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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Simphonia di Laila Cresta 15/07/2006
 

Se questa fosse una partitura musicale, essa nascerebbe da 'unica matrice molto semplice, in C: i 4/4 nati dal battito cardiaco, dal dondolio della culla, dalla ninna nanna, e poi dall'ossessivo cullarsi delle creature intrappolate dal tempo. Tale matrice comune genererebbe un certo numero di temi musicali e, da questi, si svilupperebbero melodie composte secondo tecniche e stili diversissimi fra loro,  figli di varie epoche, dalle ballate medievali ai più recenti tipi di metal.

Se questa dunque fosse una partitura musicale, si aprirebbe con un'orchestra d'archi, per introdurre una sinfonia di tono sereno e rasserenante, largo e arioso, una vallata vista da un alto costone di monte. Il panorama è vastissimo, e vallatelle boscose, frasi musicali in allegretto espresse da piccoli fiati, si alternano ad altre densamente abitate in un molto allegro dell'intera orchestra. Entrambi i tipi di frasi sono preceduti da piccoli trilli impertinenti, rilievi rosati che infiorettano il brano apparentemente a caso.

In questo momento in cui il soggetto tace guardandosi in giro, nello sfondo del brano si distingue appena un flauto che mormora qualcosa di estatico che fa da sottofondo alla melodia principale. E il suono del flauto conquista gradatamente udibilità, finché gli altri strumenti ne sono quasi sommersi, spinti sullo sfondo senza riguardi. In compenso (ma quando?) ha cominciato a farsi sempre più invasiva la voce di un'arpa dal suono liquido e frusciante e dissetante, come quello di una fonte, come quello della gonna della ragazza che si avvicina al ragazzo e alla balaustra.

- Giuli….Hai finito il libro? – le mormora lui- Guarda. –

Lei si affaccia e sorride, mentre il movimento della sua testa prepotentemente ricciuta pare disegnare l'arco dell'orizzonte, e lei cerca di assorbire ogni particolare, e tace in ascolto. Lui non lo sa, non sa che la musica che sente lei non è quella che sente lui, e che in essa ogni suono, ogni colore è più brillante e come sottolineato, mentre un timpano ossessivo batte nell'orecchio del ragazzo.

Lei sbadiglia e lo guarda:

- Steva, sta rinfrescando. Torniamo.

- Dai, Giuli! Sei coperta. Se vuoi ti do la mia giacca. Voglio vedere la valle sparire, e riempirsi di stelle.

Lei si appoggia a lui, e i due ragazzi si lasciano avvolgere dal silenzio. Attorno a loro il cielo si colora del rosso del sole calante, e gli ottoni acquistano preponderanza, mentre i monti si fondono coi boschi e col cielo in un unico buio. La musica che accompagna Giuli però, ha un ritmo più accentuato, brioso, e il buio è un orco ingordo ma gentile che ogni sera divora tutto meno lei e ciò che lei tocca, esagerando tanto con la sua abbuffata cosmica da non riuscire a trattenere tutto quel cibo che per qualche ora. Quante ore insonni, da bambina, prima di capire di essere al sicuro almeno da quell'orco. 

Il ritmo di Steva invece è quello di una lontana ninna nanna, mentre la notte è una madre sollecita che ricopre i suoi figli con una coperta di velluto punteggiata d'oro e d'argento.

Adesso, la vallata è completamente scomparsa. Attorno e sotto di loro, i due ragazzi sentono un enorme vuoto come da una lastra di pietra del Valhalla o da un tappeto da “Mille e una Notte”, e se ne stanno così, sospesi nell'aria, su quel buio qua e là  punteggiato da grappoli di note argentine, galassie di stelle che solo il loro colore più dorato fa riconoscere come luci terrene che si spacciano per celesti.

- Che bugiarde! -, commenta affettuosamente Giuli, in un pianissimo nel quale si sentono fremere il riso e la simpatia che prova per quella presenza umana che rende la Terra simile al Cielo.

Steva la guarda e non capisce, accenna un sorriso, ma lei che non lo nota non aggiunge altro, e il ragazzo si volge nuovamente a guardare i gioielli scintillanti che punteggiano la coperta notturna, d'argento i più lontani, d'oro quelli sotto di loro.

Mentre camminano lungo la strada del ritorno verso il paesino sorto sul piccolo altopiano che è come un grande gradino sul fianco della montagna rosata nel tramonto, la melodia dell'intera orchestra li avvolge piano, e il passo tranquillo con cui ambedue si muovono è certo il sottofondo ritmico  dello xilofono, per quanto loro tacciano e cerchino di muoversi senza rumore, intenti ad ascoltare il coro di insetti notturni che la melodia accompagna.

In un modo o in un altro, la notte ha sempre reso il loro ritmo di base lo stesso per tutti e due, almeno finché i due ragazzi non sono scivolati in un sonno che per Giuli è ricco di sogni colorati e di avvenimenti improbabili, mentre per Steva è quasi sempre nero e solo a volte, per raccontargli delle fiabe, è in bianco e nero, in consolanti sogni di desiderio che lo fanno simile ad un bambino.

Ecco: il mattino già filtra leggero attraverso le tende di pizzo bianco col suono arcano della siringa di Pan, disegnando arabeschi come un miraggio sul muro di fronte alla finestra, attardandosi a carezzare Steva e a  fare il solletico a Giuli, i cui occhi subito brillanti si appuntano su quelli ancora velati del ragazzo, fermo, silenzioso, strettamente avvolto come un pupo nelle fasce dalla ragnatela della notte. Il ritmo del suo cuore, ancora calmo e lento, si va sempre più vivacizzando, con un certo sforzo di volontà, per affiancarsi a quello chiaro e allegro delle risatine della ragazza. Al suono di una antica melodia di siringa, il giovane satiro insegue per gioco la ninfa che vuole solo farsi catturare per far la doccia insieme, tutti e due avviluppati dal velo setoso dell'acqua, che scorre liberandoli del calore eccessivo dell'amore nell'attimo stesso in cui questo si forma.

Giuli e Steva sono scesi al self-service dell'albergo per la colazione, fermandosi un attimo sulla porta quasi a cercare il coraggio di gettarsi nella mischia. Tutti arraffano quanto più possono di pane fresco cosparso di burro, di marmellata o di miele di montagna, e riempiono più volte le loro tazze di latte o di the come fosse il primo pasto dopo un tempo lunghissimo, e sembrano cuccioli affamati raccolti attorno ad una grande ciotola, mentre divorano il cibo tenendo d'occhio i vicini per ingollare porzioni più grosse. Pare quasi di udire, tra il gran vociare, piccoli ringhi soffocati, come se un violinista troppo giovane ed emozionato prendesse ogni tanto una piccola nota falsa in questa melodia quasi guerresca.

Con l'intervento breve di un trombone le cui note possenti paiono per un attimo soverchiare il suono liquido dell'arpa, facendo assumere allo strumento un ruolo da solista che nella sinfonia non gli compete, una signora strappa l'ultimo panino dalle mani di Giuli, guardandola poi con occhi oltraggiati. Di fronte a una persona anziana la ragazza non protesta, ma i suoni liquidi, a cascatella di fonte, emessi dallo strumento a corde, paiono imitare, irridendola, la frase musicale che il grosso fiato ha appena suonato con la sua voce roboante.

La ragazza torna al tavolo, sedendosi a mangiare quasi divertita, ma l'episodio ha rannuvolato il ragazzo. Ai suoni concitati e un po' petulanti del flauto, rispondono le note serene dell'arpa, in un largo assolo che sa di giovinezza, di salute, di spazi e tempi sconfinati, mentre tutta l'orchestra tace per ascoltare. Il breve brano s'inserisce nella sinfonia come una pietra preziosa nel suo castone, ma il suono del flauto prosegue con un irritato assolo che non è una risposta ma solo il proseguimento di un monologo, pietra colorata nel medesimo castone.

- Scendiamo fino a valle e arriviamo fino a… come si chiama? Fino al lago, insomma.- propone allora lei per distrarlo, e il suo sguardo azzurro pare disegnare nell'aria il famoso lago che si confonde con le nubi insieme alla montagna ai cui piedi giace: un dono da Fata Morgana che riporta il sorriso sul viso del ragazzo, mentre il motivo della melodia si fa spensierato arricchendosi della rombante e prepotente eco del rumore della moto che Stefano adora, e che sa in paziente e fedele attesa nel buio ben riparata dall'indiscrezione e dalla maleducazione altrui dal proprio burka impermeabile.

Arrivati al garage, il ragazzo si erge sulla persona e scopre la moto con un largo gesto pieno di amoroso orgoglio. La rimira un attimo, ne carezza il profilo aggressivo, ne controlla l'olio e il carburante parlando (parlandole) a bassa voce. Finalmente, apre il bauletto posteriore traendone un casco per la ragazza ed uno per sé, e lo indossa e lo allaccia coi gesti lenti e dignitosi che immagina siano stati quelli di un cavaliere intento ad indossare l'elmo prima di cavalcare il proprio destriero. La tuta da motociclista che è la sua armatura lo fa evidentemente sentire un Cavaliere Nero che sia riuscito a rapire Bradamante, il cui sguardo ammirato sente dietro le spalle.

Ormai, anche Giuli ha indossato e allacciato il casco, ed è contenta che sia integrale anche perché sente i propri occhi come mascherati, liberi di esprimere il divertimento un po'intenerito un po' esasperato che prova di fronte a quel giovane galletto impettito che cammina facendo pompa di sé, e tratta un'utilissima macchina come un'amante. La ragazza soffoca una risatina in un colpo di tosse.

La moto di Steva scende lungo i ripidi e stretti tornanti ad una velocità che l'imporsi di Giuli ha da tempo reso ragionevole. Non è solo meno pericolosa, ma anche meno fastidiosa di quella che era stata abituale a Steva: in questo modo, il rumore del motore è un po' più discreto e la ragazza può sentirlo come un fondo di tamburi di due o tre dimensioni che intensificano provvisoriamente il ritmo della sinfonia. Per il ragazzo invece, quel suono è sempre preponderante, un assolo affascinante che fa tacere ogni altro strumento.

Una volta a valle, Steva ferma la moto in un posteggio a pagamento, la controlla di nuovo, si toglie il casco con un ampio gesto elegante, resistendo all'impulso di inchinarsi a Giuli per paura che lei non capisca che è solo un gioco (lo è, no?), poi depone i due caschi nella loro custodia. Mentre Giuli scuote i capelli e li ravvia con le dita, Steva ricopre la moto col burka che ha tirato fuori da un bauletto laterale e cerca il guardiano, per raccomandargli con una mancia l'incolumità del suo gioiello.

I due ragazzi si sono avviati verso la seggiovia, mentre il fantasma del suono della moto svanisce dalla mente di Steva, sostituito dal coro sommesso degli abeti nel vento, accompagnato dai cigolii irridenti  da metallofono dei seggiolini che si muovono tutto il giorno su sé stessi, senza mai andare da nessuna parte.

Steva ha scelto un seggiolino doppio, per avere posto per il sacco, e si è avviato precedendo Giuli che adesso si sbraccia enfaticamente, come salutandone la partenza per un tempo lunghissimo, mimando gli addii coi gesti esagerati di un film muto, affettando una disperazione da abbandono che scompare di colpo non appena anche lei si trova a ciondolare nell'aria un po' dopo di lui. Allora la musica melodrammatica si trasforma in qualcosa di allegro e giocoso, mentre Giuli ride e manda all'amico un bacio in punta di dita. Steva ha ricambiato il bacio a fior di labbra, un po' seccato e vergognoso per la “sceneggiata” di Giuli (che scriteriata, quella, a volte), e ora si affretta a guardare davanti a sé il pendio che sale facendo sembrare appena un po' alti quei seggiolini che paiono così instabili. In quella salita che non mostra altro che abeti, Giuli invece ha chiuso gli occhi, come per cercare di cogliere il senso delle parole che gli alberi mormorano cantando nel vento, anche se è certa che esse non siano per gli uomini, ma per gli alberi stessi o per i loro figli, i semi che volano sugli Alisei....

Il suono di metallofono impazzito che è aumentato di volume sovrapponendosi al canto degli alberi, ha preparato Giuli allo “sbarco”, e la ragazza accetta la mano che Steva le porge, sbrigandosi poi a levarsi dalla strada dei seggiolini.

I due ragazzi si allontanano di buon passo dal vociare dei turisti e dalla malga trasformata in osteria-tavola calda, il cui antichissimo canto pastorale ha assunto ritmi più moderni che sembrano attirare la gente come gli insetti la carta moschicida. Quella sinfonia che, protagonisti i fiati, si spande nell'aria in un allegro gradevole ma dal volume troppo alto e, ahimè, non regolabile, spinge Giuli a seguire Steva che vuole invece sfuggire a un suono cacofonico che sembra avvolgerli da ogni parte.

E finalmente sono lontani, in una rilassante melodia per fiati suonati dal vento in un andante che si fa con brio quando include anche il suono liquido e saltellante dell'arpa, e da una fonte zampilla l'acqua freschissima che si rompe sui gradini di roccia in mille goccioline.

Un potente e inatteso assolo per tromba riempie l'aria, mentre un vento potente s'ingolfa in una profonda spaccatura del monte. I due ragazzi proseguono verso una piccola radura fra le eriche, fermandosi a guardare non solamente ogni genziana, ogni negrittella, ogni stella alpina che hanno visto spuntare fra l'erba come una piccola variazione di colore nella melodia principale, ma anche ogni picco nel quale si potessero individuare forme fantasiose come in una nube.

Ormai alla meta, Steva allarga il plaid che ha tolto dalla sacca e vi si stende di fianco alla ragazza osservando con lei per un poco, affascinati entrambi, il farsi e il disfarsi delle nubi che sembra siano le loro uniche compagne, l'intervento sommesso di un coro a bocca chiusa. Poi scompare ogni cosa e il campo visivo dell'uno arriva a comprendere solo l'altro, mentre fanno l'amore con una calma e una lentezza in cui si lasciano crogiolare fin quasi al culmine del crescendo di quella melodia per due.

Steva si tira su a sedere, un po' mollemente, stirandosi. Il suo viso solenne e come ispirato, insieme al tono di una comunicazione rivolta, pare, al mondo intero, promettono la rivelazione di un segreto arcano e centrale nel mistero della vita:

- Ho fame – annuncia lui con profonda serietà. La ragazza sbuffa e chiude un attimo gli occhi, poi lo guarda rizzandosi sui gomiti:

- Ma, grande tesoro mio, - dice in tono lievemente irritato- ti sei fatto dare il pranzo al sacco per tutti e due, non è vero?

- Ma sì! Però…

- … però vuoi che ci pensi io, a servirti, eh?

- Non è questione – protesta lui, cocciuto – Io in fondo sono stanco, mia Urì! Non vorrai mica rifiutarti di essere il mio riposo del guerriero, eh?

Lei gli molla uno scappellotto non del tutto scherzoso e si alza. Ha disposto sull'erba la tovaglia di tessuto- non tessuto, ha scaricato il sacco del cibo che conteneva. Ora è in piedi e i suoi occhi brillano di malizia, mentre lei ha preso ad ancheggiare, abbozzando una danza del ventre che, per quanto maldestra, trasforma il movimento delle sue anche in qualcos'altro, qualcosa più intimo e malizioso. Lui la tira giù:

- Piantala, altrimenti… ma ho davvero troppa fame, adesso!

Steva e Giuli mangiano, e fanno ancora l'amore, e poi passeggiano, e poi fanno merenda, e infine si fermano di nuovo, mentre la giornata attorno a loro si fa sempre più scura e ventilata.

La discesa è diversa dalla salita. Dopo aver fatto passare qualche seggiolino vuoto, Giuli sale per prima, mentre il ragazzo la segue cercando di fissare la propria attenzione sulla schiena di lei e sulla bandiera rossa prepotente e arricciata che le incornicia il viso: soffre di vertigini, lui, non tanto, ecco, solo un poco.

Dalla cima dell'impianto, si vede un panorama da cartolina tanto noto da stupirsi della sua reale bellezza. La lunga strada segnata fra gli alberi dai cavi della seggiovia sembra finire in un lago che pare si sia appena inventato quella particolare sfumatura di blu detta “turchino”, e che scintilla ancora sotto un sole già assonnato. In quei brevi momenti, Giuli si sente la fortunata padrona di quel mondo in miniatura, di quel paesaggio alla Corot, e vorrebbe continuare a librarsi come un uccello, come un gabbiano dalle ali ferme nella corrente d'aria ascensionale. Invece, mentre il seggiolino scende rapido, i particolari al centro si dilatano velocemente, respingendo tutto il resto fuori dal campo visivo. Scesa a terra, Giuli adesso è ferma a guardare il lago, per risparmiare a Steva l'umiliazione di mostrarle la propria paura, mentre aiutato dall'addetto il ragazzo scende.

I due ragazzi mangiano una pizza con le mani, impiastricciandosi il viso e ridendo l'uno dell'altra. Si sono seduti vicino alla moto, ma non prima che Steva l'abbia scoperta e amorosamente controllata in un assolo di ninna nanna.

Infine, i due infilano caschi e giubbotti ,per il ritorno nel fresco che nonostante tutto, in piena estate, si fa già sentire. Ogni tanto, e non se ne sono ancora resi conto, la musica personale da cui si sentono avvolti è marcata dai rintocchi pesanti e cupi, sempre meno numerosi, di una campana collegata a chissà quale orologio nascosto.

Steva si allontana un attimo e una ragazza si ferma accanto a Giuli, guardandolo camminare.

-         Bello –  mormora con invidia dolente e rassegnata – È tuo?

Giuli tace un attimo, prima di rispondere, guardando l'altra perplessa.

-         Io… non lo so. Spero di no. – conclude poi ad un tratto, con un tono stupito e come interrogativo. L'altra la guardata con un'espressione consapevole, da donna a donna:

- Peccato. – dice - Chissà perché è sempre così… O noi o loro. Mah!  Se a uno di voi due dovesse servire una spalla su cui piangere e un orecchio amico, io sto all'Ostello come voi, anche se non mi avete mai notata.

La ragazza si allontana mentre torna Steva:

- Cosa diavolo voleva quella? – brontola accigliato - Gli e l'hai detto che non ci serve nessuno? – Il suono del flauto ha protestato con petulanza e l'arpa risponde con una nota che è come un gemito:

- A te non piace la gente, vero?-

- Non so cosa farmene. Noi stiamo bene da soli. –

- D'accordo, ma è anche bello lasciarsi un poco per poi rivedersi e raccontarsi tante cose, è anche bello dividere con gli amici parte del proprio tempo insieme … -

- Se sei già stufa di me, dillo. –

- Ma no! È solo che… non ha importanza.

Per una volta, a Steva pare quasi di sentire come una nota falsa nella sinfonia che li avvolge. E Giuli, se ne è accorta? La sente anche lei? No, sono tutte sciocchezze, si dice il ragazzo con una spallucciata inquieta. Loro due si capiscono perfettamente. O no?

Mentre la moto romba lungo la salita del ritorno, la melodia si è fatta dolce, nostalgica, come un presagio di fine estate in quella serata già così fresca. D'impulso, Giuli batte leggermente sulla schiena di Steva che si ferma subito a quel segnale convenuto. Del resto, sono a metà strada, alla fontana la cui acqua fredda e liscia e pulita  sembra loro la più dissetante del Trentino. Nel ciangottio dell'acqua risuona il suono dell'arpa così come sempre avrebbe dovuto essere, in un allegretto cantabile che Giuli ha invece perso lungo la strada e che vuole catturare di nuovo. Anche Steva ascolta e rompe il getto con le mani fino a sentirsele intorpidire dal freddo, ridendo a tempo con il mormorio ritmico dell'acqua che scorre nella vasca di pietra.

I due ragazzi arrivano in tempo per la grande abbuffata della cena, un po' più civile di quella della prima colazione perché tutti gli ospiti attendono alla propria tavolata che gli inservienti scodellino nei piatti la minestra fumante.

Il pezzo metal che è nell'aria e nello sbattere dei piatti e delle posate, nelle urla e nelle risate della gente, fa sorridere Giuli per un'inconscia associazione di idee:

- Ti piace il metal, Steva?-

- Il metal?! A me?! Scherzi, vero? Il metal è solo un insieme cacofonico e fastidioso di note a caso, come il rumore che c'è qui adesso. Ma a te non piaceva Lennon?!

- Mi piace la buona musica – mormora Giuli abbassando il capo.

Dopo una breve passeggiata serale sulla quale il rumore del silenzio, interrotto solo da un cupo rintocco di campana, è calato assordante, i due ragazzi rientrano in camera, mentre un brano struggente li spinge l'uno nelle braccia dell'altra senza mai portarli con sé fino alla sazietà, e quindi inutilmente. Ed è, infine, un rotolare ai due estremi del letto, come di due barche che si allontanino in direzioni opposte dopo essersi incontrate in mare aperto in un intermezzo rock duro e aggressivo che ha per la prima volta lasciato segni tangibili sulla purezza della loro pelle e che era stato l'arrembaggio e la tempesta espressi dalla batteria, dalle trombe e dalle chitarre, mentre l'arpa e il flauto avevano taciuto, smarriti a sé stessi.

Stefano vorrebbe recriminare, ma il suo borbottio nasce e muore, indistinto. Ormai, anch'egli ha chiaro ciò che per Giulia era ovvio già da qualche tempo: cioè che non una, ma due erano state le sinfonie che li avevano avvolti e accompagnati, e che questa era la struggente conclusione, in diminuendo, di una melodia che mai come adesso i due ragazzi avevano nettamente percepita come composta di due paralleli e distinti brani, non integrabili l'uno nell'altro-

Eppure, nel loro continuo incontrarsi, quelle due musiche così diverse erano a volte arrivate a sovrapporsi per un semplice caso, dando addirittura l'impressione di completarsi e regalando a Stefano e a Giulia l'effimera illusione di essere una sola sinfonia, per flauto, arpa e orchestra.

 

 

 

 

 
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