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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  L'indaco, il viola e il nero (II e ultima parte) di Marco Mushroom 20/06/2006
 

IV

In preda a quell'improvviso senso di disagio, mi girai verso il portone. Con stupore mi accorsi che il grasso omino non c'era più.

Realizzai, dopo qualche secondo di sconcerto, che poteva essere semplicemente uscito infilando il portone, oppure essersi volatilizzato come per magia.

Ma in verità non ne avevo idea. E con franchezza neanche mi interessava, tutto sommato.

In ogni caso la serata iniziava – ma forse aveva già iniziato – ad assumere la consistenza illogica e vellutata di un sogno.

Udii Violet ascendere con grazia la gradinata cupa, quindi fermarsi, salita una decina di scalini, e voltarsi verso di me.

<<Seymour, non indugiare davanti al portale.>> per un istante la sua voce giunse estranea alle mie orecchie. Mi era parsa con orrore quella di un uomo adulto ed effeminato.

Le tolsi le spalle rabbrividendo visibilmente. Ma Violet sembrò non averlo notato. O perlomeno non averlo dato a vedere.

Con un cenno delicato del capo, la ragazza mi invitò a venirle incontro. Protese dunque il braccio in avanti, affinché io, una volta raggiuntala, la prendessi per la mano candida ed ingioiellata.

Mano nella mano, salimmo la suntuosa scalinata, che ci condusse in un pianerottolo angusto ma ben arredato; alla nostra sinistra un lungo e tenebroso corridoio dove s'intercorrevano, su ambo le pareti scure, un'infinità di porte. Alcune piccole, altre veri e propri portali.

<<Per di qua, tesoro.>> disse Violet, indicando il corridoio.

Di nuovo quella strana impressione.

<<Come hai detto, scusa?>> ribattei, non tanto perché non avessi colto le sue parole – anzi! –, ma per sentire nuovamente la sua voce.

Nutrivo la sgradevole – e crescente – sensazione di tenere per mano non Violet ma qualcun'altra. O qualcun altro. Poteva essere chiunque, vista la strana piega che in qualche modo stava assumendo la situazione. Nella mia mente un turbinio di torbidi, menomati pensieri.

La fanciulla si schiarì la voce, quindi ripeté: <<Per di qua, tesoro.>>

Tirai un sospiro di sollievo. Il timbro questa volta normale della sua voce mandò alla deriva l'idea che sotto quell'elegante abito viola si nascondesse un uomo.

L'assurdità di quel pensiero dipinse sulle mie labbra una smorfia. Un sorrisetto nervoso che Violet colse dirigendo il suo bel visino su di me.

<<Qualcosa non va?>> mi domandò, spezzando quel breve silenzio; in sottofondo il rumore dei nostri passi lungo il corridoio. I miei pesanti, i suoi leggeri, quasi impercettibili.

Scossi la testa, lo sguardo che tentennava sulle diverse lamelle di luce che, filtrando da sotto le porte, si conficcavano nella penombra del corridoio.

Ci fermammo davanti ad un austero portale d'ebano.

<<Siamo arrivati.>> annunciò la fanciulla.

Violet bussò con garbo ed i battenti del portale ci furono aperti un attimo dopo..

I miei occhi, fin al quel momento avvezzi all'oscurità, furono dolorosamente investiti dalle luci di un vasto, opulento salone gremito di aristocratici vestiti a festa.

Aveva luogo un ballo in maschera. Pertanto le danze davano l'impressione d'essere iniziate da poco.

Vidi di fronte a me decine di bellissime persone muovere i passi di un valzer misterioso, serpeggiante, decisamente insolito.

I colori che predominavano, nell'arredamento della grande sala, erano l'indaco, il viola ed il nero.

Una triade, a mio parere, fosca, malvagia, ispiratrice di macabre atmosfere, ma sopratutto inusuale, per un interno.

Lungo una parete si alternavano altissime  vetrate e morbidi drappeggi di velluto, mentre dal soffitto pendevano quattro scintillanti lampadari di cristallo.

Qua e là erano disposte interminabili file di tavoli imbanditi ai quali gli invitati si servivano chiacchierando e ridendo.

Io e Violet ci unimmo alle danze.

La maschera che la fanciulla portava in viso era piuttosto semplice, sobria, ma non per questo meno raffinata di quelle indossate dagli altri ospiti.

<<Sono così lieta che tu abbia accettato l'invito.>> mi sorrise la ragazza, volteggiando con grazia.

Il salone, i costumi, i colori, le risa gaie dei gli invitati, l'atmosfera indaco, viola e nera. Tutto era identico a quel sogno ricorrente degli ultimi due mesi. Quello in Violet mi diceva il suo nome.

Intorno a noi due un caleidoscopio di visi sorridenti, maschere vistose e sinuosi corpi in movimento.

Non ero solito a partecipare a simili ricevimenti. La mondanità non mi aveva mai attratto, eppure, in quell'occasione, dovetti riconoscere di essere rimasto affascinato da quel mondo frivolo e superficiale.

Con la coda dell'occhio scorsi un una nobildonna ridere sguaiatamente, il ventaglio di fronte alla bocca, la voce sovrastata dalle note della musica e dal brusio.

Inarcai un sopracciglio e fissai intensamente Violet.

Gli occhi metallici di lei, grigi come l'acciaio, contraccambiavano il mio sguardo fermezza, quasi stessero filtrando negli anditi più reconditi della mia mente.

Le labbra voluttuose di Violet si schiusero, tessendo quello che intesi più come un ordine, che come una proposta.

<<Mi baci, Seymour?>>

Non me lo feci ripetere due volte.

Fu un bacio aggressivo da entrambe le parti. Insinuai la mia lingua nella bocca di Violet con prepotenza e lei faceva altrettanto.

Mi abbandonai completamente alla passione. I nostri corpi proseguivano a danzare, incauti degli sguardi degli astanti.

Quando le nostre labbra si scissero da quel bacio audace, io e Violet interrompemmo i nostri passi di danza per dirigerci verso un tavolo. Alle nostre spalle, gli invitati ridevano sommessamente dietro le loro maschere e i loro ventagli.

Violet trovò posto su un graziosa sedia imbottita.

<<Abbiamo suscitato le risa di tutti i presenti.>> sorrise.

<<Abbiamo fatto un'autentica figuraccia.>> le sottolineai all'orecchio.

A quelle parole, il suo sorriso si evolse in una risata che la fanciulla, seppur portandosi la mano di fronte alla bocca, riuscì a stento a contenere entro margini del contegno.

Servii da bere a Violet.

La ragazza iniziò a centellinare il suo calice di vino osservandosi bene attorno. Sembrava stesse

cercando qualcuno.

Glielo chiesi, e lei in quel preciso instante sgranò gli occhi, scintillanti di entusiasmo.

Si alzò dunque in piedi, mi fece cenno di seguirla e raggiunse a passi svelti un imponente figuro appoggiato di schiena su una colonna, dall'altra parte del salone.

Il mio cuore di fermò, non appena l'ebbi davanti.

Era alto ad occhio e croce due metri, indossava uno pomposo abito indaco e nero, il viso ed il capo nascosti da un'inquietante maschera veneziana incorniciata da una folta criniera di piume.

Non capivo se si trattasse di in uomo o di una donna.

<<Necron!>> esclamò Violet.

L'individuo misterioso accolse la fanciulla con un inchino.

Dapprima in disparte, mi avvicinai ulteriormente ai due con passo incerto.

<<Seymour, Necron. Necron, Seymour.>> ci presentò la ragazza.

Necron mi porse la mano affinché io gliela stringessi, ma non potei che indietreggiare, notando le sue dita lunghissime, munite di artigli.

Mortificato, mi scusai per la mia reazione. Ciò non tolse che non avrei mai stretto la mano a quel “mostro”.

Necron scosse la testa – o meglio, la maschera –, dopodiché si abbassò quel tanto che gli bastava per protendersi in avanti e bisbigliare qualcosa all'orecchio di Violet, che nel frattempo annuiva alle sue parole, fissandomi, sulle sue labbra nere un enigmatico sorriso.

Non appena l'uomo mascherato ebbe finito di parlare, Violet fece un passo verso di me e disse: <<Necron ci propone di andare a prendere una boccata d'aria.>>

<<Ma certo, per me non c'è alcun problema.>> accettai senza obiettare.

Mi domandai però che motivo c'era stato di dire una cosa così semplice all'orecchio. Non ci trovavo nulla di personale.

Necron cinse la vita di Violet con gli affilati artigli ed insieme ci dirigemmo verso la portafinestra più vicina.

Accedemmo ad una grande balconata semicircolare che dava sul Danubio, sul cui letto riverberavano e s'increspavano le luci sfavillanti della metropoli, invasa dalle prime brume dell'incipiente inverno.

Ma la vista non era comunque delle migliori, considerando il fatto che ci trovavamo soltanto al secondo piano.

Sul panneggio di nubi ferrose che coprivano la volta celeste erano riflesse le luci opache della città. Della città notturna, con i suoi laidi arcani ed i suoi taciturni delitti.

<<Che freddo.>> commentai, investito da un'impetuosa sferzata di gelo.

<<Non trovi sia meraviglioso?>> chiese Violet.

Credendo intendesse la vista della città, risposi, inarcando un sopracciglio: <<Sì, anche se, insomma, c'è di…>>

M'interruppi, frustrato, avvedendomi che la fanciulla aveva rivolto la domanda a Necron, e non a me.

Quest'ultimo si limitò ad annuire. Al ché incominciai a pensare che non possedesse la parola.

<<Hai detto qualcosa, tesoro?>> fece Violet.

<<No, no…>>

<<Io torno subito.>> disse allora la fanciulla ad entrambi, <<Vado a prendere un drink.>>

Nel momento in cui la fanciulla aprì la portafinestra per rientrare, la musica delle viole, dei clarinetti e degli oboe irruppe nell'aria glaciale della notte per poi svanire un istante dopo.

Violet impiegò molto meno del previsto. Spezzando il clima di disagio che era sceso fra me e Necron. Mi incuteva una certa soggezione, quell'uomo. O quella donna. Ma supponevo doveva trattarsi di un uomo…

La ragazza tornò con due calici di champagne. Erano per me e per lei.

<<Ti chiederai sicuramente perché non ne ho portato anche per Necron.>> arguì Violet, leggendomi praticamente nel pensiero.

<<Giusto.>> dissi.

<<Il nostro caro amico è astemio. Non ama gli alcolici. E tu sei splendido, Seymour.>> spiegò Violet, dandomi un buffetto sulla guancia.

<<Ma questo cosa c'entra?>> domandai, arrossendo.

<<Tieni, tesoro, beviamoci sopra.>>

<<Sopra cosa, Violet? Proprio non capisco a cosa tu stia alludendo?>>

<<A te.>> disse la fanciulla, offrendomi il calice.

Afferrai il bicchiere con una certa titubanza.

<<Un brindisi a Seymour.>>

Bevvi il mio vino con calma, senza fretta.

Nel frattempo Violet lanciò un'occhiata d'intesa a Necron e sorrise maliziosamente.

<<Benvenuto nel Limbo, Seymour. Sogni d'oro.>> la voce di Violet risuonò alle mie orecchie come quella baritonale di uomo.

Al solo sentirla trasalii violentemente ed il vino che in quel momento stavo deglutendo mi andò di traverso.

Caddi sulle ginocchia. Tossendo l'anima, sempre più forte. Fino a sentirmi morire.

Feci per aggrapparmi con una mano al lungo abito di Violet, ma la fanciulla si ritrasse ed io stramazzai a terra.

Perdendo i sensi potei udire la risata sguainata di Violet sovrastare qualunque altro suono, scortarmi nel mondo dell'inconscio. Nell'Oblio.

 

 

 

 

V

Intorno a me la mia stanza. La guaina di sonno che mi impastava gli occhi si dissolse pochi istanti dopo il mio risveglio.

Sporche lamine di luce fendevano la debole, cerea oscurità che amalgamava in un unico, indistinto ammasso di tenebre i mobili della camera.

Mi alzai con in mente il pensiero degli ultimi istanti vissuti in quello che mi rifiutavo di concepire come un semplice incubo.

Indossavo i miei soliti indumenti. Mi ero coricato vestito.

Ero in grado di orientarmi perfettamente nel buio. Raggiunsi l'armadio e l'aprii. L'elegante abito di mio nonno era sistemato lì. Da anni. Senza che una mano l'avesse mai sfiorato.

Scossi la testa, nervoso e sconcertato.

Era stato tutto così reale.

Squarciai le fioche tenebre spalancando bruscamente la finestra. Il tempo, fuori, era del colore dell'ottone. La metropoli era avvolta nella cortina di una pioggerellina sottile, infinitesimale.

Le lancette dell'orologio a pendolo segnavano le undici. Il giorno era ancora giovane.

Mi cambiai. I vestiti che indossavo erano umidi di sudore.

Dopodiché afferrai una spazzola ed uno specchio che mia sorella aveva dimenticato sulla mia scrivania.

Non è possibile! Ma allora…

La mia immagine speculare mi fece trasalire. La spazzola tonfò sul pavimento e lo specchio, se non fosse stato per i miei riflessi pronti, sarebbe finito in frantumi.

Fissai a lungo le mie labbra con uno sguardo di pietra.

Sì, le mie labbra, ma anche i bordi della mia bocca, erano screziate del rossetto nero di Violet.

Nell'arco di una frazione di secondo, tornò nella mia testa il ricordo del bacio aggressivo che io e la fanciulla ci eravamo scambiati nel bel mezzo delle danze.

Mi portai istintivamente una mano sulle labbra, che tamponai con le dita.

Gettai di scatto lo specchio sul letto, quindi raggiunsi la scrivania ed aprii il cassetto…

L'invito di Violet si trovava lì, nello stesso, identico punto in cui l'avevo riposto.

Tre colpi leggeri dall'altra parte della porta distolsero la mia attenzione dal cassetto e da tutta quella girandola di turbamenti in corso nella mia testa confusa.

<<Avanti.>>

Era mia madre. Era venuta per controllare se stessi ancora dormendo.

Prima che richiudesse la porta e mi lasciasse nuovamente solo con in miei pensieri, mi apprestai a chiederle il giorno.

<<Mercoledì.>>

Mi rispose inarcando un sopracciglio, una nota di preoccupazione nei suoi lineamenti, poi infilò la porta.

Nella solitudine della mia stanza, potevo udire il tremore delle mie mani che stringevano con le dita l'invito.

Le increspature sul foglio donavano al teschio disegnato da Violet un'espressione diabolica. Sembrava sogghignare. Sogghignare al mio destino.

Mi sembrava alquanto impossibile, ma era proprio mercoledì. Da non crederci.

Rimanere con le mani in mano, comunque, non sarebbe stato da me.

Non mi sarei recato, quel giorno, al café letterario. La mia predisposizione mentale verteva su ben altro. Su Violet.

Dovevo assolutamente chiederle spiegazioni. Il solo ripensare a quell'incubo, o qualunque altra cosa fosse stato, mi gelava il sangue.

 

Camminavo con passo incerto. Mi guardavo continuamente attorno, sospettoso di un pedinamento da parte di oscure ed inconsistenti presenze.

Attraversato il ponte, raggiunsi il lampione che Violet abbracciava nell'attesa dell'arrivo di Necron.

Ma la ragazza non c'era ed il lampione sfolgorava anonimo come tutti gli latri che si susseguivano lungo il marciapiede.

Eppure ero sicuro di esser arrivato alla solita ora se non in anticipo.

No. Non potevo aspettare. Nemmeno un giorno.

La carrozza di Necron non poteva essere già passata.

Strinsi i pugni. Arrabbiato e terrorizzato al tempo stesso.

Sospirai profondamente e dalle mie narici si liberò una densa nuvola di vapore d'acqua.

Dall'altra parte della strada, alcune prostitute battevano camminando avanti ed indietro. Ogniqualvolta che una carrozza passava – ed io la osservavo bene per accertarmi che non fosse quella che di solito prelevava Violet – il numero di lucciole diminuiva.

Ero rimasto completamente solo in quella strada quando l'ipocrita quiete notturna si incrinò al suono di uno stridio elettrico.

Il lampione di Violet si spense proiettando per un istante un'ampia ampolla d'oscurità nello spazio ad esso circostante.

La luce tornò subito, ma fioca ed intermittente.

<<Non avrei mai immaginato che avresti avuto il coraggio di venire.>> disse una voce baritonale alle mie spalle.

Mi girai sobbalzando. E sobbalzai ancora – questa volta scacciando un urlo – vedendo il mio interlocutore.

Davanti a me un uomo vestito dello stesso abito da sera che Violet aveva indossato al ballo;

Aveva i capelli biondi tenuti in un'elaborata acconciatura, le sopracciglia fulve finemente disegnate e le labbra imbellettate di nero.

Indietreggiai, deglutendo.

<<Violet?>> balbettai.

<<Di solito nessuno riporta il ricordo del Limbo.>> disse invece quell'uomo.

<<Non capisco di cosa tu stia parlando. Ma esigo delle spiegazioni!>>

Il mio interlocutore rise, la mano di fronte alla bocca. Poi però non rispose alla mia domanda.

Calò fra noi due un breve silenzio, che io stesso interruppi, dicendo: <<Tu non sei Violet. Dov'è Violet?>>

Un stridio elettrico. Un fulmineo calo di tensione, un istante di tenebre ed ecco di nuovo la fastidiosa luce intermittente.

Di fronte a me Violet, un sorriso inquietante sulle sue labbra corvine.

<<Seymour.>>

<<Tu!>> abbaiai, <<Ma che diavolo…>>

Seguì alle mie parole un secondo – anche se sarebbe stato in verità il terzo – stridio elettrico. Ancora l'ampolla d'oscurità. Poi di nuovo l'intermittenza.

La figura di Violet era svanita durante il buio istantaneo che aveva avuto luogo nel calo di tensione per cedere il posto al travestito.

<<Proprio non capisco, davvero.>> dissi, indietreggiando, <<Cosa è successo quella sera? Mi sono risvegliato nella mia stanza e…>>

Un terzo stridio elettrico mi smorzò le parole in gola.

Nella frazione di secondo in cui le tenebre mi inglobarono, vidi la sagoma del mio interlocutore deformarsi, divenire imponente e mostrarsi sotto le sembianze di Necron, una volta tornata la luce.

<<Siamo le creature della notte. Coloro che risiedono nei canti bui più reconditi ed inaccessibili della metropoli. Ci nutriamo dell'estro creativo degli individui come te, che se uno scrittore, un poeta ed un pittore. Le menti degli artisti sono il nostro pane. Ti accorgerai, se non l'hai già fatto, che non sarai più in grado di creare. Mediante il bacio di Violet, hai ceduto tuo spirito d'artista. Creature finite come gli esseri umani non possono godere del privilegio dell'arte. Non ne avete il diritto.>>

<<Continuo a non capire.>> dissi io.

No, non era vero. Avevo capito benissimo. Era solo che non volevo accettarlo.

<<Violet, quell'uomo travestito da Violet e Necron sono la stessa persona. Tuttavia non te ne sei mai reso conto poiché voi esseri umani, in quanto tali, non siete in grado di concepire la Surrealtà,

la poliedrica dimensione del sogno che si cela oltre le retine dei vostri occhi.>>

Scossi la testa per far intendere a Necron – dunque a Violet? al travestito? – che non avevo compreso, ma questi anziché rispondere, si avvicinò a me quanto bastava per violare la mia area personale.

<<Dormi, Seymour. Non c'è nulla che tu possa capire. È già tanto che rammenti il Limbo, non insistere e riposa.>>

Avvertii cinque lame fredde – gli artigli di Necron  irrompere nel mio corpo, trapassarsi lentamente da parte a parte e ritorcersi nella mia carne.

Ma nessun dolore. Soltanto la percezione di quegli artigli gelidi ed affilati nelle mie membra.

<<Ci rivedremo in un'altra vita, Seymour, quando sarai anche tu uno di noi.>>

La voce dolce e femminile di Violet mi fece sprofondare in uno stato di torpore da quale non riuscii a resistere. Chiusi le palpebre.

Non vidi più nulla. E morii. Spiritualmente.

 

 

 

 

 

 

 
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