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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Frammenti di vita di Leonardo Colombi 02/09/2006
 

FRAMMENTI DI VITA

 

 

 

 

Parcheggiò l'auto grigia a poche decine di metri da casa, all'interno delle righe bianche tracciate sull'asfalto del parcheggio pubblico a disposizione dei residenti del quartiere.

Spense il motore della piccola auto giapponese color grigio metallizzato. Poi disattivò anche i fari e infine premette il tasto power dell'autoradio mentre l'apparecchio, imperterrito nonostante la fermata, ancora seguitava a riprodurre la musica del cd.

Ultimamente ascoltava molto i Dream Theater, gli piaceva la loro musica soprattutto apprezzava “Scenes from a memory: Metropolis Part 2”, probabilmente uno dei suoi album preferiti, con quelle canzoni complesse e colme di sentimenti e di vita che andavano intrecciandosi l'un l'altra, richiamandosi, fino a comporre un'unica drammatica storia superbamente musicata.

Suo malgrado, non voleva affatto zittirlo in realtà, spense l'autoradio grigio argento che spiccava nell'interno grigio antrace del veicolo.

Indubbiamente gli piaceva la musica.

L'ascoltava spesso a casa, quando era al pc. Ma soprattutto l'ascoltava quando era in auto: lo rilassava e lo portava altrove, nel caotico mondo dei suoi pensieri dove si mescolavano incessantemente ricordi, emozioni e storie, immagini reali o visionarie che forse sarebbero confluite in una storia o in una delle sue pseudo poesie, una di quelle opere che avrebbe scritto in un non meglio precisato futuro della sua esistenza.

Ma soprattutto l'aiutava a sentirsi meno solo, una sensazione fasulla che ultimamente sembrava pungolarlo con blandi pensieri di malinconia e di rimpianto: tutto avrebbe potuto essere diverso…

Agendo sulla serratura, chiuse l'auto e si diresse verso casa.

Buio.

Anche quella sera i lampioni della zona non erano in funzione.

Poco male.

Inserendo la chiave nella serratura del cancello lo aprì e si avviò verso l'ingresso di casa. Avrebbe potuto suonare il campanello per farsi aprire, ma sapeva benissimo che il cancello era rotto ormai da tempo e che l'unico modo per aprirlo era quello manuale, utilizzando le proprie chiavi.

Chissà da quanto era rotto quel cancello…ormai non lo ricordava nemmeno più.

E ogni volta che ci pensava non poteva fare a meno di notare il parallelismo tra quella rottura situata all'esterno di casa sua e quella assai più grave che viveva all'interno delle mura domestiche.

Suonò alla porta e pochi istanti dopo suo fratello Fabrizio aprì lo scuro portone per farlo entrare.

Quanto odiava quel portone scuro…In pratica era uno strumento di esclusione, per lasciare all'esterno chiunque dovesse restare fuori casa: praticamente si apriva solo dall'interno.

E quante volte, per le ragioni più disparate, se l'era trovato chiuso e aveva dovuto entrare dal retro. Addirittura una volta era rimasto chiuso fuori: doveva solo portare fuori la spazzatura, questione di attimi, pochi attimi appena…e in quella manciata di tempo una malefica corrente d'aria aveva fatto sì che il ragazzo rimanesse chiuso fuori casa.

Senza chiavi.

Ma ora quel portone era aperto e poté entrare in casa, finalmente, dopo una giornata di lavoro.

Suo fratello era ancora alzato ma presto, vista l'ora, se ne sarebbe andato a dormire.

Poche frasi di circostanza e un rapido esame per capire se tutto era a posto: compiti e studio, soprattutto, e poi ragguagli sulla pallavolo e sul dentista.

Erano fratelli da quindici anni: si capivano abbastanza tra di loro nonostante la differenza di età e di personalità.

Si assomigliavano, per certi aspetti, mentre ai più apparivano completamente differenti e opposti.

Fabrizio era atletico, di bell'aspetto, con lunghi capelli castano scuro e misteriosi occhi azzurri. A tratti taciturno e timido, dimostrava alle volte una notevole sensibilità e un'indipendenza che il fratello maggiore gli invidiava. Probabilmente il frutto di esperienze e tempi di vita differenti .

Ma ciononostante, Raffaello, il maggiore dei due, gli voleva un gran bene. Sentimento ricambiato sebbene i due apparissero, alle volte, freddi e distaccati tra di loro: in realtà era semplicemente il loro modo di fare, il comportamento dettato e imparato dalle circostanze familiari.

Dopotutto ciò accadeva anche a causa dei differenti ritmi di vita che li portava a stare assieme solo per poco tempo, a tavola, pochi minuti alla sera oppure nello studio al primo piano della casa: il regno del disordine e della scuola, del pc e della musica, della grande libreria di famiglia e del collegamento alla grande rete e ai segreti del mondo!

I due fratelli si separarono, l'uno diretto alla propria stanza da letto (che i due condividevano) l'altro diretto alla cucina dove si sarebbe cucinato qualcosa da mangiare.

Ovviamente, prima di tutto, avrebbe dovuto dedicare qualche istante alla sua cagna: un eterno cucciolo giocherellone e coccolone che, disteso sul pavimento, lo osservava con quei suoi profondi e intensi occhi marroni.

Sembrava offesa, delusa e al contempo desiderosa di un po' di attenzione.

La coda vorticava forsennatamente a destra e a sinistra mentre Raffaello le si avvicinava per accarezzarla e giocare un po' con lei.

Solo il tempo di un po' di coccole e subito la cagna era in piedi, felice, sorridente, pronta a seguirlo e a fargli compagnia in cucina durante la sua cena solitaria.

Da quando aveva letto quel racconto, Raffaello aveva osservato che anche i cani sapevano sorridere mostrando i denti ai loro padroni in una smorfia di gioia piuttosto che di rabbia e ferocia, come invece era naturale aspettarsi da animali abituati a rivelare le proprie zanne solo per aggredire. I cani randagi e i lupi infatti non lo facevano, “sorridere” cioè, i cani abituati a convivere con gli animali umani invece sì, imparavano a mostrare i denti e a tenere la bocca aperta a dimostrazione della propria contentezza.

In cucina, la tavola era apparecchiata per uno. Sopra la tovaglia verde e gialla un paio di bottiglie semipiene (o semivuote, dipende dai punti di vista), un po' di pane, un tovagliolo, le posate, un piatto ed un bicchiere.

Si accese la tv mentre sceglieva cosa cucinarsi.

Erano quasi le undici di sera, non proprio l'orario ideale per cenare ma dopotutto questi erano i nuovi ritmi dettati dal lavoro.

Decise per le cotolette che iniziò a scaldarsi mentre dalla sorda scatola mediatica giungevano le battute di due famosi comici siciliani.

Mentre le cotolette cuocevano, il ragazzo cercò una qualche forma di contorno per poter accompagnare il suo pasto luculliano.

Nel frigo solo una rassegnata desolazione.

Optò per del formaggio.

Tornò a controllare le cotolette che cocevano e poi in bagno.

Poco dopo era nuovamente in cucina a terminare i preparativi della sua cena.

Vicino a lui, paziente e a tratti subdola, la cagna lo osservava magnetica in attesa di ricevere qualcosa da mangiare: era lì per fargli compagnia dopotutto!

Mangiò in silenzio, con calma, mentre alla televisione si alternavano siparietti comici, spunti di riflessione e inopportuni spot pubblicitari, moderni venditori di valori umani.

Poco dopo le undici e un quarto di venerdì sera, mentre taceva il cellulare, mentre la maggior parte dei ragazzi della sua età era chissà dove e bere o a divertirsi, Raffaello sparecchiava la tavola e apriva il rubinetto del lavabo.

Scelse lo Svelto nella confezione verde, quello aromatizzato alla menta e arricchito di bicarbonato, e lo sparse sopra le stoviglie sporche per via dei pasti della giornata; poi, rimboccandosi le maniche, dopo essersi tolto l'orologio e averlo appoggiato vicino alla macchinetta del caffé vinta coi bollini della benzina, iniziò a lavare i piatti.

In televisione continuavano le battute dei due comici nell'ultimo siparietto del loro spettacolo teatrale. Interessante, pensava il ragazzo mentre li ascoltava ridere e riflettere sull'attuale situazione siciliana.

Poi, come da copione, la televisione Phonola iniziò a dare segni di cedimento...il giovane se ne fregò altamente nonostante il fastidioso brusio e le righe di colore impazzite sullo schermo: semplicemente non aveva voglia di asciugarsi le mani e trascinarsi fino al televisore.

Almeno non ora che stava sciacquando le ultime stoviglie della giornata.

Terminati i domestici lavori di casa con una bella ripulita al pavimento, il ragazzo spense la tv, che nel frattempo aveva provveduto a sintonizzare su un altro canale non trovando (fortunatamente?) nient'altro che valesse la pena di esser visto.

Salite le scale, si diresse verso lo studio deciso a ingannare il tempo in attesa che gli venisse sonno mentre la cagna si godeva le ultime ore d'aria della giornata.

Suo fratello dormiva già.

Sua madre era invece ancora al lavoro: doveva ultimare i capi campione in modo che tutto potesse essere pronto per le consegne della settimana a venire e, soprattutto, per gli impegni della giornata seguente.

Era una donna in perenne movimento, di gran forza, votata al sacrificio…anzi, costretta visto come andavano le cose in famiglia.

Suo padre era invece a dormire dalla nonna.

Un po' perché la sua anziana madre aveva bisogno di assistenza e rifiutava categoricamente di essere trasferita in casa di riposo o di avere una badante per casa. Un po' per fuggire al confronto con la sua famiglia, starsene in pace e avere un po' di tregua da una situazione che aveva contribuito a creare per la maggior parte.

Famiglia…non che fosse una vera e propria famiglia in realtà…questo pensava Raffaello mentre ripensava a tutti gli eventi degli ultimi anni, soprattutto quelli relativi a suo padre.

Le assenze, le litigate, la verità mai detta, quella fuga da casa e il tentativo di suicidio, quel biglietto e i debiti, debiti a non finire…a causa sua, ma non sua soltanto - questo quello che pensava - tutto si stava corrodendo e lentamente, cadeva a pezzi.

Ma lui fuggiva, teneva il cellulare spento e lasciava che fossero sua moglie e i suoi figli a pagare le spese, i debiti, le bollette, a gestire i clienti furibondi che non riuscivano mai a rintracciarlo e che giungevano a minacciarlo fino a casa.

Semplicemente, suo padre, se ne lavava le mani, faceva la vittima e fingeva. Nemmeno aveva mai chiesto scusa per quell' ”Addio” scritto su quel foglietto, per tutti quei debiti o per non aver mai detto la verità.

Lui era la vittima.

E in parte aveva ragione: era vittima di se stesso e delle proprie scelte.

Ma di certo non l'unica vittima.

Sua moglie e i suoi figli, semplicemente, non lo capivano, questa la sua verità.

E per quanto lo riguardava, Raffaello sapeva che aveva ragione: erano come estranei in casa. Nel corso del tempo era venuto meno il dialogo, lo sforzo di cambiare le cose, la fiducia…e senza fiducia reciproca i legami, anche quelli di sangue, non durano molto. Troppo silenzio, troppe urla rabbiose e ferite infette a cui era difficile trovare una cura oramai.

E, dopotutto, era solo grazie ai suoi parenti e al sacrificio di sua madre che la “famiglia” di Raffaello aveva ancora un tetto e manteneva un'apparente facciata di normalità, una facciata rispolverata in grande stile durante quella settimana in cui avevano ospitato quel giovane seminarista, un ragazzo di ventitre anni coetaneo di Raffaello e che certamente aveva intuito qualcosa di anomalo tra quelle quattro mura.

Anomalo…a questo pensiero il ragazzo tornava alla mente il comportamento del suo pc nei giorni precedenti la laurea, quando si era praticamente auto-distrutto a pochi giorni dalla consegna della tesi…e proprio in quei giorni si parlava di separazione, di vendere la casa per pagare i debiti, di andare a vivere dai nonni…almeno per qualche mese…finché non troveremo i soldi…

Per questo dopo la laurea, dopo aver festeggiato con i suoi amici, il ragazzo aveva deciso di cercarsi un lavoro piuttosto che proseguire gli studi.

Qualcuno dei suoi amici gli confidava che avrebbe fatto meglio a continuare, a specializzarsi, che l'avrebbe visto meglio a proseguire gli studi piuttosto che ad andare a lavorare…la testa ce l'aveva…

Ma in realtà Raffaello si era stancato di quello che faceva all'Università.

Sentiva che non era quella la sua strada, aveva perso la passione per l'informatica proprio frequentando quella facoltà…anzi, avrebbe quasi quasi voluto iniziare un altro percorso di studi, uno umanistico - letterario che gli permettesse di approfondire la sua passione per la scrittura…l'esame di cinema gli era andato bene e gli era pure piaciuto, molto di più della maggior parte di quelli seguiti alla sua facoltà. Però d'altra parte nel mondo dell'informatica c'erano situazioni, progetti, novità e problemi con cui scontrarsi che lo rendevano un mondo instabile e affascinante…

Ma poi tornava alla realtà…come sempre…anche volendo, con quali soldi avrebbe potuto continuare a studiare?

Dei quattro anni passati a studiare e lavorare, tra corse e frustrazioni, una spola tra Padova e Marcon, non restavano che poche centinaia di euro in banca, forse anche meno dopo il pagamento delle ultime bollette, e il lavoro che aveva non si poteva certo considerare il massimo che potesse ottenere considerando le sue capacità.

Però lo accettava e cercava di fare del proprio meglio.

Soprattutto visto i tempi difficili poteva dirsi fortunato ad avere un lavoro.

Almeno era più comodo di quella proposta indecente giunta, beffarda, poche settimane prima, proprio quando era deciso a voler dimenticare e a superare i sentimenti per quella ragazza, intenzionato ad evitarla a tutti i costi, deciso a smettere di vederla per depurarsi un poco.

Inaspettatamente gli avevano proposto un lavoro in una multinazionale… a Milano però…

Una (possibile) grande occasione, direte voi, inaspettata e insperata…forse un segno del destino per cambiare e iniziare una nuova vita.

Ma Raffaello non la pensava così.

Lui vedeva quell'opportunità come un prendere la distanze dalla sua famiglia, abbandonare sua madre e suo fratello in balia di loro stessi e dei debiti ancora da saldare, un motivo per dimenticare suo padre, un'occasione per essere egoista e costringerli tutti a nuovi sacrifici.

E poi…non era quello che voleva…avrebbe perso il suo mondo, le sue amicizie, tutti quegli amici che gli volevano bene e che, nel corso del tempo, aveva imparato a conoscere e ad apprezzare…ce n'erano così tanti nella rubrica del cellulare, nei weekend quando usciva o anche solo in quella foto scattata in settembre…

Certo, avrebbe sicuramente trovato altre persone e avrebbe sperimentato nuove dimensioni di vita… Ma al momento preferiva rinunciare: sarebbe rimasto nel suo paesotto di campagna in cui non succedeva mai nulla e in cui si sentiva ed era praticamente un estraneo.

Colpa sua e del suo passato, delle scuole frequentate a Treviso soprattutto anche.

Ma aveva rimediato cercando fuori, costruendo altrove le basi delle proprie amicizie e della propria vita.

E poi, a pensarci bene, come era giunta quella ne sarebbero arrivate altre di occasioni, no?

Ne era certo.

Bisognava solo pazientare e cercare e aspettare.

Forse, sperava, avrebbe vinto qualche concorso e sarebbe riuscito a sfondare come scrittore…un'utopia senza speranze, se ne rendeva conto…

Soprattutto considerando “la” scheda tecnica di quell'agenzia letteraria giunta pochi giorni prima, illesa e immacolata, nonostante acquazzoni e nevicate che per giorni avevano imperversato nella zona.

Leggendola, il ragazzo si era chiesto se davvero quei professionisti avessero letto i suoi testi. Le considerazioni ricevute discordavano con tutti i commenti ricevuti dai suoi lettori occasionali, utenti più o meno anonimi dei numerosi siti letterari che popolano il web e a cui partecipava con i propri testi.

E questo dava da pensare al ragazzo e insinuava il dubbio tra i suoi pensieri incostanti e in perenne movimento.

Era da poco passata la mezzanotte quando sua madre rincasò, stanca. Raffaello la sentì mentre apriva la porta del garage ed entrava.

Pochi minuti dopo era di sopra, all'uscio della propria camera da letto. Un cenno al ragazzo e poche parole appena.

Nuovamente tornò a concentrarsi su internet e sul vasto mondo globale a portata di click, alla ricerca di nuove idee, di contatti, di confronti: il ragazzo rimase incollato allo schermo, a leggere e commentare testi altrui fino a notte fonda.

In qualche modo, agendo così, si sentiva meno solo.

Trovava in internet qualcuno che gli somigliasse, che viveva i suoi conflitti e la sua passione.

Nessuno dei suoi amici, infatti, coltivava quel suo malsano interesse per la scrittura e la creazione di testi e componimenti di discutibile valore.

Più d'uno, lo sapeva, nemmeno aveva mai letto qualcosa di suo. Non tutti, ovviamente. Anzi, quei pochi che l'avevano fatto si erano addirittura complimentati con lui.

Ma più di tanto, a Raffaello, questo non importava…o forse fingeva non importasse.

Dopotutto, quanto di ciò che scriveva lo rispecchiava veramente? Quanto di lui c'era in quello che proponeva all'avido popolo del web?

Secondo alcuni poco, secondo altri molto, secondo altri ancora, addirittura, nulla.

Lui stesso non lo sapeva.

Forse, in un certo senso, nei suoi testi il ragazzo cercava solo se stesso, un modo per conoscersi meglio ed esplorare il proprio io.

Era ormai notte fonda quando Raffaello si mise a staccare le casse del pc e a collegare le cuffie all'uscita audio. La macchina sembrava contraria all'operazione e opponeva resistenza emettendo strani brusii e aumentando la propria massa al solo fine di rendere complicata la manovra che comunque riuscì e venne portata a termine nella penombra della stanza.

Riprendeva dal 54° minuto la proiezione del film abbandonato la notte precedente.

Non aveva mai visto Natural Born Killers ma fin da subito gli fu evidente la potenza insita di quel film, la genialità e l'originalità del tutto.

Ammirava Quentin Tarantino e il suo modo di giocare con le situazioni e di creare personaggi e dialoghi. Certo, quel film non l'aveva diretto lui ma quei personaggi, quei dialoghi e le situazioni non erano certo frutto del caro regista che aveva semplicemente fatto un affare con un giovane assai promettente.

Erano ormai le due quando il ragazzo decise di spegnere il pc, stanco e sopraffatto dal sonno: se ne sarebbe andato a dormire.

E quindi in bagno a lavarsi e poi a letto, ma solo dopo aver fatto rientrare la cagna color tenebra.

Come sempre gli succedeva, non riuscì a prendere sonno subito…il suo cervello ancora pensava e continuava a generare immagini e ricordi del giorno trascorsa, a ipotizzare eventi relativi alla giornata a venire, all'imminente festa di laurea di un suo amico e alle tante cose che vorrebbe fare o aver già fatto.

Nel buio della sua stanza, accompagnato dal respiro regolare di suo fratello ormai sperduto nel regno di Morfeo, il ragazzo pensava a come fosse strano il fatto che il tempo sembrava non bastare mai, a come fosse tutto relativo e soggettivo, impercettibilmente collegato al nostro mondo interiore.

Ancora ripensava a quella poesia letta in internet.

Davvero si è soli come vorrebbero farci credere?

Se avesse ascoltato quella voce che ultimamente gli corrodeva l'anima, il ragazzo avrebbe risposto di sì. Immediatamente.

Ma gli bastò un pensiero, uno soltanto per comprendere la menzogna nascosta dietro a quelle vuote parole.

Gli bastò mettersi in ascolto di sé stesso e del mondo per comprendere di avere molto: il fratello a pochi metri da lui, la madre nella stanza accanto e tutti quegli amici raggruppati in quella foto che, orgogliosamente, aveva pubblicato online e che, dolcemente, conservava nel cuore.

La vita, dopotutto, è una questione di prospettiva.

Questo l'ultimo pensiero prima di addormentarsi, il meritato riposo che precede l'inizio di un nuovo domani, il primo giorno della nuova vita di ciascuno come dicevano in quel film visto solo poche sere prima.

 

 

       

 

 

Note:

 

Biografico.

Si riferisce al periodo in cui ho lavorato presso l'Unieuro di Marcon (VE), ovvero tra novembre 2005 e gennaio 2006. In particolare quanto riportato si riferisce a metà dicembre, un periodo non particolarmente felice come si può facilmente intuire dalla prima parte del testo.

Preciso comunque che mio fratello si chiama Francesco e non Fabrizio come appare nel testo mentre nei panni di Raffaello, beh, ci sono io.

 

 
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