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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Lucania, di Leonardo Sinisgalli 02/09/2013
 

Caso raro di un poeta che esercitava una professione in cui non c'era spazio per la poesia; infatti era direttore generale dell'ENI, un mondo di numeri e d'affari. Perņ in lui l'animo artistico di tanto in tanto riaffiorava, con opere frutto del suo corso di studi di architettura e poesie che riflettono l'amarezza della sua condizione di emigrante, costretto per lavoro a lasciare la propria terra.

 

 

 

 

Lucania

di Leonardo Sinisgalli

 

 

Al pellegrino che s'affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell'orizzonte
con un rettile negli artigli, all'emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall'esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.

Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto,
sofistico e d'oro, problematico e sottile,
divora l'olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l'erba alle soglie dei vecchi paesi franati.

Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l'odorosa palato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull'erba
sulle selci lascia le grandi chiazze zeppe di larve.

Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento
(carosella, granturco, granofino)
e il vino non č squillante
(menta dell'Agri, basilico del Basento)
e l'uliva ha il gusto dell'oblio,
il sapore del pianto.

In un'aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatte per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l'inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo puņ sporgersi agli orli
dell'abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare e di tarantole.

Io tornerņ vivo sotto le tue piogge rosse.
tornerņ senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Udrņ fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrņ il merlo cantare
sotto i letti, udrņ la gatta
cantare sui sepolcri?


 
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