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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Scacco al re di Andrea Franco 29/06/2006
 

 

Domenico Paparozzi mise giù la cornetta e imprecò. Col pugno colpì il legno duro del tavolino del soggiorno, quindi prese l'impermeabile e la pistola. Aprì la porta e uscì nel pianerottolo, avvolto in una bolla melmosa di penombra. Socchiuse gli occhi qualche istante, per riordinare le idee. D'istinto allungò una mano verso il legno scuro della porta di casa e con i polpastrelli carezzò i piccoli intagli verticali che ricoprivano la superficie levigata.

– Vaffanculo – sibilò, poi scese le scale di corsa.

Quella sera aveva trovato posto proprio davanti al portone del palazzo e aveva evitato di scendere fino ai parcheggi sottostanti la palazzina. Quei cunicoli scuri, bagnati da riflessi di luce al neon, lo mettevano a disagio. I passi echeggiavano sinistri lungo le macchine, scivolando sulle pareti grigie, e dietro ogni colonna sembrava annidarsi un'ombra pronta a saltargli addosso.

Non erano paure da detective, se lo ripeteva spesso, ma quando poteva parcheggiava la macchina in strada, dove il buio della notte sembrava meno minaccioso.

L'appuntato Ramoni lo attendeva in strada, vicino alla volante. I lampeggianti azzurri guizzavano su tutti gli oggetti circostanti e il volto del sottufficiale era macchiato da strani riflessi cerulei. Aveva poco più di trent'anni, un fisico asciutto e un'espressione sempre cordiale.

Paparozzi lo salutò con un cenno della testa e si fermò a un passo.

– Primo piano – disse l'appuntato senza specificare altro. Le informazioni essenziali le aveva già fornite per telefono meno di mezzora prima.

Il detective si strinse un po' di più nell'impermeabile per proteggersi dal gelo della notte, quindi entrò nell'edificio e si avviò per le scale. Un passo alla volta, senza fretta. La rampa era in penombra. Le ombre danzavano dietro ogni angolo.

Non devo avere paura, si disse. Non riuscì a essere convincete.

 

Cavallo in D5

Mangio Regina Nera

Fai la tua mossa!

 

Il detective Domenico Paparozzi si fermò sulla soglia della camera da letto, i denti stretti, i lineamenti del volto tesi.

Romina Santamaria, la Regina Nera, era davanti a lui, ai piedi del letto.

Morta.

Decisamente morta.

L'uomo fece scorrere lo sguardo sul corpo scomposto della donna: dalla testa, poggiata sul bordo del letto, ai piedi, distesi lungo il tappeto cremisi. L'espressione sul volto aveva assunto un'improbabile distesa serenità. Se non fosse stato per lo squarcio slabbrato che le attraversava la gola Paparozzi avrebbe potuto pensare che fosse semplicemente addormentata.

Ma non lo era. Il sonno adesso era solo quello eterno.

Sentì dei passi alle sue spalle e si voltò. Dal corridoio alle sue spalle vide arrivare il medico legale. Antonio Ricciardi lo salutò con un sorriso che mal si addiceva allo stato d'animo del detective.

– Faccia largo, amico. Queste sono cose da uomini di stomaco – annunciò, mollandogli una sonora pacca sulla spalla.

– Ehi – esclamò ancora il dottore vedendo il corpo della donna. – Bella, ma troppo moscia per i miei gusti!

– Faccia presto – lo imbeccò Paparozzi – e non voglio sentire altre battute di cattivo gusto. Mi faccia almeno questa cortesia.

Il dottore alzò le spalle e non rispose. Si chinò sulla donna e aprì a piccola borsa nera che aveva portato con sé. Il detective si voltò per non dover guardare quell'uomo amorale che svolgeva il suo lavoro. Lui non si distingueva certo per essere un modello di vita, ma mal sopportava i sarcastici atteggiamenti dell'altro. E ultimamente lo incontrava fin troppo spesso.

– Morta, sì – disse di nuovo il medico, non resistendo alla tentazione di innervosirlo.

– Fai la tua mossa… – mormorò Paparozzi.

Il dottore piegò la testa di qualche centimetro. – Cosa dice?

Il detective scosse la testa. – Niente di importante. Faccia il suo lavoro. In fretta.

 

Era più di un'ora che l'appuntato Alessandro Ramoni era giunto sul luogo del delitto e cominciava a non sopportare più il freddo gelido che soffiava senza posa. Ma non voleva nemmeno sedersi in macchina. Il suo turno era quasi finito ed era stanco morto. Seduto nel tepore della vettura la stanchezza lo avrebbe di certo vinto.

– Ce la fumiamo? – La voce del suo collega lo fece sobbalzare. Gianni era uscito dalla macchina e l'aveva raggiunto sul marciapiede a fianco del portone. Ramoni lo fissò con sguardo incredulo.

– Ora fumi anche te?

Gianni scosse la testa. – No, ma mi sono stufato di aspettare senza fare niente. Dai, offrimi una sigaretta.

Alla terza boccata il detective Domenico Paparozzi uscì dal portone. I due sottufficiali lo guardarono avanzare fino a loro con la testa china, assorto in pensieri impenetrabili.

– Allora? – chiese il brigadiere Gianni Pierri.

Paparozzi alzò lo sguardo e lo fissò negli occhi vispi dell'altro. Fece spallucce e non disse nulla, quindi si voltò e camminò a passi cadenzati verso la sua macchina.

– Non ti sembra strano? – chiese Ramoni.

– Normale non è mai stato – scherzò l'altro.

– Ma dai, lo sai cosa intendo. Mi sembra diverso dal solito.

– Più preso – azzardò Pierri.

– Già – ammise l'appuntato – hai visto giusto.

– Ma sai che ti dico? – riprese il brigadiere. –Sti cazzi. Andiamo, che è tardi. Voglio andarmene a dormire pure io.

 

Domenico Paparozzi accese la macchina, ma non partì immediatamente. Lasciò il motore acceso per farlo riscaldare e si perse in mille considerazioni.

La Regina Nera non c'è più, pensò.

Mentalmente visualizzò la mossa che aveva fatto prima di uscire di casa, ma aveva la testa confusa e non riusciva a trovare la giusta concentrazione.

Senza concedere altro tempo alle riflessioni, inserì la marcia e pigiò sull'acceleratore. I copertoni stridettero sull'asfalto umido e lanciò la macchina lungo le strade deserte della notte. A quell'ora Civitavecchia era deserta e in quel modo riuscì a sfogare parte della tensione.

Mentre sfrecciava a bordo della sua Punto blu rivide la gola della giovane donna e nelle immagini della sua mente la vide muoversi, alzarsi e andargli incontro, nell'angusto spazio della sua camera da letto. Sempre nella sua mente provò ad allontanarla, a ricacciare quelle immagini nei recessi bui che le avevano partorite. Era tutto inutile. La Regina Nera non c'era più. Morta. Mangiata. Ora il pericolo era più vicino.

Inchiodò e la macchina sbandò violentemente in mezzo alla carreggiata. Tenne il piede premuto sul pedale del freno con tutta la forza che aveva, anche quando la macchina ormai era ferma.

Davanti a lui, a meno di cento metri, un semaforo lampeggiava colorando la foschia tutt'attorno di un surreale alone arancione. Ma il detective stava stringendo forte gli occhi, tanto da farli lacrimare, e la notte intorno a lui era tutto un intrecciarsi di dardi di luce perlacea. L'arancione del semaforo era come il centro di un universo lontano.

– Fai la tua mossa, bastardo – urlò, battendo i palmi delle mani sul volante.

Poi i fari di una macchina che sopraggiungeva alle sue spalle lo scosse e, dosando piano l'acceleratore, ripartì. Riportò la vettura sul lato destro della strada e proseguì con andatura lenta. Con il dorso dell'impermeabile si asciugò gli occhi umidi. Dopo pochi minuti aveva ritrovato tutta la sua lucidità.

– Fai la tua mossa. La Regina è tua, ma non è finita.

 

Impietrito si fermò davanti alla porta del suo appartamento. Per un istante temette che il nervosismo potesse tornare a sopraffarlo, ma riuscì a controllarlo con lunghi respiri.

Il coltello, puntellato sul legno scuro della sua porta, teneva fermo il solito foglietto.

Quando il detective allungò una mano per togliere il coltello, si sorprese a tremare. Fermò il suo tremore sull'impugnatura dell'arma e tirò via. Il foglio cadde a terra. Lui rimase a fissarlo per alcuni secondi. Cadendo aveva volteggiato e ora era adagiato volgendo al pavimento la parte scritta.

Paparozzi si inchinò e lo raccolse. Non voleva leggere. Non ce la faceva ancora. Lo strinse forte in pugno e lo infilò nella tasca dell'impermeabile.

Ascoltò per alcuni secondi i rumori ovattati che giungevano dalla rampa di scale. Qualcuno stava salendo dai garage. Si affrettò a prendere le chiavi e aprì la porta. Entrò nel suo appartamento senza accendere la luce. A passi lunghi andò verso l'angolo opposto del salotto e si fermò.

La luce dei lampioni filtrava attraverso le imposte leggermente aperte della finestra. Fissò la scacchiera di fronte a lui, ripercorrendo mentalmente la logica della sua ultima mossa.

L'altro aveva mosso il cavallo in D5. E la Regina Nera era andata. Gettò uno sguardo sul foglio bianco fissato al muro con una puntina. I pochi raggi che penetravano riuscivano a rendere leggibile alcune parole. Scorse la lista fino a trovare la Regina Nera. Accanto al nome del pezzo, a caratteri eleganti e spigolosi, un nome: Romina Santamaria. Cavallo in D5. Mangio la Regina Nera. Romina era morta.

Lo sguardo cadde di nuovo sulla scacchiera, tagliata in diagonale dalle schegge di luce che sfuggivano alle tapparelle socchiuse.

Lui aveva mosso prima di uscire. Alfiere in E3. Una mossa difensiva. Una mossa affrettata. Una mossa di chi sta morendo di paura. Una mossa di chi sta morendo e basta. Stupida. Una mossa davvero stupida.

Con la mano tornò a rovistare nella tasca dell'impermeabile. Tirò fuori il foglietto accartocciato e lo aprì con movimenti lenti.

Guardando la scacchiera poteva intuire la mossa senza leggere. Il passo in diagonale del suo alfiere nero lo aveva tradito. Ma dopotutto a scacchi chi fa la prima mossa è sempre avvantaggiato. Il bianco muove sempre per primo. Un assassino, pure.

Abbassò lo sguardo sul foglio:

 

Torre in B4.

Scacco al Re.

Scacco Matto!

 

– Maledizione – sussurrò. Non dovette consultare la lista per sapere che nome c'era scritto al fianco del Re Nero. Resistette alla tentazione di allungare la mano verso la pistola. Non avrebbe fatto in tempo. Sentì un brivido gelido lungo la schiena. Era giunto il momento.

Scacco Matto… Il Re Nero stava per morire.

 

 
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