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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Santa Barbara mia di Antonio Covino 29/09/2006
 

                                    Santa Barbara mia!

 

 

Per denunciare la deplorevole abitudine diffusa a Napoli nella notte di “San Silvestro” : il saluto al nuovo anno con lo sparo dei fuochi d'artificio, vorrei cimentarmi in un raccontino leggero ma che al tempo stesso deve far riflettere.

Premetto che a me i botti hanno sempre fatto paura. Mi sono limitato, qualche volta, ad accendere dei bengala, qualche stellina o, al massimo, dei razzetti innocui cinesi che sparano fuochi colorati…uno di questi, nel 1998, “se steve purtanno ‘a mano appriesso”.

Per festeggiare l'avvento del 2000 e il nuovo secolo, fummo invitati a casa di amici: i Donnarumma, in via Aniello Falcone. Da lì avremmo assistito allo spettacolo dei fuochi, sparati dalle finestre e soprattutto avremmo avuto di fronte “l' incendio del Castel'dell'Ovo” offerto dal Comune di Napoli.

Mia moglie fu entusiasta dell' invito, io un poco meno perché, tra l'altro soffro di vertigini e l'affaccio da via Aniello Falcone è quanto mai “vertiginoso”, per l'appunto. Ci presentammo al portone di casa dei nostri amici, con la nostra nuovissima auto, alle otto precise. Io feci scendere mia moglie e i nostri quattro figli e proseguii per andare a cercare un posto sicuro per parcheggiare l'auto: “Sta bbona ccà ?” chiesi a una persona del posto. “Sì, nun ve preoccupate, dint'a chistu palazzo nun ce sta nisciuno, stanno tutte a Roccaraso, ‘ncopp'a neve”. L'informazione mi sembrò attendibile, chiusi la portiera e mi avviai sereno verso lo stabile dei nostri amici, percorrendo a ritroso i due chilometri che erano occorsi per trovare il posto per l'auto.

Giunsi che erano già tutti a tavola e subii il rimprovero di mia moglie: “Per colpa tua non abbiamo ancora iniziato”.

Te menasse ‘a coppa ‘a bascio, ma nun è ancora ll'ora.” Pensai tra me,…non amo litigare con mia moglie, soprattutto in pubblico.

Trascorsero ancora alcuni minuti per i convenevoli: il saluto ai padroni di casa, ai due figli, alla nonna e agli altri ospiti;na carretta ‘e ggente!

Passammo quindi alla cena che si presentò luculliana. Antipasti di alici marinate, zeppoline di alghe, gamberetti nun saccio comme, polipetti affogati, salmone affumicato ecc…Per primo fu servito il classico “spaghetto ‘a vvongole” e a seguire i secondi: baccalà fritto, capitone, gamberoni arrostiti con il contorno di insalata di rinforzo, broccoli di bari, minestrella. Poi ci fu un' apoteosi di dolci: roccocò, struffoli, pastiera, e… “la cassata siciliana”, “chella originale, arrivata stammatina da Palermo”…..

“Chi ‘a ,na fella ‘e panettone? “

“ A cchi ‘a vuò ? Me sta' ascenne ‘o magnà pe' dint' 'e recchie! “

Fu a quel punto che suonarono alla porta, erano gli inquilini del secondo piano. Finito di cenare, questi, si auto-invitarono per una tombolata:

“Uh Mamma d''o Carmine, ce mancavano sulo chiste!!” 

La sala, seppur grande, cominciava a contenerci a fatica. Oltre alle persone di casa, con noi, erano seduti a tavola: uno zio vedovo e i suoi due figli, la zia di Torino con altri due figli e , pure i coinquilini: Maria, Francesco, il padre e la madre di lui, il fratello sordo-muto? No, sordo-scemo e i due bambini di cinque e sei anni, due tesorucci dalla voce “argentina” che subito “ce trapanaine ‘e rrecchie”.

Paolo, il capo di casa, per togliermi dall'imbarazzo mi volle mostrare ……..

te faccio vedéna cosa ca te arrecrie ll'uocchie”. Mi portò in camera da letto dove erano riposte alcune scatole di cartone. Aprì una di esse e mi mostrò il contenuto: bengala, stelline, girandole e razzetti cinesi: “questi sono innocui”. “'O saccio! “ risposi guardandomi la mano miracolata.

“ E chesto che d'è!! ‘O facimme sparà ‘e piccerille, ai piccoli.” Si abbassò e trasse da sotto al letto una cassa piena di botti: tricche- tracche, botte a muro, batterie a raffica, botte col fischio, i rauti e…la fatidica bomba di Maradona:

“ Santa Barbara mia!! - esclamai – chisto è ‘n arsenale! “

Tornammo nella sala e ci mettemmo a giocare a tombola. Furono tirate fuori le cartelle, “o panariello “ coi numeri , i fagioli, i cocci di piatti rotti e tappi vari da utilizzare come segnanumero. Accanto a me si sedette l'anziana madre dei coinquilini, una sorta di jetteca (iettatrice) che mi guardava in cagnesco ogni qualvolta  coprivo un numero: “ Avite fatto ‘n atu numero??”

Puozza ittà ‘o sango!!” pensai.

Franca, la moglie di Paolo, ruotato ben bene il cesto coi numeri,  annunciava l'estratto che veniva commentato dai presenti secondo la smorfia (il libro partenopeo dei numeri). “ trentanove! “ Annunciò,

O pate d' ‘e crieature” disse Luigi che udiva attraverso un apparecchio starato. Fu ripreso subito dal padre: “Nossignore, ventinove fa ‘o capitone”.

Sorse una disputa animata ed efferata che fu stoppata da Paolo che arrabbiatissimo si alzò e tuonò: “O cazzo!! Vintinove fa ‘o cazzo, sulo ca nun avite sentuto bbuono è asciuto trentanove, no vintinove”.

“ Paolo, ma come parli? “ Intervenne la moglie preoccupata della brutta figura che stava facendo con gli amici. “ E cca è nu murì”.

Intanto i numeri coperti sulla mia cartella aumentarono e con essi le frecciate della megera alla mia sinistra che cercavo di contenere toccandomi le parti basse. “ Nun esce ‘o cinquantasei” tentò di esorcizzare la vecchia.

“ Cinquantasei” annunciò Franca.

“ Tombola!” Dissi con tono pacato, ma soddisfatto. Mi girai alla mia sinistra, accanto a me la jetteca si era trasfigurata, gli occhi disorbitarono. Si portò le mani alla gola, subito dopo, al petto: “O core “. Accorse il figlio con una pasticca  che la sventurata riuscì a sciogliere sotto la lingua. Tutti la circondarono, alcuni nella speranza di assistere al trapasso, che non avvenne…purtroppo. La vecchia si riprese e continuò la sua performance, più acida di prima. Meno male che si era fatta quasi mezza notte e i giochi furono sospesi per fare posto allo spumante. “ Meno nove, otto…Buon Anno annunciò Pippo Baudo alla televisione” Tutti brindammo e ci abbracciammo, alcuni con ipocrisia.

Paolo con immediatezza si portò alla finestra che dava sulla strada e cominciò a lanciare i petardi sulla via, tutt'intorno furono accesi i bengala e ai bambini furono affidate le stelline. Le stelline si sa, danno gioia e brillano negli occhi dei piccoli…appunto. La scintilla di una stellina brillò letteralmente nell'occhio di Sara, la piccola dei coinquilini ed un'altra scintilla colpì il tappeto d'importazione, cinese, che subito prese fuoco. Luigi, in un impeto da soccorritore pensò di domare il principio d'incendio buttando sul focolare il primo dei bicchieri pieni che gli venne a portata di mano…ma non poteva sapere che quello era un bicchiere di brandy che il fratello si era versato nel tentativo di digerire il cenone e la sua chiassosissima famiglia.

Le fiamme, alimentate dall'alcool, divamparono alte ma furono spente da Franca che nel frattempo era riuscita a riempire un paio di secchi d'acqua. Il trambusto causato da quest'episodio e il rumore dei botti sulla strada non ci avevano fatto sentire le urla della piccola Sara. Il suo occhio aveva preso le sembianze di una vongola.

Il padre, la madre, i nonni e lo zio accorsero e con decisione unanime decisero di portare, tutti insieme, la bimba al pronto soccorso.

“ Se ne so' gghiute ‘e cacacazze!”

Incurante di ciò che avveniva alle sue spalle, Paolo continuava imperterrito a lanciare i fuochi dal balcone che facevano tremare le finestre del vicinato. Ad un certo punto “il bombardiere” mi venne a chiamare: “Vieni a vedere, è venuto ‘o mumento. Tirò fuori dal contenitore “la bomba di Maradona” una sorta di palla di carta, imbottita di tritolo e polvere pirica. Paolo accese la miccia e lanciò  l'ordigno giusto al centro della carreggiata sottostante. Giunto per terra il congegno sembrò essersi spento: “ Ma a ll'anema e chi ll'è muorto- inveì Paolo riferendosi a quelli che gliel'avevano venduta- s'è stutata

Non finì di completare la frase, un boato fortissimo sconquassò l'aria, seguito dal rumore a cascata della rottura dei vetri dei palazzi del vicinato.Chiudemmo le finestre preoccupati. Paolo, per nulla scosso dallo spavento, riprese a sparare dall'altro lato della casa, dalle finestre che affacciano verso il mare, dalle quali potemmo assistere all'incendio del castello.

Terminati i rumori degli spari ci  accomiatammo dai nostri amici ripromettendoci di rivederci più spesso.

“ E quanno me vedono cchiù!”  espressi invece, scendendo per le scale, a mia moglie.

“ Ma pecchè ?”  Chiste so'na banda ‘e scieme!”

Ci incamminammo verso la macchina  rischiando di essere colpiti a più riprese dal ritardatario di turno che lanciava dalla finestra l'ultimo mortaretto.

Arrivammo affaticati al posto dove avevo parcheggiato l'auto: “ 'A putive mettere cchiù luntano! “ Commentò con sarcasmo mia moglie. Ma ormai era passata la mezza notte e non avevo fatto a tempo a buttarla giù con le cose vecchie. Dulcis in fundo, la mia auto nuova, le rate ancora tutte da pagare, era semi distrutta. Segni di spari dappertutto, abrasioni, macchie di zolfo e  soprattutto;  il lunotto posteriore sfondato da una ceneriera di vetro volata da chi sa dove. Cercai d' intorno la persona che mi aveva assicurato che lì non avrebbero sparato, ma… “Buon Anno! “ mi grido un giovanotto da un auto di passaggio che si accingeva ad andare al veglione: “ Ma va fa ‘nculo!!” gli gridai dietro. “ Sei stato poco gentile” mi disse mia moglie che si limitava a guardarmi mentre cercavo di togliere le minute schegge di vetro cadute sul sedile posteriore dell'auto: “ Ma va fa ‘nculo pure tu e tuttu quante…avimme accumminciato bbuono l'anno… ‘o nuovo millennio ‘e chi t'è muorto!!! “

Tornando verso casa accesi la radio. Al giornale radio stavano parlano degli spari a Napoli, si contavano già due morti e centocinquanta feriti…'na guerra!

“ Santa Barbara mia! Altro che banda ‘e sciemechesta è ‘na città ‘e pazze!!

 

 

 
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