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  Scritti di altri autori  »  I maestri della poesia  »  Voce di vedetta morta, di Clemente Rebora 31/01/2015
 

Quest'anno ricorre il primo centenario dell'inizio, per ll'Italia, della Grande Guerra; per la precisione il nostro paese iniziò la belligeranza il 24 maggio 1915. Per commemorare questo evento ho scelto alcune poesie scritte durate quel conflitto; la prima è stata Grodek, del poeta austriaco Georg Trakl; oggi, invece, propongo una lirica di Clemente Rebora, che sperimentò l'orrore di quella guerra sulla propria pelle, atteso che lo scoppio di una granata di grosso calibro compromise gravemente il suo stato mentale, tanto che riporterà una pesante e inguaribile infermità mentale.

I toni sono drammatici, gli accenni lugubri, l'orrore ridonda, in una seye tuttavia d'amore, sollievo e rimedio di tanta crudeltà.

 

 

 

Voce di vedetta morta

di Clemente Rebora

 

 

C'è un corpo in poltiglia

con crespe di faccia, affiorante

sul lezzo dell'aria sbranata.

Frode la terra.

Forsennato non piango:

affar di chi può, e del fango.

Però se ritorni,

tu, uomo, di guerra

a chi ignora non dire;

non dire la cosa, ove l'uomo

e la vita s'intendono ancora.

Ma afferra la donna

una notte, dopo un gorgo di baci,

se tornare potrai;

soffiale che nulla del mondo

redimerà ciò che è perso

di noi, i putrefatti di qui;

stringile il cuore a strozzarla:

e se t'ama, lo capirai nella vita

più tardi, o giammai.

 
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