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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Lame di Donato Altomare 07/09/2006
 

LAME

 

Il sangue gocciolava con esasperante lentezza, quasi restio ad abbandonare le vene. Alfio non ci fece caso, era troppo concentrato sul corpo davanti a lui.

Un corpo morto.

Quella decisione l'aveva presa all'improvviso, senza alcuna premeditazione. Aveva agito, prima che qualcosa o qualcuno gli facesse mutare idea.

Ciò che stava per fare, nell'intimo, lo disgustava, ma sapeva bene che non aveva scelta. Infilò il coltello nella parte bassa del ventre e con un colpo secco e deciso lo aprì tutto facendo rotolare fuori gli intestini. Il liquido che li conteneva si mischiò al sangue formando qualcosa di stomachevole. Pensò che avrebbe dovuto accuratamente pulire tutti lì intorno.

Avrebbe volentieri evitato quello scempio, ma quello che stava facendo doveva essere fatto. Ne andava della sua vita.

Sua moglie non l'aveva mai capito. Lui l'aveva sopportata abbastanza. Aveva così deciso di porre fine a quella loro difficile coesistenza. Aveva anche pensato al divorzio, ma per tante ragioni non era una strada facile. Eppoi sarebbe stata lunga, troppo lunga.

Passò una mano sulla fronte sudata e una striscia di sangue gli rimase appena sotto l'attaccatura dei capelli come dipinto di guerra indiano. Il coltello che stringeva in pugno, per quello che stava per fare, non sarebbe stato adatto, quindi lanciò uno sguardo alla sua destra dove una fila di lame parevano in trepidante attesa. Erano nuove di zecca, erano state comprate per l'occasione. Ne tirò fuori una sottile e affilatissima, come un bisturi lungo. Non si azzardò a far scorrere il pollice sulla lama, l'avrebbe tagliato la carne sino all'osso.

Con calma cominciò a staccarle la pelle di dosso centimetro dopo centimetro. Era difficile, ma doveva staccarla tutta, non aveva scelta.

Sorrise. In quella situazione il suo sorriso parve macabro. Divorzio?! Già, avvocati, bambini usati come arma, tribunali dove tutti ascoltano i fatti tuoi, le intimità svelate, e così via. No, il divorzio mai! Se fossero stati in un paese più civile, meno bigotto, sarebbe stato tutto più facile e avrebbe seguito quella strada, ma lì il divorzio restava sempre qualcosa di lungo e penoso, con tutti a cercare di fari cambiare idea.

No, c'erano altri sistemi…

Con una certa sorpresa si rese conto che la pelle veniva via più facilmente del previsto. Merito di quella lama che avrebbe fatto l'invidia di un chirurgo e che si sarebbe fatta una risata di quei laser di cui tanto si decantavano le qualità.

Lui voleva un qualcosa da sentire in pugno, qualcosa che luccicava tra le tue mani, che riusciva a muovere con l'abilità di uno scrittore che guida abilmente la penna sul figlio bianco o di uno scultore che tira fuori la scultura che ha in mente celata nell'informe blocco di marmo bianco.

Divorzio… strinse le labbra scuotendo il capo.

Quando finì, depose con cura ossequiosa il coltello e guardò il suo lavoro. Ottimo, davvero ottimo. Ghignò.

Scelse una lama larga quanto una mano, non troppo lunga, anch'essa affilata, ma non come la precedente, del resto era stata realizzata per compiti molto diversi.

Non ebbe un istante di esitazione.

Con colpi secchi tagliò di netto le gambe all'altezza del ginocchio. Poi guardò la testa. Si concentrò. Voleva farlo con un colpo solo. Doveva.

Dritto sul collo, vicinissimo al mento, ma senza neanche sfiorarlo.

Un colpo secco.

La testa schizzò via.

Rotolò sul pavimento.

Mordendosi le labbra si spostò per raccoglierla.

Si chinò, la prese.

Fu allora che sentì il rumore.

E le voci.

I suoi figli… maledizione! No, non in quel momento.

Restò immobile, col cuore che aveva cominciato a pulsare più del normale. No… non allora. No.

Le voci si avvicinavano concitate.

Alfio pareva statua grondante sudore e sangue nei quali risaltava il suo viso pallido e bianco come una scultura di Rodin.

Le voci tacquero per pochi istanti.

Poi ripresero, ma più lontane. Per svanire del tutto.

Lui attesa ancora qualche minuto prima di riprendere a respirare. Regolarmente.

Con assoluta calma ripose la testa e afferrò un asciugamano lindo e profumato, col quale si strofinò energicamente il viso.

E pensò che forse sarebbe stato meglio non andare avanti per quella notte. Del resto aveva quasi finito.

Fissò la sua opera e si ritenne soddisfatto, era esattamente quello che aveva in mente di fare.

Strano, si sorprese a pensare di non odiare quel corpo martoriato, per la verità non provava alcuna emozione a vederlo così smembrato, squartato lì, davanti a lui.

Sospirò e decise di completare l'opera.

Così prese la carcassa della capretta che aveva appena macellato e l'appese al gancio del suo grosso frigorifero. Mise in busta gli intestini da recuperare e il resto li buttò nell'apposito contenitore. Poi pose la testina in uno scomparto.

Uscì chiudendo la cella frigorifera della sua macelleria e, attraverso la porta interna, salì a casa sua. Se avesse trovato i bambini ancora svegli sarebbe stata necessaria una bella punizione. Qualche giorno senza play station. Ma dormivano.

Anche sua moglie dormiva profondamente.

Divorzio? La guardò bene. Una coscia nuda veniva fuori dalle lenzuola scostate mettendo in mostra quasi tutto.

Divorzio? Bah! Forse sarebbe meglio rifletterci un po' su. Magari anche separati in casa sarebbe potuto andar bene.

Osservò il seno, ancora sodo, sollevarsi e riabbassarsi in un lento tranquillo respiro.

Sì, meglio ripensarci.

Stanco si diresse verso il bagno, si spogliò e si infilò sotto la doccia canticchiando.

 

 
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