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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Un'attrice nata di Cesarina Bo 04/07/2006
 

Un'attrice nata

 

 

Sono nata per stare sul palcoscenico: così non mi era parso vero o, meglio, mi era sembrato un giustissimo segno del destino scoprire che nel mio quartiere sarebbe sorta una filodrammatica amatoriale. I manifesti appesi ai vari lampioni invitavano gli aspiranti attori a presentarsi in via Papacino n.8, alle ore 21 del 21 febbraio per la nascita di una nuova compagnia teatrale; l'ideatore-regista prometteva la messa in scena di una rappresentazione che avrebbe –testuali parole- rivoluzionato il modo di fare teatro.

 

Mi ero presentata, puntuale, alla prima riunione. Il luogo di ritrovo era uno scantinato umido e polveroso; una quindicina di seggiole di ogni foggia e provenienza addossate ai muri dal colore incerto; là dove mancava l'intonaco era cresciuta una muffa azzurrina, creando sulle pareti una sorta di disegno astratto, iridescente sotto la luce dell'unico, sbilenco neon.

Avevo guardato i miei compagni di avventura: non conoscevo nessuno, ma, dopo una rapida occhiata, mi ero detta che non avrei avuto nulla da temere da quella gente.

Una donna, evidentemente casalinga e timida, tre ragazzine con la pancia scoperta che continuavano a confabulare tra loro e a ridacchiare, un giovane pieno di piercing  dall'aria sognante, un vecchio (mi chiesi perplessa che cosa si aspettasse ancora dalla vita, alla sua età) e altri che non sapevano assolutamente di nulla. In attesa del regista  avevano iniziato a chiacchierare: io mi ero limitata a stare a sentirli non avendo nulla da spartire con simili persone. Era evidentissimo che di teatro non se ne intendevano per nulla!

Questo aveva rafforzato in me la convinzione che il regista, non appena si fosse fatto un'idea del tipo di gente da cui era circondato, non avrebbe esitato a rivolgersi a me, come unica persona degna tra tanta pochezza.

 

Conosco a memoria la parte di Isotta, quella di Giulietta , anche se, confesso, mi trovo d'incanto nelle vesti della Bovary, inquieta, frustrata e insoddisfatta. Quando recito davanti allo specchio una qualsiasi di queste parti non c'è volta in cui non mi commuova. Ma, soprattutto, recito nella vita. Sempre. Quando vado dal medico do il meglio di me stessa: entro con passo incerto, mi lascio cadere sulla sedia come fossi priva di forze, emetto un lungo sospiro e, dopo un attimo di drammatico silenzio, esclamo con un filo di voce: “Credo di stare per morire, dottore…”  La prima volta il medico si era alzato di scatto da dietro la scrivania, e in un attimo me lo ero trovato addosso, tanto ero stata convincente. Ora si limita a sollevare gli occhi dal ricettario e a chiedermi: “La solita acidità di stomaco?”. Insomma, non mi vuol dare soddisfazione, ma, ne sono certa, si trattiene solo per una questione di etica professionale. Un'altra parte che mi viene bene è quella della smemorata: la recito sovente per strada facendo credere di non ricordare più chi sono e dove abito. Recito in modo così realistico che non sono rare le volte in cui più persone si fermano attorno a me, incuriosite e pronte ad aiutarmi.

Certo che in tutto questo recitare mi manca l'applauso finale, ciò per cui vive un vero attore. Ora, finalmente, avevo la possibilità di salire su un vero palcoscenico e di ricevere i meritati applausi.

 

Il regista mi era sembrato persona a modo. Si era presentato e aveva descritto il suo progetto, accarezzandosi continuamente la barba: voleva mettere in scena uno spettacolo alternativo il cui copione sarebbe nato da noi. Ci aveva spiegato che avrebbe proposto delle situazioni, dei giochi di improvvisazione e, in base alle nostre risposte, avrebbe scritto una sceneggiatura con l'aiuto della sua assistente, una ragazza occhialuta che, fino a quel momento, era stata in disparte.

A dire il vero c'ero rimasta un po' male perché avevo sperato in qualcosa di più classico dove, senza problemi, avrei ottenuto la parte della protagonista, ma di fronte all'entusiasmo dei miei compagni non mi era restato altro che fare buon viso a cattivo gioco. Il regista sembrava deciso: d'altra parte era lui che comandava.

Aveva fissato un calendario per gli incontri, raccomandandoci la massima puntualità, poi ci aveva detto:

“Avete tre minuti a testa per dire perché siete qui”.

A me la domanda era sembrata stupida e così pure le risposte: per divertirsi, per vincere la timidezza, per fare un'esperienza diversa…

Quando era toccato a me avevo affermato, senza alcuna esitazione, che ero lì per recitare, perché ero un'attrice nata e perché solo un destino avverso mi aveva negato la possibilità di una fulgida carriera. Sì, avevo detto proprio “fulgida carriera” e, a quell'espressione, tutti mi avevano guardato stupefatti, a partire dal regista. Ero soddisfatta di me stessa per aver subito messo in chiaro la situazione. A dire il vero ero arrossita un po', ma la cipria e il fard mi avevano salvato: ne facevo uso in gran quantità, come le attrici vere. Inoltre il trucco mi donava e mascherava bene le rughe: erano pur rughe di espressione, ma mi invecchiavano ugualmente.

Avevo partecipato a tutte le riunioni, cercando di dare il meglio di me. Non era stata cosa facile, perché il regista non perdeva occasione per interrompermi:

“No! No! Così non va: non devi recitare! Devi essere te stessa!”

Come fosse facile. Erano dieci anni, ormai, che recitavo. La prima volta era stata una rappresentazione fatta in onore di mio marito, anzi del mio ex-marito.

 

Ricordo come fosse ora. Era un sabato pomeriggio ed avevo appena terminato le faccende domestiche. Mio marito si era avvicinato, dicendomi che mi doveva parlare. Era partito da molto lontano, aveva fatto inverosimili giri di parole, ma, finalmente, era giunto al punto: dopo vent'anni di matrimonio, si era innamorato di una sua collega e aveva deciso di lasciarmi, pur assicurandomi che sarebbe rimasto amico, che avrei potuto contare su di lui, eccetera, eccetera. Insomma: le solite storie di chi vuole, in ogni caso, mettersi la coscienza a posto.

Ero stata superba, in quell'occasione; avevo dominato la gran rabbia, le lacrime, il dolore: era chiaro che lui si aspettava da me una reazione di quel genere.

Invece l'avevo guardato fisso negli occhi e gli avevo detto: “Ne sono felice, caro. Anch'io desideravo un po' di libertà: non te l'avevo mai detto solo per non ferirti”. Mi aveva guardato incredulo, ma io avevo sostenuto il suo sguardo. Poi con voce gioviale avevo aggiunto: “Su, su… non fare quella faccia: non è mica la fine del mondo!” Quasi avevo dovuto sospingerlo fuori casa; quella parte mi era costata non poca fatica e avvertivo l'urgente bisogno di stare sola. Avevo trascorso la notte a piangere e a ridere, come un'isterica. Piangevo per l'abbandono improvviso, per il senso di vuoto che mi aveva assalito non appena mio marito era uscito dalla porta; ridevo nel rivedere l'espressione incredula e buffa che si era dipinta sul suo volto alla mia reazione. Così mi ero messa davanti allo specchio del bagno e avevo provato e riprovato a voce alta a ripetere la frase: “Su, su… non fare quella faccia: non è mica la fine del mondo!” Cambiavo tonalità, mimica, espressione; poi avevo imitato pure lui con la sua aria confusa e la voce incerta. Alla fine avevo messo in scena, per mio uso e consumo, un duetto eccellente: era l'alba quando mi ero coricata, afona e intontita.

 

Quella sera, alla riunione, tirava aria particolare: avremmo avuto il copione e sarebbero state assegnate le parti. Curiosità ed eccitazione serpeggiavano tra tutti. Il regista arrivò puntuale, seguito dall'assistente occhialuta e silenziosa. Estrasse dalla cartella dei fogli e ce li distribuì, spiegandoci che quello era il copione definitivo su cui avremmo, d'ora in avanti, lavorato. Si mise a leggerlo a voce alta, sovente interrompendosi per descrivere le scene, i movimenti, le parti da recitare in coro.

 “Quel che conta è il movimento: il lavoro deve risultare agile e veloce. Ad esempio, a questo punto, dopo l'introduzione, entrerete di corsa, vi fermerete in mezzo al palco, direte la vostra parte, poi vi allontanerete lasciando il posto  al compagno. Ma, soprattutto, punteremo alla coralità. Chiaro?”

I miei compagni annuivano, ridevano soddisfatti alle battute ed erano elettrizzati per le parti avute. Io stavo in silenzio e rimuginavo: strutturato in quel modo non c'era per me la possibilità d'essere protagonista e trovavo la cosa assurda. Poi, a parte i cori, dovevo dire un'unica battuta! Io! Io che non facevo altro che recitare! Io che ero la migliore! Io avrei dovuto dire: “VADO A DAR DA BERE AI MUGHETTI”, e niente altro! Io!

No, era cosa inammissibile. Mi alzai senza dire una parola, indossai il cappotto e il cappello e, dopo aver posato il copione sulla sedia, mi avviai lentamente verso l'uscita.

“Dove vai?” mi chiese un compagno di corso mentre stavo per aprire la porta.

A quel punto mi girai, tenendo la mano sulla maniglia, feci scorrere il mio sguardo su tutti i presenti, poi risposi con voce melodrammatica:

“Vado a dar da bere ai mughetti”.

Ed uscii di scena, così come si conviene ad una grande attrice. Come sono io.

 

 

 

 

 

 

 
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