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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Parrucchiera per signora di Gordiano Lupi 26/08/2006
 

Parrucchiera per signora
 
Proprio qui dovevo finire oggi. Dalla parrucchiera di Cristina a leggere Grand Hotel che pure mia nonna lo leggeva ai tempi dei disegni in copertina di Walter Molino. Com'era bello Grand Hotel, allora, con i racconti e i romanzi d'appendice, i fotoromanzi in bianco e nero e le storie d'amore a colori. Lo leggevo anch'io ma non si poteva dire. Non era da uomini leggere Grand Hotel.
E adesso eccoci qui. In un negozio di merda, ascolto discorsi di merda e leggo articoli di merda. Sissignore. E non so dire se è peggio quel che sento o quel che leggo. Non lo so proprio. Pagine patinate raccontano storie di calciatori che scopano attrici dalle grandi tette. La Barale è lesbica. La Barale non è lesbica. Ha i vibratori sul letto e dorme con le amiche. Oppure no. Lei smentisce categoricamente. Ecchissenefrega.
“Ci metto poco, amore” dice Cristina mentre sta facendo lo shampo.
“Va bene, tanto io leggo” rispondo.
Bell'ipocrita che sono. Leggo. Scorro questa fanghiglia di carta che mi cattura e affogo nella melma dei Savoia che tornano in Italia e polemizzano sull'erede al trono, come se ci fosse davvero un trono. Ripasso gli amori di Bobo Vieri e Pippo Inzaghi. Compatisco Anna Falchi che rimpiange i bei tempi che correva sulla moto di Max Biaggi e intanto posa a pecora per il prossimo calendario. Le veline cavalcano pagine a culo nudo e le aspiranti veline le seguono sognando un futuro senza mutande su carta patinata.
Mia moglie si fa bella per la festa. Domani battezzano un nipote che neppure conosco. O forse è una nipote? Non ricordo. Abita così lontano mio fratello, lo vedo così poco… pare un secolo che non viviamo insieme. Ricordo ancora quando diceva che non si sarebbe mai sposato e che il matrimonio era solo una gran fregatura, che aveva ragione il vecchio Buck. Adesso sforna un figlio all'anno e pare che la cosa gli piaccia. Contento lui. Però domani andiamo, sì. Domani prendiamo la vecchia Fiat Marea e ci facciamo l'autostrada fino a Rovereto per vedere un prete che versa un po' d'acqua sulla testa di un bambino. Pare che sia importante. Un po' come la Barale che se scopa le donne o gli uomini a me che vuoi che me ne freghi. Tanto scopa col suo. Che poi io glielo avevo detto a mia moglie. Va' da sola dalla parrucchiera che non vengo. Resto a scrivere un capitolo o due di questo romanzo che non ho ancora cominciato ma però ce l'ho tutto qui nella testa e saranno due o tre mesi che lo voglio iniziare. E allora oggi è sabato, ho dormito abbastanza, sono riposato e tranquillo. La giornata ideale per cominciare un romanzo. Che basta adesso con queste traduzioni e i saggi e gli articoli e la santeria e Alejandro che rompe le palle da Cuba. Basta. Ci si è messo pure Luigi Cozzi da Roma a dire che la narrativa non la pubblica nessuno e che cazzo la scrivi a fare che in Italia c'è un editore solo e se non sei Baricco non te lo puoi mica permettere di scrivere una storia di sangue con la moralina finale. Prima diventa Baricco e poi scrivi cazzate. La regola è questa. Cambiando i fattori cambia tutto. Non è mica un'addizione. E allora mi sono messo a scrivere saggi sul cinema perché Cozzi avrà ragione anche lui, pensavo. Soavi. Deodato. Cannibali che si mangiano stronzi di giornalisti nella foresta amazzonica. Porcellini fucilati. Tartarughe squartate. Horror italiano stile sangue e merda. Badilate di pulp. Pornazzi di Joe D'Amato e culi al vento di Gloria Guida e Nadia Cassini. Cult da segaioli anni settanta. Che poi è una cosa romantica ricordare le prime seghe da ragazzini. Dà un po' di tristezza ma è come ritrovare il primo amore. Facevamo la fila alla cassa in punta di piedi per sembrare più alti e c'era pure chi falsificava i documenti. Non ce ne perdevamo uno di film con Gloria Guida e Nadia Cassini al cinema Metropolitan. E neppure di Carmen Villani, quella con la frangettina sulla fronte che dicevano nascondesse una cicatrice ma io non l'ho mica mai saputo se era soltanto una leggenda metropolitana. Che se oggi mi dite di che colore aveva gli occhi Carmen Villani non lo so davvero, però i peli della fica erano biondi ne sono più che certo. E poi anche quelli con la Fenech che la doppiavano di brutto perché non sapeva una parola di italiano, ma tanto era meglio così, non serviva mica che parlasse.
Mia moglie ha insistito.
“Vieni anche tu, che poi dobbiamo comprare il regalo per Daiana”.
Daiana… era una bambina allora. Però che cazzo di nome.
Ai bambini non mettono più quei bei nomi italiani d'una volta: Massimo, Marco, Paola, Laura, Andrea, Giovanni. Che in classe mia alle elementari si chiamavano tutti Massimo e non si sapeva come fare. Oggi solo nomi televisivi che non si sa mai, il nome è importante: Raz, Jessica, Raul, Jennifer…e vai col tango.
Sono andato con Cristina, allora. Se no dice che la faccio sempre uscire da sola e mi fa sentire in colpa. E io di tutto ho bisogno fuorché di sentirmi in colpa. Perché ho già i miei motivi. Saranno mesi che non scrivo un racconto. Leggo soltanto. Di tutto. Certo mica Grand Hotel come oggi. Se portavo Carver qui dentro magari scappava fuori una di queste signore in attesa del turno a chiedere se era Carver l'agronomo, che già una volta me l'hanno detto a un concorso di poesia organizzato dal mopoeita o dall'ascupes, non mi ricordo mica. E io non sapevo che rispondere, volevo dire di no ma poi non l'ho mica detto, me ne sono andato e festa finita. Tanto chi li vede più, mi sono detto. Mica posso mettermi a spiegare letteratura americana del novecento a questa gente. Cazzi loro, mi sono detto. Che si facciano i loro concorsini con la medaglietta e battano pure le mani quando uno si alza e recita: scirocco, cavalli d'onde su gualdrappe d'oca, tanto che c'è stato Bukowski non se ne sono accorti e allora non è che glielo posso dire io. Insomma prima di divagare dicevo che leggo. Prendo appunti. Leggo e ascolto quel che dice la gente. Non si sa mai. Può sempre servire appena mi decido a partire con questo romanzo che mi gira per la testa. Una storia erotica, che poi chissà perché mi è venuta voglia di fare una cosa così. Forse per via delle cose che leggo. Troppo Blue. Troppa Teodorani. Organi, Sesso col coltello, Le radici del male. Oppure mi metto a rileggere le fiabe e le trasformo in storie dell'orrore e racconti porno. Bella idea, sì. Che poi l'ho già fatta con Cappuccetto Rosso una cosa così e la devo pure pubblicare, però adesso devo allargare il discorso. Biancaneve no, quella la lascio stare. L'hanno già raccontata tutti la storia dei nanetti con il cazzo lungo, c'erano pure i fumetti quando ero ragazzino, ne avevo una collezione intera che mio padre ha gettato nella spazzatura insieme alla raccolta del Male e di Frigidaire. Mio padre è fatto così. Comunista e moralista. Peggio delle beghine che vanno a messa ogni giorno. Combatte una guerra perduta, però la combatte. Io di guerre perdute invece non ne voglio più combattere. Come quella con i poeti locali, per esempio. Te li trovi dappertutto i poeti, non si sa perché. Ce n'era uno che adesso è morto e mi dispiace anche un po' stare a parlare di lui, però lo devo fare. Vagava per le strade del corso e a tutti diceva: “Ho scritto tremilaquattrocento sonetti e cinquemiladuecentotredici poesie a verso libero” poi faceva una pausa e aggiungeva: “e le so tutte a mente”. Era quello il problema, che dopo le recitava le poesie. Quando lo incrociavo si informava su quello che avevo pubblicato, ma in realtà non gliene importava niente… in vita sua aveva letto solo se stesso e qualche libro di scuola.
“Un romanzo noir” rispondevo.
Lui storceva la bocca.
“Bisogna scrivere poesie, caro mio. Lo sai quante ne ho scritte io?”.
E via con il conteggio aggiornato.
Lo evitavo come un appestato. E li evito tutti i poeti locali, quando posso. Certe volte però mi fregano e se mi fregano c'è poco da fare. Tocca stare a sentire cose che Pianto antico al confronto diventa una canzone da osteria.
La porta del negozio che si apre mi distoglie dai pensieri.
“Sono in orario?” chiede con tono sgradevole una cliente.
Questa voce la conosco, penso. Alzo gli occhi e la vedo. Io le disgrazie me le chiamo. Proprio lei ci voleva, adesso. La poetessa Gianna Vizzi, animatrice del concorso scrivi in galera che dopo diventi buono o roba del genere, non so se si chiama così ma io così l'ho sempre chiamato. Mi mimetizzo dietro Grand Hotel, la mia cortina di ferro. Non mi ha visto, per fortuna.
“Non bado a spese per i miei capelli, Luisa” continua.
Siede e attende che qualcuno la serva. La parrucchiera la guarda storto e sbuffa mentre le si avvicina. Poi la vedo strizzare l'occhio a Cristina che è appena uscita da sotto il casco. Chissà cosa vorrà dire. Anche mia moglie conosce Gianna Vizzi. L'ha incontrata a qualche presentazione, di tanto in tanto. E non le va per niente a genio.
“Beata te, Luisa…” sospira la Vizzi.
“Perché
dice così, signora?”.
“Perché non hai a che fare con gli editori. Sono brutte bestie”.
“Come mai?”. Ma lo chiede tanto per fare perché è chiaro che non gliene importa niente a Luisa degli editori. La sua vita scorre in mezzo a tinture e messe in piega, che cazzo vuoi che gliene freghi degli editori. Solo la Vizzi può venire a parlare di editori a una parrucchiera.
“Se tu sapessi… il mio editore mi stressa. Vuole un nuovo libro per novembre e io non so come fare. Non ho tempo. Devo correggere bozze, scrivere nuove liriche, tenere conferenze…”.
“Come ti capisco!” conclude Luisa.
E strizza di nuovo l'occhio a mia moglie. Cristina le risponde con un sorriso, poi mi guarda e sembra dire: stai a vedere adesso cosa ti combino. Le faccio cenno di stare zitta. Io non ci sono, dico con lo sguardo e agito le mani dietro le pagine di Grand Hotel.
Gianna Vizzi pubblica poesie a pagamento, come tutti i poeti d'altra parte. Dice in giro che è inserita nell'antologia della letteratura italiana contemporanea, ma non aggiunge che è quella edita da Halipon e che costa un tanto a pagina averci il nome dentro. Lo proposero anche a me un po' di tempo fa e io risposi che se la potevano ficcare su per il culo la loro antologia, che io non sono davvero uno scrittore da storia della letteratura e se per puro caso lo diventassi non sarebbe certo per merito della loro antologia. Quelli della Halipon non si sono più fatti vivi e nell'antologia non ci sono. Per fortuna. Ma Gianna Vizzi, sì. Lei c'è. Lei è poetessa laureata.
“L'editore vuole un libro all'anno. Ma io sono una poetessa, mica scrivo romanzetti gialli. Non compongo a comando”.
Cristina sorride e mi guarda di continuo.
Ora la sistemo io, pare che dica.
Guai a te se fiati, le dico con gli occhi.
Gianna Vizzi non mi ha visto e io non ne voglio sapere di avere a che fare con lei. Oggi mi manca giusto di sorbire qualche smielata tardo decadente di Gianna Vizzi e poi sono a posto.  
“Lo sai Luisa che giorni fa ho letto un gran bel romanzo?” dice Cristina. E strizza l'occhio.
“Quale?” chiede la parrucchiera.
“S'intitola Il giustiziere della notte. Lo ha scritto Giulio Cupi”.
Ma che cazzo sta dicendo? Giulio Cupi sono io. Quel romanzo è mio.
“L'ho letto anch'io. È un giallo davvero intrigante” risponde Luisa.
“Dicono che abbia venduto così tante copie che lo ristamperanno e poi forse lo pubblicherà un editore più grande”.
Cristina si rivolge a Gianna Vizzi che adesso se ne sta buona buona a farsi pettinare. Però quel che ascolta non le piace per niente.
“Lei lo ha letto, signora?” chiede.
“No” fa la Vizzi stizzita “non leggo gialli, io”.
“Che peccato! È scritto così bene. Si legge che è un piacere…”.
“Davvero” rincara Luisa “che ritmo! Che storia!”.
Ma senti Luisa. Pare un critico letterario. Che poi col cazzo che lo ha letto il mio libro. Però dopo questo servizio mi toccherà regalargliene una copia. Se l'è meritata e poi magari le piace davvero.
La Vizzi si è zittita, se Dio vuole. Si fa sistemare i capelli e mastica amaro. Non li legge i gialli, lei. Però paga gli editori. Scrive poesie, lei. E poi le recita ai nipoti per Natale. Continuo a sfogliare Grand Hotel. Pippibaudi, maurizicostanzi, veline, gabibbi, teleconduttori. Tutto mi sembra più bello, anche questa rivista di merda che tengo sollevata perché mi copra il volto. Vedo la Vizzi uscire a culo ritto tutta inviperita. Lei non mi nota, per fortuna. 
“Sei proprio una stronza” dico a Cristina fingendomi arrabbiato.
Ma lei sa che non lo sono. Mi conosce troppo bene.
“Abbiamo giocato un po'. Se lo meritava” risponde.
“Ce la mena sempre con la storia della poesia…” rincara Luisa.
“E se ti riconosceva?” chiedo a mia moglie.
“Quando
la incrocio non saluta neppure. Lei guarda solo se stessa”.
È un problema di molti, penso.
Usciamo. Un vento di scirocco mi scompiglia i capelli.
Cristina si protegge la pettinatura.
“Adesso andiamo a comprare il regalo” dice.
“Quale regalo?” chiedo.
“Quello per il battesimo. Non lo avrai dimenticato…”.
Ah, sì. Il battesimo. Daiana. La storia del maschio e della femmina. La storia della Barale. Perché continuo a rimuovere?
Ce ne andiamo con la Fiat Marea verso le fioche luci del centro. Domani è giorno di festa. Domani attraversiamo mezza Italia per vedere una bambina che non conosco e un prete che le versa un po' d'acqua in testa. E allora compriamolo questo regalo. Non posso mica presentarmi a mani vuote a casa di mio fratello, che poi Daiana cresce e se ne ricorda. Lo zio che non vede mai perché sta lontano, in un paese vicino al mare. Lo zio che non le ha fatto un regalo neppure quando è nata. Ogni tanto qualche libro, sì. Ma quelli mica sono regali. Mica posso fare queste figure, via. Non ho nemmeno la scusa dell'editore. Non ce la faccio a dire cazzate tipo: “Non posso venire, sai. Ho le bozze da correggere per lunedì”. Proprio non ce la faccio. Non sono mica Gianna Vizzi, io. Compriamo questo regalo, allora. Tanto più che mi hanno messo di buon umore con quella sceneggiata dentro al negozio. È stata davvero brava, Cristina. E anche Luisa, a dire il vero. Già che ci sono lo compro anche a loro un regalo.
Se lo sono proprio meritato. 
 

 
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