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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Asfalto, asfalto e cemento di Leonardo Colombi 26/05/2006
 

ASFALTO, ASFALTO E CEMENTO

 

 

Intro

 

Questo racconto è dedicata a tutti coloro che sulla strada hanno trovato la morte a causa di incidenti stradali, a quanti sono stati travolti dalla nera signora della velocità e dell'incoscienza.

Ogni anno, il bilancio dei morti a causa  di incidenti stradali si fa sempre più disastroso. Senza contare il numero di persone che sulla strada hanno perso un arto o la capacità di camminare o di vedere.

A questo dobbiamo porre rimedio sensibilizzando maggiormente le persone, educando ed istruendo al rispetto delle norme di sicurezza, degli altri e, soprattutto, di se stessi.

Infine è dedicata a tutti coloro che, alle vittime della strada, hanno prestato, prestano e presteranno soccorso e ai mazzi di fiori che qua e là ci aiutano a ricordare.

 

 

 

 

…Non lo so se sbatto o meno le palpebre.

Ogni movimento mi è impossibile.

A stento muovo gli occhi.

Il mio sistema nervoso conosce fin da ora l'esito di questo presente.

Ma nonostante questo non si rassegna, instancabile cerca di rimettere insiemi i pezzi, cerca risposte e soluzioni ad una realtà che non vorrebbe accettare.

Alla mia destra c'è un bimbo con uno zainetto rosso in spalla.

In condizioni normali non riuscirei a vederlo come invece riesco a farlo ora: il mio corpo si sta sciogliendo di dosso tutti i vincoli fisici che fin dal mio primo vagito l'han governato.

Mi tiene la mano e mi scuote, ogni tanto. Sta parlando e singhiozzando: le lacrime scendono amare dagli occhi. Lentamente.

Non capisco nulla di quanto sta dicendo: il suono non ha più alcun significato.

Guardandolo, provo una tacita sensazione di sollievo: mi sento sereno.

La mano sinistra sfiora invece la mano di una giovane donna.

E' inginocchiata accanto a me. Anche lei piange.

I lunghi capelli scuri le cadono in avanti accompagnando le lacrime ed i singhiozzi. Vorrei accarezzarle il viso e sentire il calore di quelle lacrime sulla pelle, come acqua che bagna la superficie arida del mio esistere.

Non riesco a muovermi e rimango a guardarla. Non so dire cosa provo. Non so dire come sembro agli occhi della piccola folla che mi si sta radunando attorno. Parlano e non li comprendo.

Sensazioni irreali e attutite. Né calore né freddo…

Poco distanti percepisco il via vai delle auto e mi accorgo solo ora di non essere su di un verde prato, ma su di un caldo giaciglio d'asfalto.

Asfalto… asfalto e odore di cemento.

E solo ora rammento il passato recente che mi ha segnato per sempre.

Ero incazzato con il mondo intero, e per una ragione che ora non ricordo neppure.

Ero furioso e non volevo rimanere qui nemmeno un secondo di più.

Ho attraversato la strada senza guardare: del mondo esterno non mi importava nulla. Ho attraversato la strada velocemente, di corsa, fissando la strada sotto ai miei piedi, quasi la volessi distruggere e spaccare con lo sguardo, e poi mi son scontrato con qualcosa. Qualcosa che ora comprendo essere stato uno zaino, lo stesso del bimbo che piange alla mia destra. Devo averlo spinto, credo, come un ostacolo sul mio cammino.

E poi l'impatto.

E' ancora presente l'ombra del veicolo che mi ha colpito.

Sul suo corpo di metallo solo un'ammaccatura.

E, anche se non la vedo, sento una persona piangere da sola. Ha pure vomitato, in preda al panico e alla tensione, ma questo non lo posso sapere. E adesso sta piangendo. E al contempo prega.

Ma non ha colpa, ed in cuor mio l'ho comunque perdonato.

Tracce di sangue e di ferite sul suo volto, ma da qui, in condizioni normali, non potrei vederlo.

Da qui vedo il cielo e alcuni uccelli volare e poi un uomo chino si di me. Poi un altro. Stanno facendo di tutto per salvarmi ed aiutarmi. Si adoperano per trattenere la mia vita prima del grande volo, mi parlano ed è chiara la luce dei loro occhi.

Non riesco a sentire cosa dicono.

Non riesco a sentire le loro mani sul mio corpo.

Ogni percezione è rarefatta, dolcemente contraffatta e mitigata.

Ho perso molto sangue. Le mie forze scivolano lontano, dolcemente, senza fretta.

Vorrei parlare, vorrei…

Per qualche istante mi smarrisco in me stesso…

Quando torno al reale non so nemmeno quanto tempo sia trascorso

Sento una mascherina sul mio volto, l'aria che irrompe nei mie polmoni…è come se mi fossi risvegliato da un sonno breve e profondo.

Riemergo alla vita.

Il mio sistema nervoso mi informa: stanno ancora lottando per la mia salvezza.

Stanno operando da qualche parte, sul mio corpo.

Inutilmente, lo so.

Ormai l'ho già capito.

E allora penso, null'altro mi è più permesso: ho perso totalmente la percezione di me stesso e del mondo che mi stava attorno.

Non vedo più lo zainetto di quel bambino…

E allora arrivano, i miei pensieri. Migliaia di ricordi, immagini sfuggevoli e fugaci, arrivano e danzano. Un assaggio della vita che è stata, sensazioni ed esperienze si perdono nel limbo, in un torrente impetuoso di stimoli nervosi e poi tutti i miei sogni, gli stralci di quella vita che immaginavo di costruire.

Non voglio andarmene, voglio vivere. Voglio vivere! Voglio vivere! Voglio vivere! Voglio ingannarmi e sopravvivere e rivedere i volti delle persone che conosco e che amo. I volti di chi disprezzo e di chi odio, di chi amo e di chi non conosco. Vi amo tutti, vi amo tutti…non lasciatemi…non lasciatemi…non lasciatemi…

Qualche lacrima scende ai lati del mio volto, in una smorfia che sembra un sorriso, percepisco una goccia, acqua di rugiada sul mio volto…acqua che dai miei occhi scivola, lenta , verso il buio.

E poi nulla più.

 

 

Quel che mi accadde in seguito, a voi non è dato sapere.

Sono morto, questo è ovvio.

Sono morto su quella strada, in un letto di cemento e d'asfalto.

Sono morto tra volti sconosciuti.

Sono morto sotto il cielo, in una stanza senza pareti, in un luogo terribilmente vuoto. Avevo paura e non potevo saperlo.

Sono morto con le braccia aperte, tese ad un ultimo nostalgico abbraccio al mondo.

Sono morto, come molti altri, stroncato dal fiume impetuoso delle belve di metallo.

Sono morto, per la mia cecità.

Sono morto, e non volevo crederci.

Sono morto, il giorno del mio compleanno.   

 

 

 
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