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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Incubo di assassino di Leonardo Colombi 22/09/2006
 

INCUBO DI ASSASSINO

 

 

Introduzione

 

Il racconto che segue l'ho scritto giocando sull'immagine dell'assassino che si avvicina alla vittima poi - ma non chiedetemi come - ho ampliato il tutto fino ad arrivare al testo che segue.

Tengo a precisare che quanto da me scritto vuole essere un momento di riflessione sulla violenza, sul perdono e sul dolore che il senso di colpa può generare nelle persone.

Quanto descritto, inoltre, non si rifà a nessun evento in particolare e di certo (prima di venir bollato come maniaco o malato) non è la trasposizione delle mia fantasie omicide. Buona lettura! 

 

Leonardo Colombi

 

 

 

 

INCUBO DI ASSASSINO

 

 

Mi avvicino lentamente, senza fretta.

Avanzo deciso.

Loro non mi notano nonostante sia pieno giorno e io appaia così minaccioso.

Sorrido pregustando il piacere delle azioni che a breve compirò.

Mi dirigo verso di loro tagliando per il prato, procedendo dritto verso la grande quercia che sembra congiungere la collina al cielo.

Procedo deciso verso lo scivolo e le giostrine per bambini dove loro giocano tranquilli e inconsapevoli.

Adoro i bambini…la loro innocenza…i loro occhi spauriti quando mi avvicino a loro...

Non ci sono adulti all'orizzonte.

Ci sono solo loro.

E' un bel vantaggio: niente scocciature e niente morti inutili sulla coscienza.

L'erba incolta del prato mi giunge quasi al ginocchio e sfiora l'accetta che tengo con la destra, momentaneamente a riposo e con la lama insanguinata rivolta verso il basso.

Indosso pantaloni scuri ed una lacera t-shirt bianca.

Il sangue che la imbratta rende solo più minacciosa la mia figura feroce e crudele.

Continuo ad avanzare sotto un sole caldo ed un cielo così dannatamente azzurro che sembra non essere reale.

Nemmeno un filo di vento.

Nemmeno la voce della natura, nemmeno un rumore: ci sono solo le candide voci di quei bambini…

Nemmeno ora sembrano accorgersi di me così impegnati nei loro giochi e persi nella loro infanzia beata priva di pensieri e ignara dei pericoli del mondo.

Sorrido ed un ghigno perfido si stampa sul mio volto sudicio e folle segnato da qualche ruga e poche cicatrici.

Sono a pochi metri dal primo di loro, una bambina di circa sette anni che, seduta sul prato, regge in mano un fiore.

Sembra lo stia esaminando…che stupida…

Le arrivo proprio di fronte proiettando la mia ombra su di lei.

L'ombra di uno spietato assassino.

L'ombra di un folle contaminato dal male, un essere dannato.

Con un ghigno sadico la osservo dall'alto in basso mentre sollevo sopra la testa l'accetta che ho portato con me.

La mia arma preferita…l'arma che segnò la mia condanna guidandomi nel compiere quel mio primo ed efferato omicidio…ironicamente, è anche il mio unico ed estremo contatto con gli altri.

La bimba mi osserva.

Perplessa.

Inconsapevole del pericolo che rappresento.

Ha i capelli lunghi e vispi occhi color nocciola.

Sul suo volto nessun segno di paura…né stupore…niente.

Non urla e nemmeno si muove.

Strano…dev'essere particolarmente stupida.

Come tutti gli altri, evidentemente, visto che nessuno sembra accorgersi di me e di quel che sto per fare alla loro amichetta … e poi a tutti loro, ovviamente.

Quasi non c'è gusto a ucciderli se non gridano di terrore..

La bimba continua ad osservarmi e, sollevando il braccio, mi porge il fiore che fino a poco fa stava esaminando: una candida e umile margherita.

Un timido gesto di innocente gentilezza.

Non capisco…tutta questa situazione mi pare assurda e folle.

Trovo strano che nei suoi occhi non compaia un sano ed istintivo sentimento di paura.

Trovo strano che gli altri bambini non si accorgano di me.

E soprattutto trovo strano che nessuno abbia gridato alla vista del sangue…alla vista dell'ascia…alla vista di me…

Ma urleranno, ne sono certo.

Urlano sempre…

Con forza abbatto l'accetta sulla bambina.

Punto al fiore, deciso ad annientare quel suo insensato gesto di gentilezza, intenzionato a troncare sul nascere ogni tentativo di apertura agli altri, pronto a spezzarle la mano, il braccio e tutto ciò che la mia ascia vorrà.

L'accetta cala veloce, brutale e feroce si abbatte sul fiore, quella semplice e anonima margherita che la vittima mi porge.

Qualcosa però non quadra: la lama si sbriciola al contatto con il fiore vanificando di fatto tutta la violenza del mio colpo!

La bimba continua a porgermi il fiore mentre, incredulo, osservo la lama in frantumi.

Non capisco…com'è possibile?

Torno ad osservare la bambina…sono esterrefatto…lei rimane immobile, tranquilla.

Lentamente fa girare il fiore che tiene tra le dita.

Poi mi sorride.

Indietreggio.

E' assurdo!

Cosa diamine…?

Qualcosa mi distrae.

E' un bambino, un piccolo moccioso insignificante che mi strattona i pantaloni per attirare la mia attenzione.

Sempre più confuso mi volto e abbasso lo sguardo per osservarlo meglio mentre mi prende la mano.

Lo osservo per un istante: i suoi capelli scuri, la gioia nel sorriso e due occhi di un azzurro infinito in cui la mia anima sembra venir risucchiata.

La mia anima…ero convinto di averla già perduta tanto tempo fa…

A contatto con la sua pelle la mia mano e poi il braccio si congelano per poi staccarsi all'altezza della spalla.

Urlo:la disperata reazione di fronte all'inspiegabile!

Inorridito cerco di allontanarmi da quello strano bambino mentre la paura mi cresce dentro.

Incespico e cado.

Cerco di rialzarmi aiutandomi con l'unico braccio che mi rimane.

Non mi ero reso conto che il cielo avesse abbandonato la sua rassicurante veste azzurra per tingersi di un tetro colore scuro.

Non c'è vento eppure le nubi in cielo turbinano e iniziano a vorticare sullo zenit della grande quercia della collina.

L'orizzonte appare confuso, indefinito e vagamente acquerellato.

I bambini, quegli stupidi marmocchi che fino a poco fa volevo uccidere, mi stanno circondando.

Lentamente.

Non sembrano minacciosi…non sono nemmeno armati…potrei massacrarli anche con un braccio soltanto o ucciderli a calci se solo lo volessi…

Invece tremo e sudo in preda alla paura…

Ansimo.

Perché ho così tanta paura?

Gocce di sudore scivolano dalla mia fronte fino al suolo, un suolo arido e terroso che nulla ha in comune con il verde prato di pochi istanti fa.

Non comprendo: cosa sta succedendo?

Oramai il cerchio si è chiuso attorno a me.

Uno di loro, un bimbo castano e dagli occhi grigio-verdi si inginocchia.

E' proprio di fronte a me.

Vi è qualcosa di familiare in lui, come se il suo volto un tempo mi fosse noto…i suoi lineamenti sembrano appartenere ad un'immagine ben nota e familiare…ma ora non riesco proprio a ricordare…

Posa le sue candide mani sulle mie guance e mi fissa dritto negli occhi.

Mi sento perdere in una serenità che non ho mai conosciuto nella mia vita.

Per un istante appena ho come una fugace sensazione di benessere, come se avessi ritrovato una parte di me sepolta sotto atroci strati di macerie, perduta in paludi di dolorosi ricordi e indicibili nefandezze commesse durante la mia sterile presenza a questo mondo.

Calore…percepisco un tenue calore propagarsi dalle sue mani…come flussi di energia che si muovono dentro il mio petto impegnati in una benefica opera di ricostruzione di ciò che ho volutamente distrutto nel corso della mia esistenza.

Poi mi parla, rivelandomi la vita: “Ti perdono, anima persa! Torna, ti prego, torna alla vita!”

Nei suoi occhi una dolcezza senza fine, tracce di un amore puro e incondizionato.

Tremo e piango in preda al terrore e alla forza delle sensazioni che si agitano dentro di me.

Ma dai suoi occhi non vi è scampo.

Mi sorride mentre attorno gli altri bambini si fanno più vicini.

Tutt'attorno il mondo va via via disgregandosi, sgretolandosi sotto l'influsso di un triste maleficio.

In cielo le nubi hanno creato un gorgo che a causa della sua rapida rotazione attira a se ogni cosa, inghiottendola e trasportandola altrove.

I bambini, nel frattempo, sono sempre più vicini mentre i miei occhi vagano velocemente a destra e a sinistra, incapace di muovere il volto immobilizzato nelle mani di quello strano ragazzino dagli occhi grigio-verdi.

Torno ad osservarlo.

Ed è allora che mi uccide, concedendomi la morte in un abbraccio.

Urlo in preda al terrore mentre il mio corpo si sgretola a viene trasportato dal vento finendo per essere risucchiato dal gorgo creatosi in cielo.

Urlo e continuo ad urlare fino a che mi sveglio alzandomi dal letto e tentando di fuggire dalla mia stanza.

Corro senza pensare, senza meta, senza controllo totalmente sconvolto dalle sensazioni appena provate nel mondo del mio subconscio.

Mi fermo dopo pochi passi, respirando affannosamente, cercando con la mano l'interruttore della luce, finalmente consapevole di essere uscito dall'incubo che stavo sognando.

La luce mi riporta alla triste realtà.

I sogni sono solo illusioni.

Menzogne create dalla nostra mente.

Inutili speranze con cui avvelenarsi l'esistenza.

E' solo finzione.

Sogno come bugia, una falsa promessa.

Un inganno, solamente un inganno.

Cinicamente me ne auto-convinco: i sogni non sono la realtà.

E l'incubo di poco fa non fa eccezioni, nulla di quanto ho sperimentato è reale.

Non esiste nulla di tutto ciò.

Ma soprattutto non esiste il perdono per un assassino come me, non esiste affetto o redenzione.

E con questi pensieri mi trascino in bagno.

Mi lavo la faccia per riacquistare un po' di lucidità e, di conseguenza, quella relativa calma che l'incubo mi ha innegabilmente sottratto.

Mi asciugo e mentre abbasso l'asciugamano dal volto mi soffermo sull'immagine allo specchio.

Il viso tormentato di un assassino, il viso impaurito di un uomo dagli occhi grigio-verdi incapace di trovare in se stesso quel perdono che gli altri gli hanno già concesso.

 

 

 

 

 
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