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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Correva l'anno... di Antonio Covino 27/07/2006
 

                     Correva l'anno…

 

Il racconto che vado ad incominciare ha dell'incredibile, una vicenda che fu sul punto di spostare indietro la data più importante del corso della storia:12 ottobre 1492; la scoperta dell'America, ma sto precipitando i tempi rischiando di farvi perdere il gusto di una lettura dagli esiti non scontati.

Per prima cosa voglio presentarmi: Antonio Allocca, sessantenne, vedovo in pensione, padre di Mauro figlio unico, ricercatore dell'università di Cambridge, studioso di storia medioevale.

Mauro è l'unico affetto che mi rimane e anche se non è mai con me lo sento spesso al telefono ed è sempre nella mia mente. Sono orgoglioso di lui, per la sua carriera e per l'affetto che mi dimostra: nonostante la distanza che ci separa so che anch'io, costantemente, sono nei suoi pensieri. L'ultima volta che ci siamo visti è stata in occasione dello sfratto; mi spiego meglio.

Dopo tanti anni vissuti in città, a Napoli, ho deciso di trascorrere la mia vecchiaia ad Agropoli, nel Cilento, in una casa in collina dalla quale posso vedere anche il mare. E' la casa dove trascorrevamo le vacanze estive, acquistata con qualche sacrificio negli anni settanta quando i prezzi erano ancora accessibili. Più che una casa è un casolare di campagna, suddiviso in due piani e una soffitta, con un giardino di mille metri quadri recintato da uno steccato bianco. Al piano terra c'è un salone con l'angolo cottura rustico ed il camino. Al piano superiore ci sono due camere da letto e il bagno, e ancora più su, con accesso attraverso una botola e l'ausilio di una scala a pioli, c'è la soffitta sulla quale abbiamo ammassato le cose che ci ripromettiamo sempre di andare a vedere per poterle riutilizzare e i ricordi della mia povera moglie.

Mio figlio non volle lasciarmi da solo quando cambiai casa, si compenetrò nei mille problemi che un tale evento comporta: per il riordino delle cose, per la sistemazione dei mobili e quant'altro. Furono utilissimi i suoi consigli ed il suo gusto che fecero in modo che quando i trasportatori andarono via, già il novanta per cento della casa fosse a posto.

Partendo, per l'ennesima volta, Mauro mi raccomandò di non mettere ordine nel carteggio che aveva lasciato in un angolo della soffitta, ci avrebbe pensato lui alla prossima occasione. Mi intimò di farmi aiutare nelle pulizie della casa dalla nostra vicina, la signora Rosa. Glielo assicurai, ma sapevo che non avrei mantenuto alla lettera quanto promesso, rimasto solo avrei avuto bisogno di riempire in qualche modo le giornate.

Mi dedicai soprattutto al giardino che ripulii dalle erbacce, potai le piante e misi su una discreta legnaia dato che si approssimava l'inverno.

Un pomeriggio del mese di dicembre, precisamente nel giorno dell'Immacolata, intento a potare gli unici due filari di vite che avevo nel giardino, alzai lo sguardo verso il mare. Il sole era sul punto di tramontare, ma le nubi davanti ad esso ne celavano la visione e facevano diffondere tra il mare e il cielo una soffusa luce rossastra che si disperdeva più in alto nel viola e nel blu dell'universo. Questa visione mi mise una tristezza addosso che aumento con la vista della spiaggia di San Marco, mi appariva come una sottile striscia di colore rossastro che mi faceva ripensare con malinconia alle estati felici che avevo trascorso con mia moglie e mio figlio. Ma forse il magone più grande  era dovuto al fatto che Mauro non sarebbe venuto giù per Natale, me lo aveva comunicato poco prima al telefono.

Nei giorni successivi ebbi numerosi inviti per trascorrere le feste a casa di amici e di vicini, li declinai tutti e decisi di trascorrere le feste in soffitta per mettere un po'in ordine, ripulire le travi, riparare qualche tegola del tetto che faceva acqua da più di un lato…

Nonostante i tanti lavori da svolgere ero tentato dal curiosare nelle cose lasciate da Mauro, mi trattenni a lungo dal toccare quelle carte, ma poi per sentire qualcosa di suo vicino a me decisi di spulciare nella pila di  documenti e reperti storici che erano addossati alla rinfusa a destra della botola, nella parte più bassa del sottotetto. I primi documenti che aprii erano scritti in latino per cui lasciai perdere qualsiasi indagine, altri fascicoli erano legati da una cordicella che avrei dovuto tagliare ma mi astenni dal farlo perché avrei lasciato una traccia evidente. Spostando uno di questi fascicoli mi imbattei in alcuni oggetti nautici: un sestante, una bussola molto vecchia e un cofanetto chiuso a chiave, una sorta di piccolo scrigno che mi incuriosì molto. Provai ad aprirlo con un cacciavite e al secondo tentativo riuscii nell'impresa. Vi era contenuta una cartellina che racchiudeva un centinaio di fogli sparsi, antichi, molto rovinati che non saprei definire se di carta o di altro materiale a me sconosciuto, scritti a mano su di un solo lato. Quando provai a sfogliarli sentii che si sbriciolavano per cui lasciai perdere e rimisi tutto a posto.

Scesi giù in cucina, guardai l'orologio sulla parete, era quasi mezzanotte, la mezzanotte del ventiquattro Dicembre. A quell'ora molte famiglie erano ancora a tavola a sgranocchiare le nocciole e i fichi secchi del dopo cenone, altre erano in Chiesa a glorificare Iddio per la nascita del Suo unico Figlio. Il mio, purtroppo, non era con me, tanto meglio per lui che probabilmente stava trascorrendo il Natale in compagnia, chissà perché immaginavo a Trafalgar Square. Le ciaramelle che udii nella notte mi buttarono ancora più giù e per interrompere quella spirale che mi stava portando alla malinconia più assoluta decisi di fare il massimo della trasgressione: risalii in soffitta per provare a sfogliare quel fascicolo antico escogitando un sistema per non rovinarlo.

Provai a girare le pagine utilizzando un foglio di carta che facevo penetrare tra due facciate, prendendo così l'intera pagina non rischiavo di farla rompere. Riuscii nell'intento ed incominciai a leggere. Si trattava di una sorta di diario, scritto in un italiano arcaico che mi ricordò la “carta capuana”, a prima vista gli appunti di un monaco che aveva partecipato ad una traversata in mare con lo scopo di andare a convertire le genti d'Africa,  traversata che però prese altre vie. Molta parte dello scritto era indecifrabile, altre parti erano sbiadite, tante pagine mancavano…Io proverò a narrarvi la storia così come l' ho capita  e poi ci ritroveremo per l'epilogo.

 

 

Correva l'anno….1202, in Europa ancora si avvertiva l'inquietudine nel sapere Gerusalemme in mano agli arabi ed ancora di più regnava la tristezza per la morte dell'Imperatore Federico Barbarossa, caduto nel corso della terza crociata. Con la sua perdita veniva meno l'entusiasmo di partecipare a nuove spedizioni per la consapevolezza di non avere più a capo una persona in grado di organizzare la riconquista del luogo principe della cristianità.

Però, da qualche tempo, dalla città di Venezia cominciavano ad arrivare segnali di riscossa. Il Doge stava prendendo accordi  per aiutare alcune milizie crociate, avrebbe fornito loro armi e navi in cambio della cessione alla Repubblica di San Marco di tutte le città che sarebbero state conquistate dai crociati lungo il loro tragitto verso la terra santa.

Nella ormai decaduta Repubblica di Amalfi questa notizia non poteva suscitare altro che invidia verso una concorrente potenza marinara  che aveva esteso i suoi commerci a tutto il bacino del mediterraneo e che cinicamente adesso, sfruttando il fattore emotivo-religioso voleva espandere il suo dominio anche verso il medio oriente ed oltre.                                                                           

La flotta amalfitana ormai non esisteva più, sconfitta troppe volte dalle incursioni saracene. La popolazione si era ritirata all'interno a coltivare i campi nella vasta piana del Sele. Nel porto beccheggiavano solo pochi pescherecci che scricchiolavano nel silenzio innaturale di una cittadina che era stata fino a pochi anni prima una splendida repubblica, ricca di fasto, nella quale arrivavano prodotti da ogni luogo conosciuto, che venivano commerciati con tutta l'Europa. La ricchezza conseguente e smisurata rese Amalfi bellissima, con le piazze rivestite di marmo, la costruzione della più bella cattedrale del mediterraneo e l'edificazione di nobili  palazzi ornati di stucchi ed affreschi. Tutte le viuzze brulicavano di mercati sempre ricchi di stoffe esotiche e di spezie che giungevano quotidianamente nel porto affollato di navi in arrivo ed in partenza. 

Ma il duca Sanseverino, signore unico di Amalfi, non aveva perso le speranze di riportare la città agli antichi splendori e le notizie provenienti da Venezia invece di indurgli tristezza e rabbia gli accesero l'idea che anche il suo ducato avrebbe trovato giovamento da un'eventuale partecipazione alla crociata in allestimento. Acquistò dai carpentieri di Stabia, noti per la costruzione di sicure galee, due grosse navi, con il danaro procuratosi dalla vendita dei terreni di sua proprietà nell'agro nocerino-sarnese.

Forte di questa dote inviò dal Papa Innocenzo III un messo per ottenere la benedizione ed il permesso di allestire una spedizione crociata che non avrebbe intralciato quella veneziana poiché diretta verso il Marocco. Ivi giunti i fedeli avrebbero continuato la marcia via terra verso la Palestina con l'intento di fare proseliti lungo la strada e di evangelizzare le genti del nord-africa.

Il Pontefice diede il suo assenso a condizione che alla crociata avessero preso parte numerosi religiosi.

E tra essi il nostro monaco, tale fra' Gregorio da Salerno. Il santo uomo partecipò a malincuore alla spedizione essendo stato fino ad allora un frate amanuense, per non perdere l'abitudine decise di annotare in un diario, giorno per giorno le vicissitudini di quel viaggio.

Le due navi: la Amalfi e la Innocenzo III, salparono il 15 di Giugno dal porto della città campana non senza difficoltà per lo stato di manutenzione delle strutture, per la ciurma del tutto priva dei fondamentali per un' alta navigazione  e per il fondale che non veniva più dragato da anni.

Il vecchio capitano Aiello da Procida forte della sua antica esperienza, fidando sull'aiuto della bussola che in tempi gloriosi un suo concittadino aveva perfezionato e diffuso in tutto il mondo, condusse le navi a largo solo per intercessione divina, da qui ordinò di fare rotta verso sud-ovest.

Il mare increspato ma non ribelle favorì la navigazione e le vele crociate gonfiate da una costante brezza proveniente da nord spinsero in pochi giorni le navi verso le coste magrebine.

Il capitano sul fare della sera comandò al timoniere di virare verso sud, di non puntare più verso Ceuta, dove erano diretti in un primo momento, ma verso la più vicina Honain in quanto aveva notato provenire da sud-est il vento caldo di scirocco che in contrasto con il vento del nord avrebbe da li a poco causato una forte burrasca. La pioggia non si fece attendere portata dai venti impetuosi che resero la nave incapace di qualsiasi movimento se non di una rotazione intorno a se stessa. Le onde intanto si erano alzate minacciose facendo più volte inabissare la prua. Furono ammainate le vele e le due navi rimasero in balia degli eventi atmosferici. Fu una notte interminabile, durante la quale i marinai si diedero da fare per ributtare in mare il grosso quantitativo d'acqua che nonostante i boccaporti chiusi entrava nell'interno della nave. I contadini arruolati per fare numero e i frati ammassati sotto coperta pregavano in ginocchio affinché le intemperie cessassero di prendersela con  loro. Tra essi il nostro Gregorio si dava da fare, nella stiva dell'Amalfi, per portare conforto a quanti stavano male. Ed erano parecchi quelli che davano di stomaco tanto che nel locale dove erano ricoverati l'aria era diventata fetida e malsana.

Alle prime luci dell'alba ci fu una tregua nella  burrasca, il capitano inviò un avvistatore sull'albero maestro, questi ritornò immediatamente giù e riferì con un certo affanno che l'altra nave, la Innocenzo III era scomparsa dalla loro vista. Furono mandati in coperta altri marinai per scrutare da più punti, ma anch'essi ritornarono senza aver avvistato la nave gemella. Il capitano Aiello risalì nella cabina di comando e rassegnato all'affondamento dell' altra nave, decise di portare in salvo almeno la sua. Puntò con caparbietà verso ovest, l'unico punto più sicuro, poiché sia da nord che da sud  il cielo non prometteva niente di buono. 

La nave attraversò le colonne d'Ercole senza potersi avvicinare alla estrema punta spagnola per il pericolo di andare ad infrangersi contro la scogliera. Aiello da Procida, vecchio lupo di mare non perse le speranze, era a conoscenza di alcune isole a largo del Portogallo che erano sicuramente sulla sua rotta. Ma il malumore che cominciò a serpeggiare già al passaggio oltre le colonne d'Ercole da parte dell'equipaggio, divenne protesta per il perseverare della rotta verso ovest: si temeva l'incontro con i mostri atlantici e la caduta della nave verso gli inferi una volta raggiunta la fine del mondo.

Alcuni allievi della scuola navale di Napoli, aggregati alla spedizione si ribellarono, arrestarono il comandante e i suoi fedeli e li rinchiusero nella stiva. Prese il comando il più esacerbato dei giovani che, fidando sulle poche cognizioni navali apprese fino ad allora ordinò al timoniere di fare una virata di 180 gradi per portare la galea sulla rotta di ritorno. Ma gl'inesperti marinai non avevano fatto i conti con i venti atlantici che, impetuosi,  spinsero la nave verso altre direzioni senza che nessuno potesse intervenire, dovettero solo rassegnarsi e pregare come facevano tutti gli altri.

Non si sa quanti giorni passarono nelle intemperie, trascinati chissà dove, ma di sicuro la mano divina intervenne proprio sul punto di massimo sconforto, quando non c'era più nemmeno un tozzo di pane da mangiare né un sorso d'acqua da bere. Fece capolino dapprima un barlume di luce tra le nubi, poi queste  furono diradate da una brezza lieve, infine si rischiarò finalmente tutto il cielo, e il sole, grande, come non l'avevano mai visto splendette nel cielo.

Ma la visione che più di ogni altra fece ritornare la speranza fu l'avvistamento di una sottile striscia di terra. Tutti salirono in coperta per osservare il lento avvicinamento alla spiaggia che adesso, nitidamente appariva ai loro occhi. Il più esperto dei cadetti a qualche miglio dalla costa diede l'ordine di gettare l'ancora, il pericolo di un fondale basso gli fece pensare che era meglio raggiungere la riva con le scialuppe.

Quando tutta la gente sbarcò a riva, fu celebrata una messa sulla spiaggia, poi  quelli in grado di stare ancora in piedi si divisero in gruppi di perlustrazione al fine di cercare qualcosa di commestibile e per capire dove fossero approdati.

Dopo qualche ora i gruppi si ritrovarono sulla spiaggia, tranne uno, furono distribuite alcune bacche somiglianti a banane africane e ci si spostò all'interno verso una sorgente d'acqua che sgorgava copiosa da una roccia. Passò ancora un po' di tempo, senza che nessun rappresentante del gruppo andato verso nord fosse ritornato, si decise allora di andarli a cercare e per questo si resero disponibili tre giovani marinai.

Percorse alcune centinaia di metri tra felci giganti e piante sconosciute i volontari si imbatterono in una sorta di coltivazione di rampicanti con un ortaggio rosso in punta dalla forma allungata, sicuramente c'era la mano dell'uomo. Da quel punto in poi il terreno sembrò curato con una dovizia che nessuno dei perlustratori conosceva. Incontrarono filari di canne alla cui sommità vi era una sorta di spiga colma di granaglie gialle, ai lati c'erano prati ben curati nei quali erano intenti a pascolare una specie di animale simile al toro, ma più grande, peloso e con le corna ricurve. Gli uomini si fermarono ad ascoltare alcune voci provenire da un fossato. Si affacciarono e videro una spianata con intorno tutte case fatte di creta e paglia e al centro una costruzione in pietra nera a scalini che subito richiamò le piramidi. Nessun dubbio per il capo della spedizione, si trovavano in Egitto. Osservando meglio dall'alto videro i loro amici seduti davanti ad una delle case, stavano gesticolando con la gente del posto che li circondava incuriosita. Il gruppo raggiunse gli altri e anch'essi furono accolti con curiosità dalla gente del villaggio per il colore della pelle più chiaro e per i vestiti cosi diversi dai loro. Tutti insieme mangiarono un tubero dal colore marroncino che veniva tagliato a fette e cotto sulla brace. Uno degli allievi che era con gli altri decise di tornare verso il gruppo rimasto vicino alla spiaggia per portare il resto dei partecipanti alla crociata  a sfamarsi al villaggio.

I nativi distribuirono a  tutti fette di tubero cotto, ortaggi rossi e una brodaglia fatta con la farina prodotta con la spiga delle canne. Infine fu servita una specie di formaggio fatto con il latte delle mucche pelose. L'incomprensione più totale con quella gente non aveva ancora fatto capire quale era il posto dove i crociati in quel momento stavano bivaccando. Ma il vestiario degli indigeni e il tempio a forma di piramide, fece diffondere un po' fra tutti la certezza di essere giunti in Egitto.Verso sera si partecipò ad un rito propiziatorio condotto da un santone dalla lunga barba che sacrificò due vitelli pelosi ad un dio la cui icona fu portata in processione tra la gente. A tutti gli ospiti il simulacro sembrò un gatto, cosa che avvalorò ancora di più la tesi che si trovavano in Egitto.

Il comandante Aiello al quale non era concesso il diritto di parlare confidò al buon monaco, frà Agostino da Fondi i dubbi sul luogo dove si trovavano. Per lui non era affatto l'Egitto, né un altro posto conosciuto. Era troppo esperto di mappe astrali e quel cielo stellato non l'aveva mai visto. Pensò a quelle nuove teorie sulla terra a forma di sfera, ma questo lo tenne per sé, sarebbe stato troppo pericoloso riferirlo ad altri.

Il comandante sapeva che avendo navigato l'Amalfi per miglia e miglia oltre le colonne d'Ercole erano giunti ben al di là della “fine del mondo”.

L'indomani i crociati salutarono i loro benefattori e si avviarono verso il sentiero che, secondo il capo della spedizione Aleardo degli Ubaldi li avrebbe condotti in direzione del mar Rosso e quindi sulla via per la Palestina. Per  punizione il comandante Aiello fu lasciato al villaggio e con lui una decina di marinai ritenuti suoi seguaci e alcuni frati malconci che furono giudicati inabili alla prosecuzione del viaggio. Uno di essi, il nostro frate amanuense Gregorio,  continuava imperterrito nella sua opera di descrizione dell'impresa.

Il gruppetto di Aiello si trattenne ancora una settimana nel villaggio degli pseudo/egizi dalla pelle colorata di rosso e i vestiti variopinti.. Impararono a conoscere le abitudini dei nativi e soprattutto ad apprezzarne i prodotti coltivati. Nonostante la situazione di benessere che questi uomini provarono nel villaggio, fu forte la voglia di ritornare a casa. Consapevole delle difficoltà che avrebbero potuto incontrare, Aiello da Procida si disse disposto a riportare il suo gruppo verso il mediterraneo.

Le stive della nave furono riempite di prodotti locali che dovevano servire per sfamare l'equipaggio durante la lunga traversata.

Dato l'ordine di levare l'ancora fu indirizzata la prua verso est. Questa volta il mare si tenne calmo e i venti soffiarono sempre nella direzione opportuna  per cui occorsero appena venti giorni di navigazione prima che il comandante Aiello, come aveva previsto, potesse riconoscere i “suoi” cieli stellati e successivamente le colonne d'Ercole. Ancora pochi giorni di navigazione e la nave, superando la risacca, tipica del golfo di Salerno, approdò nel porto di Amalfi il 30 di Settembre dell'anno 1202.

L'equipaggio sceso dalla nave non fu accolto bene dalla popolazione, giudicati come disertori e anticristo, i marinai e i frati reduci dovettero riparare in fretta nel Duomo per evitare il linciaggio.

Aiello da Procida non potè reagire alle accuse del duca Sanseverino, aveva il terrore della santa inquisizione per cui tenne per sé la scoperta del nuovo mondo. Fu mandato ad espiare le sue colpe in una buia cella di un convento presso San Marzano sul Sarno, con lui andarono anche tutti i frati ritornati dall'impresa fallita.

I monaci ottennero di portare al convento i prodotti rimasti nelle stive: gli ortaggi rossi, ridotti ormai in poltiglia e le granaglie prodotte dalle canne, i cui semi potevano però essere utilizzati per la riproduzione.

 

 

                                                  Epilogo

 

“…Ah! Ecco perché i pomodori sono così diffusi nell'agro nocerino- sarnese.

Considerai che mio figlio aveva messo le mani su una scoperta rivoluzionaria.

Mio figlio! Sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo. Mi riempii d'orgoglio ma non potei telefonargli, non potevo fargli sapere che avevo messo le mani dove mi era stato interdetto.

Nei giorni seguenti mi recai a San Marzano, trovai le rovine di un monastero che doveva essere stato quello dove si ritirarono i profughi dell'Amalfi, tutt'intorno distese di pomodoro che avvaloravano la scoperta di Mauro. Cercai nella locale biblioteca comunale dei testi sull'introduzione del pomodoro nel mediterraneo ma nessuno andava oltre il 1492, i documenti trovati da mio figlio invece erano precedenti, almeno di due secoli.

Mauro scese giù in Italia a Marzo, stette a Napoli per un seminario alla Federico II, poi venne a trovarmi.

Provocatoriamente a tavola gli feci trovare una caprese: un connubio di pomodori e mozzarella. Speravo che il piatto ci avesse fatto aprire il discorso sulle origini della specialità che stavamo mangiando. Proprio quando decisi di formulare la prima curiosa domanda: ”chi ha introdotto in Europa i pomodori?”

Mauro ricevette una telefonata sul cellulare, era un suo amico, collega all'università che non sentiva da molti anni. Gli confidò, tra l'altro, di essere sul punto di preparare una burla per i suoi amici londinesi: il ritrovamento di un diario su una scoperta pre-colombiana dell'America, tesi le orecchie per ascoltare. Mauro era riuscito ad antichizzare dei fogli con dell'acido particolare  e si era inventata tutta la storia che io avevo bevuto per troppo amore. I due vecchi compagni di studio risero a crepapelle, almeno questo vedevo fare a mio figlio mentre col telefonino vagava per la stanza in cerca del punto migliore d'ascolto.

Io continuai a mangiare,  qualche pezzo di mozzarella ogni tanto mi si fermava nella gola, stretta per la cocente delusione, dovetti mandarlo giù con un sorso di falanghina, questa sicuramente di origine pre-colombiana, ma delle nostre parti.

I pomodori non li mangiai, rimasero a galleggiare nell'olio d'oliva, non era stagione… ed erano ancora troppo acerbi.

 

 

 
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