Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
Fotografie  
 
 
  Poesie  Narrativa  Poesie in vernacolo  Narrativa in vernacolo  I maestri della poesia 

  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La festa di Cesarina Bo 06/06/2006
 

Fosse stato per me, sarei rimasta a casa, tranquilla, sdraiata sul divano a bere una birra e sgranocchiare pop-corn. Ma Anselmo aveva insistito non poco: -Dai, vieni! Vedrai che ti divertirai-. Poi aveva aggiunto:-Mi chiedono sempre perché fai la difficile…-.

Così, giusto per evitare spiacevoli discussioni, mi ero lasciata trascinare a quella specie di festa.

Li conoscevo appena, gli amici di Anselmo. Tutti compagni di lavoro presso la cartiera del paese; tutti sposati con donne che non avevano altro pensiero in testa che casa-cucina-spesa o, se la serata buttava bene, l'ultima soap-opera teletrasmessa alle dieci del mattino. Tutto dipendeva se in quella puntata erano successi avvenimenti degni di discussione, tipo quello di scoprire che il padre del figlio della protagonista era pure l'amante della fidanzata del ragazzo, nonché ex-amante della madre della medesima.

Al nostro arrivo tutti ci vennero incontro: gli uomini diedero delle grandi pacche sulle spalle ad Anselmo e lo trascinarono letteralmente in una stanza.

-Vieni qua, lasciamo le donne tranquille. Ehi! Che ci hai portato di buono?-. Anselmo, con la stessa eccitazione di chi sta per mostrare un trofeo, trasse da sotto il giubbotto una bottiglia di Pernod, messa dentro ad un sacchetto del pane, e la sollevò in alto.

-Allora, ragazzi, che ne dite? Ce la facciamo tutta prima di cena?-. Li sentii sghignazzare, prima che la porta si richiudesse alle loro spalle.

-Vieni, stavamo preparando le ultime cose per cena-, mi disse Elsa, la padrona di casa. Poi aggiunse: -Meno male che sei venuta: Anselmo, l'ultima volta, ci ha detto che soffrivi di mal di testa…-

Lasciò la frase in sospeso e io mi limitai ad annuire. Tra me e me pensai che Anselmo avrebbe potuto trovare una scusa migliore, una scusa che sapesse meno di falso. Il tono di Elsa, in effetti, non lasciava il minimo dubbio su come aveva interpretato il mio “mal di testa”.

-Posso essere d'aiuto?-.

-No, grazie: è quasi tutto pronto; siediti e sta tranquilla-.

Porsi il pacchetto dei biscotti che Anselmo aveva comprato nella drogheria, insieme alla bottiglia di Pernod, e mi sedetti in un angolo del divano. Mi misi ad osservare le mie caviglie, gonfie come due meloncini; pensai che mi avrebbe fatto bene distendere le gambe per farle sgonfiare un po'. Era la conseguenza delle dieci ore che trascorrevo in piedi, o dietro al bancone del bar o andando su e giù per la sala a servire i clienti. Il padrone era stato ben chiaro su quel punto: che ci fosse o no gente al bar io dovevo stare in piedi. “Sai che brutta impressione per uno che entra vedere la cameriera stravaccata su una sedia?”. Avevo pensato che era uno stronzo, ma sono stata zitta: con il mutuo della casa da pagare il mio stipendio era indispensabile.

Le quattro coppie erano più o meno della stessa età, avevano i figli già grandi e indipendenti e si conoscevano da sempre. Io e Anselmo con i nostri ventidue anni eravamo i più giovani del gruppo ed eravamo finiti in quel posto da un anno, quasi per caso: appena sposati, infatti, avevamo deciso di partire alla ventura con il nostro camper e di gironzolare almeno fino a quando duravano i soldi. Poi ci saremmo sistemati definitivamente da qualche parte e avremmo messo la testa a posto.

I soldi finirono proprio quando eravamo giunti in quella cittadina. A dire il vero più che cittadina era un agglomerato caotico di case sorto attorno alla cartiera, unica fonte di lavoro in tutta la zona. In quel periodo cercavano giovani uomini da assumere e noi avevamo urgente bisogno di denaro. Anselmo, così, era finito alla seccheria, un reparto poco ambito per via della temperatura infernale. “Una cosa pazzesca… i cilindri essiccatori su cui vengono messi i fogli ancora umidi e quelle bocche soffianti vento caldo rendono l'aria irrespirabile. Se uno non prova non può capire”, mi aveva spiegato una volta Anselmo. In seguito non me ne aveva più parlato.

I colleghi più anziani l'avevano preso a benvolere e coinvolto in quelle feste che, a turno, davano ogni quindici giorni e che ad Anselmo piacevano tanto.

A tavola si parlò, come sempre, della cartiera. Gli uomini facevano pettegolezzi sui loro capi e sulle segretarie; le donne stavano ad ascoltare eccitate e ingorde di particolari piccanti. Io, come al solito, non parlavo. Quella sera i piedi mi facevano particolarmente male e un cerchio mi stava lentamente serrando la testa. E continuavo a bere, nonostante le occhiatacce che, più volte, mi aveva lanciato Anselmo.

Mi facevano schifo quelle donne, tutte uguali e tutte uguali a mia madre. Mi deprimeva il pensiero che alla fine sarei diventata come loro. Fu la sensazione di un istante, ma fu terribile: ben presto sarei diventata come Elsa, sciatta e flaccida. Credo che per comodità non portasse neppure il reggiseno e le mammelle si appoggiavano, dondolanti e abbandonate, sul ventre. Ci aveva accolti con su una vestaglietta lisa e le ciabatte ai piedi, tanto, aveva detto, “siamo tra amici”.

L'aria era pregna di fumo, di odore di cibo fritto, di sudore: dalle finestre aperte non entrava neppure un refolo di vento e in quella piccola stanza mi sentivo soffocare. Solo il vino fresco mi dava sollievo e il padrone di casa continuava a riempirmi il bicchiere. E io continuavo a vuotarlo, sentendomi sempre più leggera e meno angosciata. Ad un certo punto mi tolsi le scarpe e scoppiai in una risata, anche se nessuno aveva detto nullo di buffo. Si misero a ridere anche loro e io risi ancora più forte.

Iniziai a fare domande, una dietro l'altra: chiedevo e non attendevo la risposta. Non mi importava la risposta, a dire il vero. Così chiedevo alle donne di quanto erano rincarate le zucche per via della siccità e agli uomini di quante volte quella troia della centralinista della cartiera era andata a letto con il ragioniere. Ora tutti ridevano e io, presa da una strana euforia, continuavo a fare domande.

Anselmo mi disse:-Stai zitta! Sei ubriaca-, ma tutti gli altri protestarono:-Lasciala parlare… Che male fa?-.

Le mie domande si alternavano, una alle donne e una agli uomini, con una regolarità impressionante.

-Smettila!- sibilò Anselmo.

Ma io non smisi. Ero diventata all'improvviso seria, la voce incrinata dal pianto, mentre chiedevo qual era il detersivo più conveniente e, subito dopo, se era vero che quell'incapace di Martino avevo fatto rapidamente carriera solo perché ce l'aveva grosso e duro e piaceva alla moglie del direttore.

Anselmo raccolse le scarpe che erano finite sotto il tavolo, mi strinse forte un braccio obbligandomi a seguirlo, mentre si scusava con i suoi amici.

A piedi scalzi sulla porta, piagnucolando, gli dissi che avevo ancora delle cose da chiedere e che volevo restare.

Non mi rispose e mi spinse fin dentro l'auto: sentii le loro risate fino a quando Anselmo non partì rabbiosamente, facendo stridere le ruote sull'asfalto. Nell'improvviso silenzio scoppiai a piangere, disperata.

 

Tratto da “Attrazioni e distrazioniExcogita editore

 

 

 

 

 

 

 
©2006 ArteInsieme, « 010877781 »