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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  L'indaco, il viola e il nero di Marco Mushroom 20/06/2006
 

L'INDACO, IL VIOLA E IL NERO

 

di Marco Mushroom

 

 

I

Non abitavo molto distante dal café letterario: giusto dieci minuti di cammino, tre isolati più avanti subito dopo il ponte.

Uscito dal locale, Jacques e François iniziarono a disquisire su argomenti inerenti i misteri dell'universo. Se ne era parlato molto, quella sera.

Io però avevo parecchio sonno, le palpebre mi si chiudevano da sole. Fui costretto a  congedarmi e salutare i miei due amici sperando che non se la prendessero.

Svoltato l'angolo rallentai il passo. Alle mie spalle tuttavia continuavano a giungermi le voci lontane di quei due, che discutevano animatamente senza tener per nulla conto della tarda ora che si era fatta. Udii un'imposta aprirsi, qualcuno gridare loro di abbassare il tono.

Risi, fra me e me. Per la prima volta in quella serata, che era risultata di un tedio totale.

Davanti a me il ponte che attraversava il fiume, la luna che si specchiava nelle pozzanghere torbide che si susseguivano lungo il marciapiede.

E lei. Come ogni sera. A metà strada tra me e l'imboccatura del ponte. In mezzo al freddo, sotto il solito lampione difettoso, dal bagliore opaco, intermittente.

Le passai accanto. Mi lanciò un'occhiata fugace e i nostri sguardi s'incrociarono, per un istante saturo di mistero.

Indossava un lungo ed elegantissimo abito viola, decisamente fuori stagione, che le scopriva i polsi, con una scollatura che, seppur modesta, catturava bene lo sguardo.

Cingeva il lampione con un braccio, lo teneva stretto a sé. Non intendeva lasciarlo scappare.

Aveva un viso particolare, i capelli biondi e le sopracciglia curiosamente fulve.

Come stavo dicendo, le passai dunque accanto, ma non mi fermai, proseguii come sempre per la mia strada. Potei avvertire lo sguardo di lei indugiare su di me, poi posarsi nuovamente su un punto indefinito ed anonimo del marciapiede.

Trascorse un minuto, neanche. Alle mie spalle udii all'improvviso gli zoccoli di due cavalli battere sul lastricato della strada, le ruote di una carrozza schiacciare le foglie secche ed increspare le pozzanghere.

Non mi voltai – non lo facevo mai –, ma riuscivo ad immaginarmi benissimo la scena: una portiera che si apre, una mano inguantata sporgere fuori, poi la splendida fanciulla tendere languidamente il braccio e salire poi sulla carrozza.

Di nuovo il rumore degli zoccoli. Di nuovo le ruote che girano travolgendo foglie secche e pozze d'acqua.

Assumevo a quel punto un'espressione impassibile. Con la coda dell'occhio vedevo la carrozza sfrecciare alla mia destra, proseguire quindi lungo il ponte, e svoltare infine a sinistra per poi scomparire nell'oscurità dei meandri più bui della metropoli.

Accadeva ogni mercoledì: era il giorno in cui mi recavo al café letterario.

Ignoravo se la fanciulla attendesse lì quella carrozza tutte le notti o soltanto quel giorno.

Erano ormai sette mesi che la incontravo il mercoledì, tornando a casa dal café letterario.

Una volta ne parlai con François, il quale, con un'alzata di spalle ed un sopracciglio inarcato, mi spiegò che doveva trattarsi di una prostituta.

Ma io dubitavo fortemente che fosse una lucciola.

Negli ultimi due mesi, mi era capitato diverse volte di vederla in sogno. Mi diceva di chiamarsi Violet. Il luogo onirico era quello di un immenso salone. Aveva luogo un ballo in maschera.

Il sogno era sempre lo stesso. Identico nei minimi particolari.

Ricordo di aver tentato di dipingerlo su una tela, ma non portai mai a termine l'opera.

 

La settimana successiva, facendo ritorno a casa, non la incontrai.

Probabilmente avevo fatto più tardi del solito, quella sera, e la carrozza doveva essere già passata a prendere la fanciulla.

Mi fermai dunque sotto il lampione che lei teneva sempre stretto a sé. Funzionava perfettamente.

Fantasticai allora di udire all'improvviso la carrozza che passava a prelevarla, di vedere la ragazza che scostava dolcemente le tendine che occultavano il finestrino per rivolgermi un sorriso; quindi la immaginavo aprire la portiera e…

La fantasia divenne fumo non appena il mio sguardo glissò casualmente su un busta poggiata ai piedi del lampione.

Spinto dalla curiosità la raccolsi. Il sigillo era intatto! Ed il primo pensiero che mi attraversò la mente fu: <<L'ha lasciata Violet. È per me.>>

Non esitai un istante ad aprirla, sicuro che ne fossi io il destinatario.

All'interno una missiva, o meglio, un foglio, che estrassi e spiegai.

In un primo momento rimasi basito, senza fiato; quindi vidi di mantenere i nervi saldi.

Mi guardai intorno, sospettoso.

Sul foglio non c'era scritto alcunché. Ma disegnato un teschio, le orbite gocciolanti di quello che doveva essere sangue, a giudicare dal tono scuro del tratto.

Portai il disegno con me, a casa, e lo riposi in un cassetto.

Decisi che la settimana successiva, dopo il café, avrei rotto il silenzio con quella bellissima fanciulla e le avrei chiesto spiegazioni riguardo quell'orrenda lettera. In me la certezza che non poteva che essere stata lei, a realizzarla.

 

 

 

II

E così avvenne.

Lungo il tragitto di casa la incontrai e lei parve riconoscermi da lontano, poiché la vidi reclinare il capo e mantenere il suo sguardo su di me. Avvicinandomi, notai che il lampione era tornato nuovamente difettoso: spesso la luce incominciava a lampeggiare, alternandosi freneticamente con l'oscurità della notte circostante.

Pochi passi, e tra me e lei non ci sarebbe stato neanche un metro di distanza. Ero emozionantissimo.


Mi fermai di fronte alla ragazza – nei suoi occhi chiarissimi riluceva un torbido bagliore – ed inspirai a fondo per meglio avere il pieno controllo del discorso.

Ma lei mi precedette, smorzandomi bruscamente le parole in gola.

<<Lo so, ma non è come sembrerebbe.>> disse in un sorriso, rispondendo alla domanda che stavo proprio per porle!

Al ché io estrassi la busta da una tasca del montgomery, dopodiché l'aprii e tirai fuori la lettera.

<<Cosa sembrerebbe cosa?>> chiesi a quel punto, contemplando la perfezione dei suoi lineamenti.

<<L'ho disegnato pensando a te, ed a tutte le volte che i nostri sguardi si incontrano di sfuggita mentre tu mi passi accanto.>>

Rimasi  sconcertato, in qualche modo interdetto. Deglutii.

Feci per dire qualcosa quando la luce del lampione si dissolse per un attimo o due, accompagnata da un penetrante stridio elettrico.

In quel breve lasso di tempo, la figura di Violet apparve ai miei occhi come un'ombra, priva di corporeità e dimensione spaziale.

<<Stavi dicendo, Seymour?>> domandò la fanciulla, reclinando dolcemente il capo.

Il sentirla pronunciare il mio nome cancellò nella mia testa ogni traccia di quei pensieri che fino a pochi istanti prima ero stato sul punto di convertire in parole e domande.

<<Come conosci il mio nome?>>
<<L'ho sempre saputo.>> fu così celere nel rispondermi che fui indotto a supporre che mi avesse letto nel pensiero.

<<Ma…>>

<<Dal nostro primo sguardo.>> m'interruppe.

L'involucro di quiete notturna che ci avvolgeva s'incrinò all'eco di un rumore lontano, ma ogni secondo più vicino.

<<Necron sta arrivando.>> disse Violet.

<<Chi?>> feci io, voltandomi verso la carrozza scura, in fondo alla strada.

La ragazza approfittò di quel mio momento di distrazione per avvicinarsi a me, prendermi con dolcezza il mento e schioccarmi un bacio fugace sulle labbra; dopodiché si alzò leggermente la sottana per scendere dal marciapiede.

Sentii la mia faccia avvampare.

<<Quel teschio.>> mi spiegò, lo sguardo rivolto verso la carrozza, <<Si tratta di un invito.>>

<<Un invito?>> ribattei, aggrottando le sopracciglia, visibilmente allibito.

La carrozza era arrivata davanti a noi e si arrestò. La portiera si aprì.

L'interno del cocchio era incredibilmente buio. Un buio pesto, compatto. Non riuscii a scorgere nulla, se non la solita, inquietante mano inguantata emergere da quell'ammasso d'oscurità gelatinosa. Violet protese con far languido il braccio destro ed afferrò la mano di colui che si nascondeva fra le tenebre livide della carrozza. Salì, dunque, ed il suo corpo scomparve ai miei occhi, inghiottito dall'ombra.

<<Sì, un invito per il Limbo.>>

Il braccio diafano della fanciulla riaffiorò per un istante dall'oscurità per chiudere celermente la portiera. I cavalli ripresero la marcia e la carrozza rivenne di secondo in secondo sempre più piccola una volta imboccato il ponte.

Una voce, quella di Violet. Udii la sua voce provenire da ogni direzione, diluita nel vento, e dirmi: <<Domani, a mezzanotte, in centro. Ci sarà un calesse ad attenderti presso la scalinata principale della Torre dell'Orologio, nell'omonima piazza. Porta con te l'invito e sii puntuale. E mi raccomando, >> aggiunse dopo una pausa abbastanza lunga da indurmi a credere che avesse terminato di parlare, tanto che ripresi la strada di casa, << indossa una dei tuoi abiti più raffinati. Ti voglio elegante.>>

<<D'accordo…>> mormorai.

Alle mie spalle un secondo stridio elettrico. Mi girai verso il lampione. Spento. Poi di nuovo acceso, la luce potente e perpetua, senza sbalzi di tensione. Definitivamente.

Funzionava alla perfezione, senza Violet.

 

 

III

La metropolitana di Dark City era la più efficiente della nazione.

Non impiegai che venti minuti per raggiungere il luogo dell'appuntamento: una delle stazioni del treno era infatti ubicata nelle vicinanze della piazza.

Le lancette a forma di spada della Torre dell'Orologio segnavano la mezzanotte in punto. Il rintocco tombale si espanse su tutta la metropoli, sovrastando qualunque altro rumore cittadino.

Indossavo il mio abito migliore. Era appartenuto a mio nonno, quindi si trattava di un indumento sì vetusto, ma ugualmente in grado di donarmi un certo fascino.

Mi incammini verso l'imponente scalinata principale che conduceva al portale della Torre dell'Orologio.

Dirigendomi verso il posto, introdussi una mano in una tasca, dove tenevo piegato l'invito.

Proprio come mi era stato detto, un calesse stava ad attendermi ai piedi della scalinata.

Seduta sulla vettura c'era una giovane sui sedici anni, vestita d'uno sfarzoso abito da sera viola; in viso una maschera del medesimo colore che le celava gli occhi; l'acconciatura elaborata e graziosa impreziosita da gioielli, catenelle d'argento e piume di pavone. Era Violet.

<<Sapevo che non ti saresti lasciato sopraffare dalla paura.>> furono le parole con le quali mi salutò, la voce sciolta in un sorriso.

<<Io non ho paura di nulla.>> mentii.

Al ché il sorriso della fanciulla si tramutò in ghigno.

<<Sali.>> mi ordinò.

Obbedii senza indugiare un solo secondo sulla strada. E non appena presi posto, Violet incitò con impeto il cavallo – le redini schioccarono come fruste, facendo nitrire l'animale – ed il calesse abbandonò la piazza.

 

<<Mi sei piaciuto fin dalla prima volta che mi sei passato accanto.>> disse Violet dopo che il calesse ebbe lasciato alle nostre spalle la piazza dell'Orologio, <<Non potevo che consegnarlo a te, l'invito per il Limbo.>>

Aprii bocca per chiederle cosa diamine fosse il Limbo, tuttavia la ragazza non aveva ancora terminato di parlare.

<<Vedrai, ti noteranno tutti. Ed io sarò la tua damigella; tu il mio cavaliere.>>

Dapprima ripresi dunque fiato per porle la domanda che mi aveva ucciso in gola, ma ci ripensai considerando che non c'era fretta alcuna.

<<Quest'abito s'intona con i tuoi tratti somatici.>> si complimentò Violet.

In risposta a quello che ritenei più un strano commento, rivolsi alla fanciulla un'occhiata interrogativa eloquente più di ogni altra parola.

Violet si portò una mano inguantata davanti alla bocca e rise con fare lezioso.

Uno stridio elettrico colse frattanto la mia attenzione. Un lampione si era spento bruscamente, al nostro passaggio.

Quando mi rivolsi nuovamente a Violet, la fanciulla stava incitando con veemenza inutile il cavallo, quasi provasse ogni volta grande diletto nel fargli del male.

Svoltammo dunque a destra, incuneandoci in una tetra, strettissima via mal illuminata, a senso unico, pullulante di avvenenti ed eleganti signore.

<<Come ti guadagni da vivere, Seymour?>> mi chiese Violet.

<<Sono un artista.>>

A dispetto di quanto mi aspettassi, la ragazza non accolse in nessun modo quella risposta.

La immaginai comunque inarcare un sopracciglio, dietro la maschera che le celava gli occhi.

Ricambiai la domanda, curioso.

<<Esercitò la professione di cantante lirica. E recentemente, peraltro, sono anche una modella.>>

<<Modella?>>

Violet annuì.

<<Sì, sto posando per alcuni quadri di nudo.>>

<<Chi è il pittore?>> eccitandomi al solo pensiero di Violet, completamente nuda, che posava in erotiche posizioni.

<<Necron.>> risuonò alle mie orecchie più come un termine occulto, che come un nome.

Di sicuro, ragionai, deve trattarsi di un nome d'arte, di uno pseudonimo.

<<Dove stiamo andando?>> chiesi. Era da quando presi posto accanto a Violet che quella domanda fremeva dentro di me.

Le labbra imbellettate di nero della fanciulla abbozzarono un enigmatico sorrisetto, proteso leggermente verso destra.

La vettura si arrestò pochi minuti più tardi – il luogo era ancora quel vicolo angusto, racchiuso tra alti palazzoni d'inizio Ottocento – di fronte ad un portone illuminato dalla luce di un lampione arrugginito, intorno al quale danzava, frenetica, una nube di falene.

<<Siamo arrivati.>> mi avvisò Violet.

Smontai dal calesse, quindi mi apprestai a porgere la mano alla ragazza, per aiutarla a scendere dalla vettura.

<<Che gentiluomo.>> disse la fanciulla, scandendo con sinuosa, quasi ridicola – se non canzonatoria – leziosità la parola “gentiluomo”.

Mise piede a terra ed alle mie spalle udii un suono secco, composito: le falene che fino a qualche

istante prima stavano svolazzando spasmodicamente intorno al lampione erano piombate sul marciapiede come una manciata di coriandoli. Stroncate da chissà quale forza assassina.

Seguì una rapida, tremula intermittenza, poi un repentino calo di tensione e la luce s'opacizzò, tingendo d'una tenue penombra la zona circostante.

<<Povere farfalline.>> mugolò Violet, nella sua voce una sadica nota di spregevole ironia.

Mano nella mano, io e la fanciulla salimmo i tre gradini che conducevano al portone.

Violet bussò con contegno. Ci fu subito aperto da quello che supposi fosse una sottospecie di maggiordomo; un tizio tarchiato e pingue, orbo, glabro come un uovo.

Alle spalle dell'ometto un altissima ed opulenta scalinata.

Violet lasciò la mia mano, quindi passò avanti a me. Il suo sorriso mi esortò dolcemente a seguirla.

Il portone venne chiuso con una vigorosa spinta, quindi irruppe nell'atrio lo scoppio di un boato assordante. Poi di nuovo il silenzio.

Da quel momento mi resi conto che non sarei potuto più tornare indietro. In me la sensazione di trovarmi in una gabbia. Una gabbia di rovi.

 

(continua)

 
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