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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Il prestito di Mario Malgieri 24/06/2006
 

Antonio Carbonari era un uomo del sud, di quella parte della Calabria dove la Sila degrada verso lo Ionio tra boschi ed improvvise pianure, concedendo una terra fertile ma dura, sassosa e disseminata di balze rocciose. Lontano, ma sempre presente, il mare, generoso solo per coloro che sono disposti a rischiarne i capricci e le furie improvvise. 

Antonio, dopo la laurea in medicina, aveva fatto il medico condotto con passione e dedizione, ottenendo stima e gratitudine ma non denaro, del quale fortunatamente non aveva un gran bisogno, né una propria famiglia che viceversa avrebbe gradito farsi ma per la quale non aveva avuto il tempo di provvedere. Così lo scoppio della guerra, nel Maggio del 1915, trovò il trentacinquenne Antonio ancora scapolo, libero da responsabilità famigliari e deciso a dare il suo contributo. Si era presentato volontario, lui che avrebbe avuto diritto all'esenzione senza che alcuna ombra potesse sfiorare il suo onore. Aveva informato con semplicità sua madre ed i suoi pazienti che né la Patria né l'odio per qualche nemico lo spingeva lontano da loro, ma solo il suo senso del servizio. Sapeva che suo padre, troppo presto, come si diceva allora,  passato a miglior vita, lo avrebbe approvato, dotato com'era di un forte senso dell' onore e del dovere.

Da quasi due anni il capitano medico Carbonari  si dedicava con la solita passione e dedizione ad un ospedale da campo, che si spostava di frequente seguendo l' andamento del fronte. In quel Giugno del 1917 si trovava nei pressi della Malga Mandriele, sull' altopiano di Asiago proprio a ridosso dell'Ortigara, quindi nelle immediate retrovie del teatro di battaglie tanto apportatrici di morte quanto sostanzialmente inutili.

- Dottore, questa volta lo ha addirittura messo in versi!

L'infermiera entrò nella tenda che fungeva da studio e camera da letto del dottore. Sventolava un foglio di quaderno sgualcito, sul quale si vedeva una scrittura a matita dai caratteri grandi e tremolanti, con molte cancellature. 

- Di cosa state parlando signorina?  Chi ha messo in versi cosai?.

La voce del dottore era stanca e leggermente irritata. La notte era stata un incubo e la giornata si annunciava altrettanto pesante. L'infermiera era entrata vociando proprio mentre lui era riuscito a chiudere gli occhi in un tentativo di prendere sonno

- Scusatemi dottore, ma parlo del soldato semplice Obialero, quel ragazzo  amputato alla gamba sinistra sei giorni fa, il 13 mi pare. Il suo incubo ricorrente, lo ha messo in versi, ha scritto una poesia!

Il dottor Carbonari sospirò, prese in mano il foglio, alzò la luce della lampada a petrolio che spargeva un chiarore giallastro, poi si mise sul naso gli occhialini che teneva sempre appesi al collo assieme allo stetoscopio e cominciò a leggere a voce alta.

 

Lassù all' 'Agnella non fu  battaglia

col  nemico crudele ed odiato.

Fu'n macello, assurdo e spietato.

Un Dio abbietto la folgore scaglia

 

e le menti ottunde. Tuona la mitraglia,

urla'l tenente - avanti, soldato

se ti fermi sarai fucilato-

Io correvo tra sangue e sterpaglia

 

ma venni colpito, caddi tra sterpi,

occhi aperti sul cielo fumoso.

Vidi  Morte e le dissi -mi scerpi-

 

Lei si volse a guardami negli occhi

Non vuoto teschio, un volto annoso

e dolente, -oh voi, uomini sciocchi

 

troppe vite falciai, or m'arresto

la tua or ti rendo, ma torno presto -

 

Il dottore aveva sempre amato la letteratura ed era un uomo dalle molte e svariate letture

 - Guarda guarda - disse con un certo interesse - un sonetto caudato. Il soldatino sa di poesia! C'è persino una citazione di Dante, con quel “mi scerpi”, Inferno, canto tredicesimo mi sembra. Certo, un poco scolastico, il ritmo difetta, ma insomma, il ragazzo deve avere studiato -

L'infermiera  era rimasta in silenzio e sembrava commossa.

-Dottore, il ragazzo studiava al liceo, a Torino, me lo ha detto lui ieri. Mi ha anche confidato che per venire a combattere falsificò la firma di suo padre. Quando si presentò volontario non aveva ancora compiuto i diciotto anni. Li ha fatti il mese scorso.

- Ah si, uno del '99, uno di quei poveri ragazzini idealisti - il dottore scosse il capo - ma cosa c'è di preoccupante, oltre alla metrica incerta di questo sonetto?

L'infermiera sembrava offesa dall'indifferenza del dottore.

- Non vedete? Non fa che parlare della morte. Dice che verrà presto a prenderlo, che la sua vita è solo in prestito. Lo dice a tutti quelli che gli stanno vicino. Il morale degli altri pazienti ne risente. Signor dottore, cosa possiamo fare?

Il dottore alzò le spalle in un gesto di impotenza,  congedando l'infermiera con un cenno stanco della mano.

- Andate, ci sono molti altri ragazzi che hanno bisogno di voi, queste sono sciocchezze, comunque ci penserò.

Uscita l'infermiera, il dottore riprese il foglietto e batté le nocche su un verso. Pensava ad alta voce, come gli capitava sempre più spesso.

- “Un macello assurdo”, figuriamoci. Sì, mi hanno raccontato della battaglia al colle dell' Agnella. E' stato un massacro davvero, in poche ore abbiamo perso quasi cinquemila uomini, ma non sono cose che si possono scrivere, magari nelle lettere a casa. Poi l'ufficiale cui allude, quello che minaccia di fucilazione chi si ferma, dev'essere quel tenente Calvi, del battaglione Bassano. Era lui al comando durante l'assalto al colle. Poveraccio, lo hanno portato qui che era già morto, una palla nel cuore. Aveva  la medaglia di bronzo e pare che ora lo abbiano proposto per quella d'oro. Un vero eroe.  Ed ecco la Morte, la Morte che si impietosisce e gli lascia qualche giorno ancora da vivere. E perchè avrebbe dovuto? Perché lui e non un altro povero ragazzo….

Il  dottore appallottolò il foglio di quaderno e lo buttò in un angolo saturo di cartacce, bende usate e bottigliette vuote.

- Se dovesse capitare tra le mani di qualche ufficialetto zelante e carogna, il mio povero soldatino potrebbe finire addirittura alla Corte Marziale, disfattismo, mancanza di rispetto verso un ufficiale…roba da fucilazione. Io lo salvo, beh diciamo che ho aiutato Dio a salvarlo, e qualcuno me lo ammazza. Neanche a parlarne. Però  l'infermiera ha ragione, per il morale degli altri può diventare un problema. Sarà opportuno che ci parli un poco io, con il soldatino.

Il dottore si mise a frugare tra le carte sparse sul rozzo tavolo di legno, alla ricerca dei pochi appunti che aveva avuto il tempo di scrivere. Si ricordava bene di quel ragazzo, ma voleva essere certo dei fatti. Qualcosa di abbastanza singolare era effettivamente accaduto. Quando due barellieri avevano portato quel soldato regnava una confusione tremenda. Il suo ospedale, come altri piccoli ospedali da campo nei dintorni, era traboccante di feriti e moribondi. C'era una pausa nella battaglia furibonda sull'Ortigara e, come tante altre volte, non c'erano state ne vittorie ne sconfitte, solo posizioni prese, poi riperse, poi prese e abbandonate per l'impossibilità di difenderle. Il tutto a prezzo di migliaia di vite italiane, austriache, ungheresi, tedesche. Il dottore aveva guardato la ferita del soldato che non dava segni di vita: La gamba destra era stata quasi strappata al di sopra del ginocchio. La vena femorale tranciata aveva causato un'imponente emorragia che tuttavia, per qualche ragione, si era arrestata. Probabilmente perchè il cuore aveva smesso di pompare. Calcolando che dovevano essere passate ore dal momento del ferimento a quando i portaferiti erano riusciti a scendere a valle, quel soldato non poteva essere vivo. Comunque per scrupolo professionale lo aveva auscultato con lo stetoscopio mentre gli controllava le pupille. Incredibilmente c'erano ancora dei segni vitali. Aveva dato ordine di mettere immediatamente il poveretto sul tavolo operatorio, poi aveva fatto del suo meglio, completando l'inevitabile amputazione, suturando e ripulendo. Quindi aveva affidato il ragazzo a Dio ed alla fibra incredibilmente forte della quale aveva dato prova.

Fosse stato l'intervento divino, la fortuna o appunto il fisico robusto, nei giorni seguenti il ragazzo aveva fatto enormi progressi. Il rischio della cancrena era scongiurato, la ferita era sana e asciutta, la febbre scomparsa. Poi il soldato si era  risvegliato e da quel momento erano iniziati ad arrivare i rapporti allarmati dell'infermiera. 

Il ragazzo continuava a migliorare fisicamente. Sembrava avviato ad una rapida e insperata guarigione, seppure, come ovvio, le conseguenze di quel ferimento sarebbero rimaste nella sua vita per sempre. Ma intristiva, parlava sempre del suo incontro con la Morte, dell' avere in prestito ogni ora che stava vivendo e che presto, molto presto, la Morte sarebbe tornata a pretendere indietro ciò che gli aveva prestato. Fino alla poesia di quel pomeriggio. Il dottore decise che la mattina dopo, prima ancora del consueto giro tra i pazienti, avrebbe parlato col  ragazzo.

L'indomani, alle sei precise, il dottore era al capezzale del soldato. Lo osservò per qualche minuto. Dormiva di un sonno inquieto, ogni tanto atteggiava le labbra come per urlare, poi si quietava, ma le mani erano contratte, le braccia rigide, il volto sudato. Il dottore lo scosse dolcemente e lo svegliò. - Buongiorno, soldato, come ti senti oggi? -

-Molto meglio dottore, grazie - rispose educatamente. Ma lo sguardo era quello di una preda inseguita da un carnivoro

-Allora, soldato, devi finirla di spaventare i tuoi compagni con queste storie sulla morte. Certo, puoi dire che l'hai vista in faccia, ma è solo una figura retorica, hai avuto un trauma tremendo. Per la verità non capisco come tu sia sopravvissuto. Ma sei vivo e sei fuori pericolo, domani ti spedisco ad un vero ospedale, a  Milano, lontano da questo inferno -

Il ragazzo ascoltava senza replicare, lo sguardo perso nel vuoto. Poi riprese a parlare con un tono piano, incolore.

-Vedete signore, io ero lì con la gamba a pezzi e la vita che mi stava uscendo dalle vene, lo sentivo che stavo per morire. Mi sono messo a piangere. Ma non per il dolore, quello non c'era più, e nemmeno per la paura. Piangevo perché ero andato via di casa senza chiedere il permesso di mio padre per arruolarmi, ero in pratica fuggito senza salutare né lui né mia madre. Io sono figlio unico, loro mi adoravano ed io li ho ripagati scappando come un ladro.  Ecco, non volevo morire così, volevo almeno scrivere ai miei genitori, chiedere perdono, salutarli. Poi l'ho vista. Era una vecchia, alta, vestita di nero. Mi si è inginocchiata vicino. Era bella, un volto fiero, degli occhi penetranti ma  con un' espressione stanca, dolce e severa insieme. Mi ha accarezzato la fronte e mi ha detto che quel giorno ne aveva dovuto raccogliere già troppi di ragazzi come me. Aveva ascoltato il mio animo e mi avrebbe dato qualche giorno ancora, per poter dire addio ai miei cari, ma poi sarebbe tornata, doveva tornare. Ho sentito ancora la sua mano su di me, poi…poi mi sono svegliato qui.

- Basta! Smetti di dire sciocchezze!- Il dottore era veramente irritato - tra un paio di mesi, forse anche prima, tornerai a casa. Per te la guerra è finita. Potrai riprendere i tuoi studi, magari diventerai un letterato, forse un poeta…sembra che un di stoffa tu l' abbia, vero?.

Finalmente ci fu un guizzo negli occhi del ragazzo

-Grazie per tutto quello che avete fatto per me, dottore, sì, è vero, volevo fare il giornalista, mi preparavo, studiavo greco e latino, studiavo la storia…ma non credo che diventerò qualsiasi cosa, non ne avrò il tempo. Però una cosa l'ho scritta.

Il ragazzo tirò fuori un foglio piegato.

-Qui c'è la lettera per i miei genitori. Gli spiego tutto e chiedo il loro perdono. L'indirizzo è scritto sul retro. Promettetemi di spedirla voi, ve ne prego, è l'unica ragione per la quale sono ancora vivo.

-Ascolta, soldato. Tu hai avuto una grande fortuna, per quello che mi riguarda potrai arrivare a cent'anni, se la smetti di dire corbellerie.  Fallo per te, o almeno per i tuoi compagni qui vicino: smetti di parlare di morte, smetti per sempre. L'hai scampata bella, devi pensare al futuro. Ora vado a metterti in lista per il trasferimento di domani.  Ripeto, basta parlare di morte, è un ordine, sono stato chiaro?.

Sul volto del ragazzo si dipinse un' espressione di tale disperazione e delusione che il dottore quasi si pentì di quello che aveva detto. La mano del soldato era ancora lì, tesa con la lettera in mano, come ad implorare.

- Va bene, te la spedisco io questa lettera, ma ne aggiungerò una di mio pugno ai tuoi genitori per rassicurarli, dirò loro che l'unico tuo problema, oltre naturalmente alla perdita della gamba, è questa ossessione, ma che col tempo ti passerà. Dammela.

Senza più voltarsi, il dottore se ne andò, mettendo il foglio nella tasca del camice.

 

Quella sera il dottore aveva visite. Era passato da lui padre Giovanni Fiorani, un cappellano militare del quale era divenuto amico in quei mesi trascorsi sull' altopiano di Asiago.  Padre Fiorani era una persona di poche parole e dalla grande fede. Genovese, non si peritava di farsi scappare qualche “belin” nei momenti nei quali, diceva lui, ci voleva proprio. Anche ad un bicchiere di acquavite non sapeva dire di no. - Iddio di questi tempi è impegnato in ben altre cose, alle sciocchezze che dice e fa questo suo umile servo non ha tempo di badare - diceva al dottore quando riuscivano ad avere un poco di tempo a disposizione per scambiare quattro chiacchiere. In quelle occasioni non mancava mai una bottiglia di acquavite sul tavolino della tenda.

Il dottore aveva finito da poco di scrivere delle lettere che non avrebbe mai voluto scrivere, tranne una. Dopo la comunicazione della morte di figli o mariti, oramai le faceva tutte uguali, a memoria, aveva scritto alla famiglia Obialero dando buone notizie, se si poteva considerare buona la notizia che l'unico figlio sarebbe rimasto invalido per tutta la vita, ma era vivo e sarebbe presto tornato a casa. Poi aveva riposto la lettera assieme a quella del ragazzo. Avrebbe spedito tutto il giorno dopo, quando sarebbe arrivato da Asiago il camion della posta e dei rifornimenti.

- Giovanni, dimmi, perché Dio permette tutto questo e non ci manda per esempio un nuovo diluvio per fermarci? La mia fede è stata messa troppe volte a dura prova in questi ultimi mesi, non riesco a trovare un senso in quello che stiamo facendo; non tu o io, intendimi, ma noi come genere umano voglio dire; sopratutto non riesco a vedere la volontà di Dio dietro a questa carneficina.

Il cappellano si prese tutto il tempo di un buona tazza di acquavite sorseggiata con calma prima di rispondere

- Anche la guerra è parte del disegno di Dio. E' nella Bibbia, nell' Ecclesiaste:

 

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante,

un tempo per uccidere e un tempo per guarire

 

Caro Antonio, Dio tra tutti i doni che ci ha fatto, ci ha anche dato la libertà. La libertà di scegliere tra Lui, il Bene, ed il Demonio, cioè il male. Ecco, direi che in questi tempi gli uomini stanno seguendo più il Demonio che Dio. E per il Demonio, questo è un tempo per uccidere. Bada, il Demonio esiste davvero, ha un corpo e vive tra noi.

Il dottore ascoltava con attenzione, tormentando con una mano il suo pizzetto nero, come era solito fare quando pensava.

- Il Demonio esiste? Quindi anche gli  Angeli e la Morte, esistono dunque tutti, non sono solamente la personificazione delle nostre buone pulsioni e delle nostre paure?-

- Il Demonio e gli Angeli certamente si, in molti hanno visto l'uno e gli altri. La Morte, ecco, non saprei, no, penso di no, la Morte come essere fisico forse non esiste.

- Vedi Giovanni, uno dei miei feriti sostiene di avere visto la Morte in persona -

Il dottore riassunse la vicenda di Obialero al cappellano che lo ascoltò con estrema attenzione. Alla fine don Fiorani appariva pensieroso.

- Sai Antonio, noi non lo possiamo escludere. Ti ho detto che io sarei portato a dire “no”, però, pensandoci, se esistono gli Angeli, ed ognuno di loro ha una sua funzione nelle sfere celesti, allora può essere che la Morte sia null'altro che un angelo con un suo compito particolare.  Credo comunque che potremmo stare a parlarne tutta la notte ma non giungeremmo ad alcuna conclusione. Ora ti devo lasciare, ho il caporale che mi aspetta fuori  con l'automobile per riportarmi nei miei appartamenti….eh, dovresti venire a trovarmi qualche volta nel mio buco a Gallio, così forse non ti lamenteresti della tua bella tenda. Buona notte Antonio, che Dio ti benedica.

Una piccola benedizione effettivamente sembrò arrivare, la mattina dopo. Il vento da nord-est era rinfrescato ed aveva portato con sé una  pioggia sottile ed insistente. Già un centinaio di metri più in alto dell'ospedale le nubi erano nebbia fitta per chi si trovava nelle trincee sul monte. Di fatto nulla di importante poteva accadere in quelle condizioni, se non qualche scaramuccia di pattuglie, mentre la visibiltà scarsissima rendeva inutili i tiri d'artiglieria, che infatti si limitava a degli isolati tiri d'obice sparati a casaccio, più per tenere il nemico in apprensione  che per fare veramente dei danni.

L'autocarro 15-ter era fermo nel fango che nel colore rossastro rivelava la sostanza che oramai permeava il terreno all'interno e nelle vicinanze dell'ospedale: sangue.  I barellieri caricarono i feriti da trasferire a Thiene da dove un treno avrebbe completato il lungo trasferimento verso un ospedale di Milano. Il soldato Obialero venne fatto salire per ultimo, poi il telone con una grossa croce rossa venne chiuso alla meglio dall'autista. Il malandato veicolo si avviò ed in pochi minuti sparì scoppiettando giù per la pista fangosa.

Sulla stessa pista, dopo un paio d'ore, un altro autocarro risalì faticosamente sino all' ospedale. Portava i  rifornimenti e la posta. Il dottore uscì della tenda ed andò incontro al camion. Ne scese un sergente che si avvicinò al dottore, affondando nel fango.

- Buon giorno dottore - disse accennando appena al saluto -  ho cattive notizie, purtroppo -

- Cosa è successo, sergente?

 Il sergente trovò finalmente una piccola zona pietrosa dove fermarsi senza affondare in quella melma rossastra.

 - Sapete,  il camion dei vostri feriti, quello che è partito da qui un due ore fa?

Il viso del dottore si fece pallido.

- Era arrivato a pochi distanza da Gallio, ma un colpo da 305 mal diretto, non si sa neppure se fosse nostro o degli austriaci, gli è esploso dietro, a pochi metri. Sulle prime sembrava che fossero tutti salvi, poi abbiamo trovato un poveraccio con una scheggia dritta nel cuore. Pensate, tutti gli altri senza un graffio, lui morto stecchito.

Un presentimento colpì il dottore come un pugno.

- Chi è la vittima?- chiese con un filo di voce.

- Ho qui la sua piastrina, vediamo, ah sì, soldato semplice Vittorio Obialero. Il sergente porse la piastrina sporca di sangue al dottore, che la prese, impietrito. Ma il sergente non aveva finito il suo racconto.

- E' stata una vera fatalità. Hanno colpito il camion solo perché si era fermato. Una donna, una vecchia, forse una vedova, forse una contadina di qui, così dice il caporale autista, certo è che era tutta vestita di nero, ha gridato di fermarsi perché voleva regalare un fiore ai feriti. Quello si è impietosito e si è fermato.  Proprio allora è arrivato il colpo. Pensate dottore, la povera vecchia doveva essere proprio dove è caduto il proiettile, di lei nel cratere dell' esplosione non si è trovato più niente, come se non fosse mai esistita.

Il dottore pregò il sergente di attenderlo, aveva bisogno essere portato a Gallio. Sotto la pioggia si diresse alla sua tenda, prese dal cassetto la lettera che aveva scritto la sera prima per i genitori del soldato. La rilesse, quindi la strappò con rabbia. Mise la piastrina assieme a tutte le altre poi indossò la mantellina, prese la bottiglia della grappa ed uscì. Aveva bisogno di parlare con Don Fiorani, forse insieme avrebbero capito. E se no, era la volta che si sarebbero ubriacati.

 

 
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