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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Castadiva di Mario Malgieri 06/06/2006
 

Il suo vero nome era Norma, ma un cliente, molti anni prima, l'aveva chiamata così, Casta Diva, tra l'ironico e l'affettuoso. Poi le aveva spiegato che quel nomignolo aveva a che fare con un' altra Norma, che Diva in quel caso non significava stella del cinema, voleva dire Dea, e lei, Norma, era bella come una dea. - Casta? – aveva riso l'uomo - beh questo è uno scherzo, visto che di mestiere fai la puttana.

La volta dopo lo stesso cliente le aveva regalato una cassetta con la romanza cantata dalla Callas.

“Casta Diva, che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante,
Senza nube e senza vel!”

A Norma la romanza piacque moltissimo; forse le parole erano troppo poetiche, non è che capisse proprio tutto, ma la musica… e quella donna, la Callas, che voce melodiosa! L'insieme magico di parole, musica e voce l'aveva commossa, e quel nome le sembrò fatto per lei. Da allora nell'ambiente si fece chiamare Castadiva, così, tutto attaccato.

Adesso aveva quasi cinquant'anni e li dimostrava tutti. Così almeno le diceva il riflesso di quella vetrina ingabbiata sotto il grande porticato. Lei si strinse addosso il soprabito corto, che dalle ginocchia in giù lasciava scoperte le gambe protette solo da calze a rete a maglie molto larghe. Il trucco pesante non riusciva a nascondere l'età, anzi la sottolineava marcando il contrasto tra il rosso troppo acceso delle labbra ed il pallore di una pelle tirata e solcata da piccole rughe. Gli occhi, un tempo chiari e luminosi erano arrossati dal vento e vistosamente segnati con la matita. Faceva freddo. Dal mare arrivava a tratti il rumore delle onde che si rompevano sulla scogliera artificiale lì vicino, a poche decine di metri. Il traffico era molto meno intenso del solito sul largo vialone illuminato dai lampioni gialli.

Castadiva si allontanò dalla vetrina e guardò l'orologio, le dieci e trenta.  Si disse che aveva sbagliato; la notte della vigilia di Natale doveva starsene a casa, nessuno era così disperato da cercare una puttana cinquantenne, poi proprio lì. Quella sera si trovava in una strada che non frequentava più da anni.  Da molto tempo lei si offriva nei vicoli bui, nella zona che una volta era la preferita dai marinai e da tutto il mondo brulicante di un grande porto. Venti euro servizio completo, dieci per chi si accontentava di una cosa veloce lì, in piedi in un angolo buio. Il grande porto non c'era più, ed i marinai neppure. I clienti erano cambiati, ma quello che volevano era sempre lo stesso. Lei quella sera era uscita dal suo mondo ed era andata dove di solito si vendevano a caro prezzo le ragazzine nuove, quelle venute dall'est e le altre, le nigeriane dalle grandi tette ed i denti candidi che quasi brillano sulla pelle nera. Quello era diventato il loro territorio, difeso con fredda ferocia da sfruttatori sprezzanti di qualsiasi valore non fosse il denaro. Ma “quelle” non c'erano. Castadiva aveva orecchiato nell'ambiente che  si erano prese la serata libera, come i loro sfruttatori. Allora lei si era vestita meglio che poteva, si era truccata con cura ed era persino andata a farsi pettinare da un suo vecchio cliente che aveva una botteguccia da barbiere lì nei vicoli. Per una volta Castadiva voleva riassaporare il gusto del palcoscenico di lusso, dove da giovane aveva la coda di automobili che si accostavano e lei poteva persino permettersi di scegliere il cliente, quello che le piaceva di più. O la disgustava di meno. 

Ma quella sera delle poche auto di passaggio nessuna si fermava e nemmeno rallentava. Solo qualche passante frettoloso le gettava uno sguardo tra lo stupito e l'ironico, quindi allungava il passo.

Ancora mezz'ora, pensò Castadiva, poi avrebbe preso l'autobus e sarebbe tornata in quel buco nei vicoli che lei chiamava casa. Era stata un'idea balorda, si disse amareggiata.

- Buona sera, signorina.

Non lo aveva sentito arrivare. Era sbucato dai portici, silenzioso. Norma lo guardò: un anziano, forse sulla settantina. Ordinato, un cappotto dalla foggia antica, un cappello con visiera, una sciarpa di lana ed un sorriso educato. L'aveva chiamata “signorina” e le dava del “lei”!

- Buonasera - rispose Castadiva con un mezzo sorriso, sulla difensiva.

- Ecco, mi chiedevo, avrei piacere della sua compagnia, vorrebbe ….?

Era una persona educata e gentile, Castadiva aveva freddo e la serata era infruttuosa. Certo che voleva.

- Volentieri, ma non hai una macchina?

- Veramente vorrei che venisse a casa mia, abito qui vicino.

Ah, ecco, pensò, il vecchietto vizioso con la moglie più viziosa di lui, vogliono fare i giochetti a tre. E chi se ne frega, se pagano…

- Senti, se vuoi che venga su a giocare con te e tua moglie, si può fare, ma ti costerà parecchio.

L'uomo arrossì di colpo e rimase muto per un istante, poi rispose quasi balbettando

- No, ecco, io vivo da solo, non c'è nessuno in casa. Io vorrei solo la sua compagnia, davvero.

Castadiva si chiese se si poteva fidare di quell' aspetto così perbenino, di quel rossore. Ma sì, concluse, poi è un vecchietto, all'occorrenza lo posso sistemare come si deve.

- Beh, a casa ci vuole più tempo, cinquanta per un ora e ti faccio tutto quello che vuoi

- Non mi sono spiegato bene, mi scusi, io vorrei che mi facesse compagnia tutta la notte, ecco, insomma, mi dica, quanto vuole per tutta la notte?

 Tutta la notte?  Certo, magari gli ci voleva più tempo, alla sua età, ma cosa pensava di fare tutta la notte? Affari suoi, comunque. Castadiva fece rapidamente i conti, i soldi le servivano eccome, se aveva trovato un merlo…perché no?

- Senti, se proprio vuoi tutta la notte, sono duecento.

Sul volto dell' uomo si dipinse un'espressione di delusione così evidente che Castadiva per un istante si pentì di quella richiesta.

- Ecco, veramente non me lo posso permettere, non  basterebbero centocinquanta?

Il viso dell' uomo esprimeva tanta ansia ed aspettativa che alla donna veniva quasi da ridere. Ma sì, tanto quello che offriva era certamente di più di quello che lei avrebbe guadagnato restando lì in piedi tutta la notte al freddo.

- Va bene, proprio perché è Natale, vada per centocinquanta, ma me li dai subito e poi smettila di darmi del lei, io sono Norma. - Chissà perché non le andava di farsi chiamare Castadiva da quell'uomo.

- Certo, Norma, io sono Giorgio - e così dicendo tirò fuori il portafoglio e contò tre biglietti da cinquanta, nuovi nuovi.

Camminarono in silenzio per una decina di minuti, poi entrarono in un palazzo vecchio ma dignitoso. Presero un ascensore cigolante che si fermò al terzo piano.

Quando arrivarono nell'appartamento, Castadiva fu sorpresa nel trovare un albero di Natale illuminato ed un piccolo tavolo apparecchiato per due.  La sorpresa fu ancora maggiore quando Giorgio la invitò a sedersi, che la cena sarebbe stata pronta in un attimo.

- Tu sei suonato, scusa, vuoi che io ceni con te?  A parte che ho già mangiato qualcosa, ma non mi sembra proprio il caso.

- Ascolta…scusa mi ripeti il tuo nome, ah sì, Norma, a me farebbe molto piacere  passare quello che resta di questa vigilia di Natale cenando con te. Ho ordinato tutto fuori, basta scaldarlo, non sarà come al ristorante ma è buono.

In fondo, pensò Castadiva, lui l'aveva pagata per tutta la notte. Se intanto preferiva cenare, non c'era niente di male.

Giorgio stappò un bottiglia di vino, poi iniziarono a mangiare, con Giorgio che andava e veniva dalla cucina, indaffarato e gentile. Man mano che la  bottiglia di vino scemava, la

conversazione si faceva sempre più disinvolta. Fu stappata una seconda bottiglia.

- Da piccolo e poi da ragazzo, fino a quando me ne sono andato a vivere per conto mio, i miei cambiavano casa e città ogni due o tre anni, per via del lavoro di mio padre. Io non ho amici di infanzia o di scuola, mai avuto il tempo di farmeli.  Poi ho vissuto all'estero per tanti anni, sai, il lavoro… in Canada, poi in Australia, sono tornato stabilmente in Italia da quando sono andato in pensione.

- Ma ti sarai sposato, avrai dei figli.

- Oh si, mi sono sposato, Amy, una canadese conosciuta a Ottawa, ma figli.. purtroppo lei non poteva averne. E' tornata in Canada da qualche anno, non mi amava più. Così mi ha detto, nessun'altra spiegazione, nulla. Fino all'anno scorso ancora ogni tanto mi scriveva. Poi più nulla.

Castadiva notò che lo sguardo dell'uomo si era fatto triste, perduto in chissà quali ricordi. Lei pensò che fosse arrivato il momento giusto. Si alzò dalla sedia e cominciò a sbottonarsi la camicetta.

- Dai Giorgio, non essere triste, abbiamo cenato, abbiamo bevuto e chiacchierato, ora ti faccio dimenticare io le tue malinconie, andiamo di là.

Giorgio la guardò. La camicetta era oramai completamente sbottonata ed un reggiseno da pochi soldi, rosso con dei pizzi, era stato slacciato in un attimo. I seni ancora pieni ma un po' cascanti si offrivano a pochi centimetri dagli occhi dell' uomo.  Giorgio scosse la testa.

- Norma, sei bella, ma vedi, no, non è necessario, io….io non sono più interessato a queste cose. C'è stato un tempo in cui il sesso mi interessava, eccome. Quando ci siamo sposati, io e mia moglie, sapessi com'era bella… eravamo sempre a letto, appena ci era possibile. La Domenica per esempio, non ci alzavamo mai prima di mezzogiorno. Per me era quasi un'ossessione.  Io l'amavo molto e ho avuto solo lei. Solo che, ecco, io non ho mai fatto sesso senza amare, non so nemmeno se ne sarei stato capace. E adesso alla mia età… no, davvero, non mi interessa più. Scusa, con tutto il rispetto per te, tu puoi solo fare il tuo mestiere….oh sono sicuro che lo fai bene e che i soldi che gli uomini spendono per te sono spesi bene, ma l'amore, quello non lo si compra. E neanche lo si può vendere.-

Norma per la prima volta in tanti anni si sentì davvero quello che era, una puttana. Si vergognò della sua nudità e portò istintivamente le mani al seno per coprirlo. Si sentì invadere da sentimenti contrastanti. La rabbia, di una donna che si offre e viene respinta. La paura, di essere diventata così brutta da non riuscire a farsi desiderare nemmeno da un uomo che doveva essere anni che non faceva l 'amore. Poi la pietà, forse davvero Giorgio era impotente. Ma allora si poteva tentare qualcosa, pensò, lei di morticini ne aveva fatti resuscitare parecchi, sapeva come fare. Lasciò di nuovo cadere le braccia, spostò la sua seggiola e si sedette a fianco all'uomo.

- Giorgio, lasciami fare, vedrai, io sono davvero brava, magari sei stanco, è tanto che non lo fai, non sei mica malato, no?

- Oh si, sono malato. Niente a che vedere con il sesso, ma sono davvero malato. Io ho l' Alzheimer.

Norma lo guardò sorpresa, con uno sguardo interrogativo. Aveva sentito parlare di quel male, vagamente, ma non sapeva cosa fosse esattamente.

- Per ora è appena all'inizio. I miei ricordi sono intatti, chiedimi di parlarti di quando avevo vent'anni e ti terrò sveglia tutta la notte. Ecco, invece ieri o due ore fa può essere un problema. Mi rendo conto di non ricordarmi cosa ho fatto ieri. Se devo dirti la verità, non mi ricordo dove ti ho incontrato. So di essere uscito per cercare compagnia, ma …

- Mi hai incontrato in corso Italia, qui vicino.

- Vedi, lo avevo dimenticato. Una cosa però me la ricordo. Il dottore mi ha detto che non si guarisce, non posso che peggiorare. E nel mio caso la malattia progredisce molto velocemente, a volte succede.

Tra sei mesi o tra un anno non potrò più stare da solo. Non mi ricorderò  che giorno è, non mi ricorderò se ho mangiato o no, magari non mi ricorderò dov'è il gabinetto e me la farò addosso - i suoi occhi questa volta erano pieni di paura  - questo potrebbe essere  per me l'ultimo Natale da persona indipendente.  Io non volevo passarlo da solo, e devo dire che sono stato fortunato, sei una persona con la quale si parla bene, sei una brava donna.

Norma rimase in silenzio, si rivestì, poi, istintivamente, si avvicinò di nuovo a Giorgio e gli diede un bacio sulla fronte, accarezzandogli i capelli grigi.

Si spostarono sul divano, uno accanto all' altra e continuarono a parlare per molto tempo. Sentirono la gente tornare dalla Messa di mezzanotte, poi i rumori della strada farsi sempre più radi. Finirono anche una bottiglia di spumante ed un panettone. Ora che Norma sapeva la verità, notava nella conversazione di Giorgio piccole lacune, ripetizioni di cose dette poco prima, improvvisi vuoti su cose accadute da pochi minuti, i segni del male che in breve avrebbe del tutto travolto quella mente e cambiata la personalità di quell'uomo ancora così apparentemente integro e presente.

Verso le quattro Norma si assentò per qualche minuto per andare in bagno. Quando tornò,

Giorgio si era addormentato.  Respirava pesantemente, la testa reclinata sulla spalla. Sembrava sereno. Norma andò in camera, prese un cuscino ed il plaid che erano sul letto. Tornò in sala, gli sistemò il cuscino a sorreggere bene il capo. Era chinata a coprirgli le gambe quando lui, senza svegliarsi, sollevò una mano e le fece una carezza sul  braccio, mormorando qualcosa.

Norma sollevò con dolcezza la mano e la posò sul bracciolo del divano, poi si attardò nella stanza per qualche momento.

Tornò nel bagno, si guardò allo specchio e quello che vide non le piacque. Era il viso di Castadiva. Si lavò la faccia strofinandola sino a far sparire ogni traccia di trucco dal viso. Si guardò di nuovo, era il viso di una donna di cinquant'anni, con le rughe, stanca, ma era Norma.

Quando uscì dal portone  si sentì in imbarazzo, come un animale notturno che si fosse trovato  allo scoperto, ma erano solo le cinque, la città era ancora immersa nel buio e nel silenzio.  Norma affrettò il passo verso la fermata dell' autobus. La prima corsa doveva arrivare a minuti. Mentre aspettava, ripensava a quello che aveva appena fatto.

- Devi essere uscita pazza - le diceva una voce dura – buttare via così una intera notte di lavoro.

- No, hai fatto bene - un' altra voce ribatteva - quel poveretto ti ha offerto la cena, è stato gentile, ti ha fatto passare una notte di Natale come non avevi più avuto da tanto tempo. Non è stato un  lavoro. Era giusto così.

Norma aveva lasciato un biglietto in vista sul tavolo. Diceva: “Grazie di tutto, buon Natale” Sotto al biglietto, le tre banconote da cinquanta.

L'autobus era arrivato. Il conducente l'aveva guardata in modo strano, cosa ci faceva in giro alle cinque del mattino di Natale quella donna di mezz'età, vestita da bagascia ma senza trucco? La domanda era sospesa in un'occhiata indagatrice, subito trasformata in indifferenza. La corsa procedeva veloce, non c'era né traffico né gente alle fermate. Norma guardava dal finestrino la scogliera in basso, sotto la strada, dove una volta i cavalloni si infrangevano con rabbia ed ora, domati e tenuti lontano dalla diga del porto, si limitavano a sciabordare tranquilli. C'era ancora la luna ad illuminare il mare, e Norma ricordò la romanza.

Casta Diva, che inargenti
Queste sacre antiche piante

Sorrise amaro, Castadiva.  Da quella sera stessa avrebbe ripreso ad inargentare gli squallidi angoli dei vicoli, odoranti di piscio e di vomito di ubriachi. Mai più, si disse,  lei non aveva mai ricevuto regali dalla vita, e lei non avrebbe mai più regalato i suoi ultimi pallidi raggi a nessuno, per nessuna ragione.

 

 
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