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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Foglio bianco caratteri neri di Leonardo Colombi 09/07/2006
 

FOGLIO BIANCO CARATTERI NERI

 

 

 

Introduzione

 

L'idea di questo racconto è del 7 marzo 2004. L'idea nasce dalla constatazione del potere racchiuso nelle mani di uno scrittore: il potere di creare un mondo e il potere di distruggerlo. L'idea è quindi di descrivere la cancellazione di un'opera dal punto di vista di chi è cancellato. Un po' come accadeva con il Nulla nella Storia Infinita di M. Ende, anche se credo di aver accarezzato l'idea alla base di questo racconto leggendo un episodio di Rat Man (un fumetto davvero particolare che io apprezzo molto) in cui un disegnatore di fumetti riusciva a dare vita alle proprie creazioni, un episodio parodia di quello di un telefilm molto famoso quale X-Files.

 

 

 

 

 

“Su quel foglio bianco

la sua mano era DIO:

ogni mondo, ogni singola creatura

dipendeva dal suo volere.

Nelle sue mani

Il potere della creazione

e il potere della distruzione”

 

 

 

Era una giornata come tante altre. Noiosa.

Ero uscito a fare due passi: a casa non avevo nient'altro da fare.

Bighellonavo in centro, senza meta, senza fretta.

Osservavo.

Osservavo le giovani coppie.

Osservavo le vetrine dei negozi.

Osservavo la gente passare, le auto e il traffico di questa città.

Era una tiepida giornata d'autunno.

I pochi alberi che sopravvivevano qua e là sui marciapiedi avevano quasi del tutto perso le loro foglie.

Saranno state le cinque del pomeriggio, credo.

Mi fermai ad un incrocio, indeciso sulla direzione da prendere. Mi appoggiai al semaforo pedonale, uno di quei semafori che segnala quando si può o meno attraversare la strada – stupida macchina: pensi di stabilire le mie azioni? – e, pigro, mi accesi una sigaretta.

Con calma la portai alla bocca e la accesi.

Aspirai.

Fu allora che, guardando in lontananza, lo vidi per la prima volta. E non provai nulla: sgomento, curiosità, ansia…nulla.

Vidi il grattacielo deformarsi. Non stava crollando o sprofondando: si sarebbe sollevato un gran polverone e il rumore della sua distruzione avrebbe attirato l'attenzione di tutti.

No, semplicemente stava contorcendosi e scomparendo.

Quello fu l'inizio.

Rimasi ad osservare come affascinato. Intanto fumavo e, pigro, mi guardavo attorno, scrutando gli altri, i loro volti e i loro occhi.

Anche qualcun altro dei miei simili si era reso conto del fenomeno.

Un tizio, il primo della fila al semaforo, era rimasto imbambolato a fissare il vuoto lasciato dal grattacielo e si era dimenticato di partire: dalla colonna di auto dietro di lui, con ostile sincronismo, iniziò la cacofonia dei clacson.

Per un attimo credei di essermi sbagliato, di non aver visto nessun grattacielo sparire.

Mi sbagliavo.

Lentamente anche i palazzi adiacenti al vuoto lasciato dal grattacielo iniziarono a contorcersi, allungandosi verso l'alto per poi divenire eterei e svanire.

Ma questa volta il tutto fu molto più rapido.

Mentre continuavo ad osservare iniziai ad indietreggiare: tutto l'isolato stava iniziando a tremolare e a svanire.

Molte persone iniziarono a puntare il dito in direzione del fenomeno. Alcuni non ci fecero caso per nulla, continuando il loro tragitto.

Continuando a fumare iniziai a camminare, allontanandomi veloce da quel luogo.

Ben presto fu il caos: tutto iniziava a svanire, a sgretolarsi.

Le auto iniziarono a cozzare le une contro le altre mentre la gente, in preda al panico, urlava come impazzita cercando di allontanarsi da quella diavoleria.

L'intero isolato stava scomparendo senza lasciare traccia.

Ma non solo.

Il cielo, il cielo era come privo di colore, come se l'azzurro iniziasse a scolorire.

Rimase solo il bianco mentre tutto svaniva.

La strada, le case, le auto, i negozi.

E poi le persone.

La folla cercava scampo correndo lontano, nella direzione opposta a quella specie di cancro che si stava portando via tutto.

Iniziai a correre.

Mi sforzavo di rimanere lucido ma la paura iniziava a prendere il sopravvento.

Tutto ciò che mi stava alle spalle pian piano svaniva.

Anche il suono: il mondo si fece ovattato.

E allora corsi, corsi disperato chiudendo gli occhi, senza curarmi della meta.

Sentivo la presenza di altre persone alle mie spalle.

Furono i colori che successivamente scomparvero, lasciando tutto nell'indefinitezza che precede la creazione.

Un giovane cercò di superarmi, disperato, sulla destra.

Chiusi gli occhi per un istante appena, quando una goccia di sudore mi raggiunse l'occhio. Riaprii gli occhi quasi subito, in tempo per vedere il suo braccio venire come inghiottito dal nulla. Di lui non rimase traccia.

Nemmeno un'ombra.

Nemmeno una molecola o un urlo.

Nemmeno una goccia di sangue.

Nulla.

Solo il vuoto.

Solo il bianco cancro che tutto divorava.

Dietro di me, tutto era ormai bianco: totalmente vuoto.

Io correvo, disperato, col respiro affannoso, incapace di comprendere, pensavo solo a mettermi in salvo.

 

Nel mio disperato bisogno di dimostrarmi reale correvo e piangevo e disperavo.

Poi mi prese, come una morsa di gelo.

Mi prese la gamba destra, mentre ancora stavo correndo.

Caddi a terra.

Nemmeno una goccia di sangue.

Poi non ebbi più scampo: quella forza invisibile aveva cominciato a distruggermi.

Anche senza gambe cercai di divincolarmi al mio destino, cercai di trascinarmi.

Inutile: anche il mondo che mi stava dinnanzi stava svanendo.

Ovunque il bianco inghiottiva tutto quanto.

In un breve istante di me non rimase traccia alcuna: una repentina sensazione di freddo e di vuoto e poi il nulla.

 

Rimase solo il foglio bianco.

La premessa di una nuova creazione.

La penna, nera, sospesa, attendeva la decisione del padrone.

 

 

[Il padrone del mio mondo aveva deciso di azzerare e di ricominciare, aveva dato inizio alla cancellazione del racconto in cui vivevo, la cancellazione del mio mondo, la cancellazione della storia.

Il suo potere era ed è totale: la creazione e la distruzione.

Ma questo al tempo lo ignoravo.

Credevo di essere una persona reale.

Mi sbagliavo.

Ero solo frutto di una sua idea.

Ora, conosco la verità.

Ora, che sono tornato alla sorgente.

Ora, sono in attesa di una nuova collocazione, di un mondo nuovo, un racconto a caratteri neri in cui abitare.]

 

 

 
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