voce di Cibisco che lì accanto, felice della improvvisa trovata, rideva a gola piena alzando, nella mano, la chiave dell'uscio del ripostiglio che poco prima aveva aperto e poi riaccostato con cura, come se nulla fosse avvenuto, e apparisse ben chiusa, come sempre.

E gridava a tutti che la "Ciospa"(proprio così diceva) era caduta, che corressero a vedere come faceva ridere.

Udiva anche l'eco che gli faceva Nero, il granula (divenuto ora  uccellaccio a guardia delle porte dell'inferno). Alle parole oscene di prima aggiungeva ... venite a vedere, venite a vedere ...

 

 
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